perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


lundi 31 octobre 2011

ANNIVERSARIO D.O.C.

 Oggi é una giornata speciale, molto speciale...
Oggi Glob , il mio blog compie un anno e per festeggiarlo degnamente ho deciso di rimanere sobria, non straparlare....
Per l'occasione ho ripescato il mio primissimo testo scritto, quello al quale mi sono ispirata per la conferenza in francese, quello che ha dato il via a l'onda gigante, irrompente, straripante dei miei racconti,....
Un anno fa per riempire la prima pagina bianca, ne pubblicavo la variante in french, quest'anno, per la PAR CONDICIO, la ripropongo in italico idioma.
Ancora una volta il mio ringraziamento a chi mi ha offerto il supporto tecnologico dando cosi' materialmente vita a questo supporto di pagine e a chi leggendomi crea un filo di scambio sul quale corre la corrente.
Le  rappresentanti per eccellenza di queste due categorie sono ovviamente le mie figlie...
Notorio che le migliori gestioni ...sono quelle a conduzione familiare.
E qui mi fermo perché ho debordato ancora una volta!

Journal de province et de Provence
Diario di provincia e di Provenza

Vin d’Oranges
(Magister vitae)

Quando arrivai in Provenza, oramai ben diciassette anni fa, una delle mie priorità fù quella di imparare le parole base della lingua,quei termini senza la conoscenza dei quali è difficile continuare a vivere senza perdere il buonumore e attanagliati dal dubbio costante di che cosa ci possa essere stato detto.
Ovviamente, per sopperire alle prime necessità e far fronte agli iniziali momenti d’imbarazzo avrei potuto girare con un dizionarietto sotto il braccio; ma, primo, mi ci vedevo poco a trascinarmi dietro il dizionario tascabile, (mi ci mancava solo quello da aggiungere ai tre figli ), secondo,in un tascabile il numero dei termini è assai ridotto e dubito fortemente che vi avrebbero trovato posto quelli che mi perturbavano e di fronte ai quali potevo correre il rischio di rimanere interdetta.
 Forse un Petit Larousse ? troppo poco maneggevole però, e poi, mica ero certa che riportasse tutte quelle voci necessarie per arricchire il mio vocabolario personale.
I termini, le espressioni di cui anelavo impratichirmi non erano certo le parole base che s’imparano alle scuole elementari … quantomeno quelle dispensate dalle insegnanti. Quelle le conoscevo già, ed anche quelle un po’ più scelte e raffinate e così pure i verbi. Il francese l’avevo studiato per cinque anni in Italia, tre alle scuole medie e due al ginnasio. Mi ci avevano ossessionato con i verbi e con le regole di grammatica, ma, devo ammetterlo, un bel giorno tutto questo mi é tornato utile e, tardivamente, ho ringraziato e riabilitato le professoresse che all’epoca maledicevo.
Ma come ben é noto "Nemo profeta in patria "e tanto meno delle insegnanti spesso considerate men che nemo, con l'aggiunta pero', per dovere di precisione, che in Patria,loro ci sono rimaste e chi é espatriata sono io
Per riassumere , un tipo di linguaggio basic per colloquiare civilmente, dunque, non mi mancava.
Mi mancava l’altro, quello che, magari, generalmente le persone educate non utilizzano, ma che è necessario conoscano perché non rimangano con un sorriso quanto mai disdicevole nel caso qualche maleducato lo usi nei loro confronti.
Una precedente esperienza oltreoceano mi aveva marcato a vita.
All’epoca, più’ di dieci anni prima del mio arrivo in Provenza, avevo collezionato un lunghissimo soggiorno in Pennsylvania. Senza figli, libera del mio tempo, trascorrevo ore in quei templi dello shopping con caffetterie annesse, cui ogni tanto dovevo ricorrere, per sedermi, ristorarmi e riposarmi. In una di queste soste due giovani donne sedute a un tavolo non lontano dal mio iniziarono a rivolgermi la parola.
Il mio americano dell’epoca sufficiente per non perdere il Nord, ritrovare casa, comunicare il necessario, non bastava però per tenere grandi conversazioni.
Dopo iniziali cortesi risposte, in seguito si crearono enormi vuoti, che cercavo di colmare con dei sorrisi.
Io continuavo con i miei smiles, loro con il bla-bla. Mi dissero qualcosa, che, benché ripetuto più volte, non riuscii in nessun modo a tradurre. Perplessa, sempre più esitante lasciai che il tarlo del dubbio s’insinuasse e iniziasse a scavare . Le due donne però sorridevano ed io, benché titubante, continuai i miei esercizi di produzione di… cheese.
Decisi che era infine tempo di andarmene e mi alzai seguita dallo sguardo delle due donne divenuto manifestamente ironico e dalle loro risate oramai sarcastiche.
Sulla via di casa,feci una deviazione dalla mia amica Joyce in cerca di spiegazioni. Volevo capire! Beh c’era poco da capire, la parola che mi aveva fatto sobbalzare era quantomeno disdicevole e poco elegante e le due donne si erano allegramente e sfrontatamente prese gioco di me e della mia ignoranza linguistica.
A distanza di quasi trent’anni il ricordo di quel pomeriggio, dai contorni oramai sfocati e sfumati, la sensazione di disagio chiara e netta e la conseguente determinazione di impossessarmi delle sottigliezze di una lingua,con predilezione per quanto di meno ortodosso, e peraltro funzionale, esista, riesce ancora a farmi salire la pressione.
Giunta in Francia, ricercavo dunque un “Manuale di cattive maniere” difficilmente trovabile o qualche amica, particolarmente “dotta” e disposta a darmi lezioni.
 All’epoca, ahimè, la maggior parte delle mie frequentazioni, erano, per motivi di lavoro e di scuola, tutte straniere e forse ancor più di me,prive delle sottigliezze delle apostrofazioni locali.
Sarei potuta ricorrere ai figli.
 Quelli maggiori sicuramente dovevano essere già stati contaminati e istruiti a dovere e avrebbero potuto offrirmi un ampio campionario di quanto ricercavo, ma qui ne andava della mia dignità e della mia credibilità di madre.
Come far loro sputare impunemente termini per i quali poi punirli se li avessi uditi utilizzare?
In virtù della cultura?
Di che sdegnarli e spingerli per reazione verso l’ignoranza più abietta, pur sempre preferibile all’ingiustizia.
Noto che i giovani detestano le parzialità e sopraffazioni e le madri l’ignoranza dei figli.
Chercher ailleurs!

Dopo qualche mese, trascorso in quasi totale reclusione, sempre per la paura di sentirmi offendere senza capirlo,iniziai ad uscire dal mio guscio e muovere i primi timidi passi.
Davanti alla casa, dove avevamo infine traslocato, abitava una vecchia signora.
In campagna, un po’ fuori zona e senza molti contatti, mi ero avvicinata a quest’amena vecchietta, all’epoca già quasi ottantenne, ma di spirito indomito e d’animo sagace.
Tra una visita pomeridiana o serale la simpatica ottuagenaria mi offriva una panoramica tutta sua del paesaggio, degli abitanti, degli usi e costumi e della gastronomia locale.
I nostri ritrovi all’insegna piuttosto del Vin d’Oranges che del tè,si intensificavano,ed iniziava così il primo scambio tosco-provenzale, un contraccambio di produzioni casalinghe: una teglia di penne alle melanzane cucinata da me, aperitivo a base di arance amare servito da lei e….. champagne per brindare all’incontro…perché entrambe grandi estimatrici delle fini bollicine .
Man mano che la nostra conoscenza aumentava, e i vini diminuivano passando dalla bottiglia al nostro sistema circolatorio,la comunicazione diventava sempre più fluida,facile,sciolta.
Da buona marsigliese, Madame Nivain,al secolo Louise, nata all'ombra della Bonne Mère,conosceva un vocabolario dei più coloriti, di cui iniziò cautamente a farmi partecipe.
Imparai così con mio sommo gaudio un infinito numero di parole con tante “esse”,che potrebbero suonare innocue ad orecchi non istruiti e talora perfino dei gentili vezzeggiativi.
Imparai a non sbagliare la salopette, graziosa tutina, con salope , di cui non è il vezzeggiativo che non vezzeggia affatto mentre invece insulta e che la poufiasse, (con una o due “f ”) che in francese suona puffiasse e tanto fa pensare ai Puffi, i nanetti blu, gli Schtroumpfs di origine belga, non ha assolutamente nulla da spartire con la puffetta dai capelli biondi ed è la sorella delle altre, pétasse,radasse, connasse….tutti termini poco adatti a un linguaggio di cortesia o meno,ma di cui è necessario conoscere esistenza e significato…..a scanso di equivoci e di sorrisi inutili.

La mia vita riuscì cosi a cambiare; ritrovai infine il sorriso, che ripresi a elargire senza più temere di passare per un’idiota . Mi ero oramai abbastanza impratichita dei suoni alla presenza dei quali c’era ben poco da sorridere,( specie se diretti a me) ed ai quali potevo prontamente rispondere con una sfilza di “esse” ………….poco importa se semplici, doppie o impure e di origine francese o italiana.
Non dimentichiamo che provengo dal ….
bel paese là dove ‘l sì suona. (Canto XXXIII, verso 80)
E con la licenza del sommo poeta posso spedire tutti …all’inferno!



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