perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


samedi 21 décembre 2019

Tradizioni Natalizie di Aix en Provence

Ancor prima dell’inizio dell’Avvento, la preparazione del Natale anima il centro di Aix en Provence.
La tradizionale Messa dei Santoniers, i creatori di statuine del presepe, dà un “primo via” all’anno liturgico in quella che in realtà è l’ultima domenica del tempo ordinario.
Domenica 24 novembre ha avuto luogo la celebrazione in lingua provenzale nella chiesa Saint Jean Baptiste du Faubourg: abiti provenzali, canti e musiche natalizie provenzali, predica in provenzale e traduzione in francese per la comprensione generale.
Processione per le strade del centro fino a raggiungere l’esplanade Cezanne (davanti all’ufficio del turismo) per l’inaugurazione e la benedizione della Foire aux santons di Aix en provence.
La fiera, mercato delle statuine del presepe, create dalle sei famiglie di santoniers di Aix è così ufficialmente aperta e fino al 31 dicembre si potranno ammirare e acquistare i classici soggetti del presepe e una marea di altri personaggi più tipicamente provenzali, come ad esempio il giocatore di bocce. 
Ogni anno nuove creazioni vengono ad arricchire l’esercito di pastori, pecorelle, panettieri, pescivendoli, lavandaie……non manca neppure un omaggio a Frederic Mistral, poeta, scrittore e difensore della lingua e cultura provenzale sempre sotto forma di statuina e al mistral vento che imperversa in questa regione, sotto forma di pastore che avanza con difficoltà tenendosi ben stretto il cappello e con la designazione speciale di “colpo di mistral”.
Un tempo questa fiera era nota con il nome di Fiera di Santa Barbara.
A tutt’oggi per santa Barbara, il 4 dicembre si semina il grano in tre coppette che poi orneranno la tavola natalizia.
Sacchettini di grano sono venduti ovunque a beneficio di opere benefiche e associazioni varie.
Venti giorni dunque prima di Natale i chicchi di grano sono posti sul cotone umido adagiato in una coppetta. Tre coppette di rigore per ornare la tavola della vigilia e la tavola del 25 dicembre, che troveranno poi posto nel presepe fino all’Epifania mentre i germogli alla fine dovrebbero essere piantati in terra.
Secondo la tradizione, se il grano è cresciuto bene e diritto è un segno positivo di un anno prospero con un buon raccolto.
Tipicamente provenzali sono i famosi (in questa zona, ma conosciuti in tutta la Francia) 13 dessert che addolciscono il palato a fine cenone della vigilia, prodotti semplici: frutta, frutta secca, candita, pompe à l’huile, una specie di focaccia all’olio dolce e profumata di fior d’arancio, calissons, i dolcetti di pasta di mandorle tipici della città che per la loro forma ricordano i ricciarelli toscani ma con tutta un’altra consistenza, torrone ecc.…fino ad una cinquantina di elementi.
Di questi dessert se ne parla nei testi sin dalla fine del ‘600.
Un tempo il numero 13, che vuol ricordare il Cristo e i 12 apostoli, non era però di rigore.
Se ne trova traccia per la prima volta nel 1925 e per quanto riguarda la composizione dei 13 dolci possiamo aggiungere che non è obbligatoria e varia di città a città e anche da famiglia a famiglia secondo le proprie tradizioni. 
Esistono però dei “must”: noci, mandorle, fichi secchi e uvetta, per esempio, i cosiddetti “4 mendicanti” che fanno allusione ai quattro ordini religiosi degli Agostiniani dei Carmelitani, Francescani e Domenicani, o i datteri, unico frutto orientale a memoria della fuga d’Egitto o in onore dei Re Magi che sono in ogni caso sontuosamente festeggiati per l’Epifania.
La seconda domenica di gennaio per le strade di Aix en Provence si vede sfilare un gran corteo di pastori, angeli, e tutti i rappresentanti dei vari mestieri nei costumi tradizionali provenzali al seguito dei Re Magi e dei loro dromedari per raggiungere la cattedrale e offrire ciascuno il suo dono al bambin Gesù oltre ai classici incenso, mirra e oro.
Questa è la cosiddetta “Marche des Rois”, la marcia dei Magi, “l’espressione popolare di una dimensione liturgica”, come sottolinea il Vicario Generale della diocesi di Aix- Arles.
Questa marcia esiste a Aix dal XVII secolo, ai tempi seguiva la celebrazione dei Vespri solenni dell’Epifania nel quartiere della cattedrale.
Oggi alla marcia che traversa ben più ampia zona della città, segue una grandissima celebrazione nella cattedrale gremita e per prendere posto non bisogna certo tardare, anzi meglio essere ben in anticipo se si vuol seguire tutta la rappresentazione della “Pastorale provençale” che racconta la nascita di Gesù, con una buona visuale.
Ma ancora una volta quello che nel mondo profano fa il successo dei Re Magi sono le tradizioni culinarie.
E per festeggiare la venuta dei Magi sulla tavola appare la Galette des Rois, una torta di pasta sfoglia, con al suo interno un ripieno di frangipane, crema frangipane a base di mandorle.
Particolarità di questo dolce è la presenza all’interno di una fava, un tempo di porcellana, oramai di plastica, a volte anche una piccola statuina. Chi la trova nella sua fetta di torta è il re o la regina della giornata e ha diritto alla corona di cartone dorato che accompagna la torta.
Nel sud della Francia accanto alla Galette à la frangipane, si trova La couronne , o Le gâteau des Rois, una brioche a forma di ciambella ricoperta di frutta candita, che come la galette nasconde al suo interno la solita fava.
A Aix , lo so per certo, ma non so se anche altrove, esiste una couronne, dunque il dolce nella versione in pasta di brioche ricoperto di frutta candita e ripiena di crema frangipane.
Una bomba micidiale ma così buona….
E meno male che l’Epifania tutte le feste le porta via, altrimenti povero fegato! 
Pur se, commerce oblige, questa speciale couronne è preparata e venduta fino a metà febbraio.
Aix en Provence val bene qualche Messa!!!

dimanche 15 décembre 2019

YOTAM ASSAF anche OTTOLENGHI

Come fare l'impasse su questo 14 dicembre e non cedere alla tentazione di fare gli auguri a Yotam?
Ieri Le Monde gli ha dedicato un articolo dal titolo ammiccante "Yotam Ottolenghi, épices and love".
Me lo sarei letto, assaporandolo fino all'ultima riga se avessi avuto la fortuna di poter accedere alla pagina on line per intero, ma, ahimè, non faccio parte degli abbonati e diversamente da quotidiani italiani che ti offrono un minimo numero di articoli interi al mese, Le Monde, ti propone solo un assaggio.
Terribile!
Con Yotam non ci si può' limitare a un assaggino e via andare.
Non so quindi se il suddetto articolo si sia concluso con un Happy B-Day Yotam, in ogni caso gli auguri posso farglieli io.
In genere mi limito a ricordare compleanni (e a festeggiarli a modo mio da queste pagine) di familiari più o meno diretti, indiretti e traversi. Ogni tanto estendo pure a qualche amico....
Yotam, a dire il vero, non saprei bene in quale categoria inserirlo.
Conterraneo della zia Masha, anche se lui in Israele c'é nato lei c'é soltanto emigrata da universitaria, suo fratello, i suoi nipoti e nipotini pero' ci vivono ancora, e l'ultimo nato si chiama non Yotam, ma Assaf (secondo nome del celebre Ottolenghi). Già qualcosa!
Ottolenghi, la dice lunga  questo cognome, che a quanto pare é la forma italianizzata di Ettlingen, appartenente ad ebrei originari del sudovest della Germania da cui furono cacciati tra il 15 e 16 secolo. Da li' si stabilirono in Italia.
Cinque secoli mi sembrano sufficienti per aver scosso di dosso le piume da aquila e aver rivestito quelle da galletto, in ogni caso, leggo conferma che i nonni Ottolenghi vivevano in Italia.
Il nostro Yotam benché nato in Israele é dunque italiano da parte di padre, mentre da parte di madre c'é una certa tendenza a rigermanizzazione.
L'importante sono in ogni caso le sue radici rispolverate nelle estati della giovinezza quando andava a trovare i nonni, in Toscana sui colli fiorentini, sperimentando tra l'altro un'altra cucina mediterranea.
Con questo ho detto tutto.
Yotam lo ho conosciuto tardivamente, una domenica di pochissimi anni fa a pranzo da mia figlia, (quella della Reggia, la sua casa dista non molto dallo Château di Versailles).
Tra un cavolfiore arrostito in forno con aggiunta di nocciole abbiamo fatto conoscenza.
Devo dire che mi é piaciuto molto.
Non sono una fan di cavolfiori, ma il suo era a dir poco sublime.
Per non parlare poi dei broccoli con sedano e mandorle, una vera delizia
Non sono una vegetariana sfegatata, ma con la carne ho qualche problema mentre le verdure si addicono al mio palato.
Per non farci perdere le buone abitudini e sponsorizzare il "suo amico Yotam," la suddetta figlia ha pure omaggiato il padre di una delle sue bibbie culinarie.
E il suddetto padre benché diffidente si é lanciato a sperimentare con successo, devo ammettere, qualche ricetta. Io pure, regina incontestata delle leguminose fin da tempi biblici,  ho ceduto a una rivisitazione di ceci, con buona pace sospesa delle mie frattaglie.
Yotam vale bene uno scompenso viscerale!

Ma per tornare a questo 14 dicembre e alla mia abitudine di celebrare, eccomi pronta...
Mi limito a un Very Happy B-Day, Buon compleanno, Enjoy it!!!
come noi ci godiamo i suoi piatti!
PS
giusto una piccola domanda per concludere:
Ci sarebbe mica una ricetta di lenticchie che non metta a rischio la primogenitura?
Grazie
La mamma di Esaù e Giacobbe

vendredi 13 décembre 2019

SCIO-PERO

Frenetica mattina di partenze.
Navigazione rapida.
Periplo di stazioni.
Ricerca e scoperta di nuove banchine
addobbate da ornamenti di "grève".
Le altre consuete, semi-deserte
sembrano in via di pensionamento
Lotta dura:
anche l'elettricità sciopera?
é sabotata?
si allinea?
Tabelloni improvvisamente nudi
Registratori di cassa muti
Scontrini manuali per pagamenti in soli contanti.
Un megafono dell'era "glaciale", miracolosamente scovato
raduna al binario i viaggiatori spaesati e perplessi.
Il primo treno che arriva punta a Nord.
"Paris j'arrive!"
Capitale accentratrice!
Torno a casa per il saluto all'ultima partenza.
La Gare routière non é per me.
"Francia ti amo", in questo momento
 é un moto del cuore difficile da esprimere.
Buon viaggio anche te, cugino.
Buon viaggio a tutti.

Un misto...difficile da definire il feeling che siede con me.
Stanchezza, rilassatezza e vuoto.
Silenzio...rotto da un unico rumore
quello della pioggia che batte sul vetro della veranda,
dell'acqua che gorgoglia scivolando dal tetto,
senza grondaia che la incanali.

Non rimane altro che raggiungere il letto.
Buon riposo per tutti.


jeudi 28 novembre 2019

TOSCANA TRA IMMAGINARIO e REALTA'

"La rentrée du C.A.E.R." con i due autori toscani e soprattutto una affermazione di Alberto Prunetti mi hanno fatto rimuginare sull’immagine di Toscana.

Dolce paese onde portai conforme
 l’abito fiero e lo sdegnoso canto…..


Non ho affatto bisogno di cliccare su internet per seguito e conclusione dell’ode carducciana, che conosco a memoria da oramai non so più quanti anni (e neppure voglio contarli).
Mi basta il conforto consapevole che la memoria a lungo raggio è ancora funzionante.
L’utilizzo del motore di ricerca è finalizzato al solo scopo di vedere quali immagini siano proposte per “dolce paese onde…” . Poi per ottimizzare, già che ci sono, faccio un copia incolla del testo:

TRAVERSANDO LA MAREMMA TOSCANA

Dolce paese, onde portai conforme
L’abito fiero e lo sdegnoso canto
E il petto ov’ odio e amor mai non s’addorme,
4Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme
Con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,
E in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
8Erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
11E dimani cadrò. Ma di lontano

Pace dicono al cuor le tue colline
Con le nebbie sfumanti e il verde piano
14Ridente ne le pioggie mattutine.

“Pronunci il nome Toscana e subito pensi “cipressi” sintetizza Alberto Prunetti.
L’immaginario vola a dolci colline, alberi svettanti, amena campagna …
Migliaia di tonalità di verde e la terra che nelle variazioni dei marroni ricaccia la solarità incamerata.  Color “terra di Siena” naturale o bruciata magari- mi viene da pensare-.
Immagine da cartolina, visione bucolica.
La prima che salta allo sguardo e torna nella mente dei turisti anche di quelli magari che la Toscana non la hanno ancora visitata e che la conoscono dai dépliant.
Non parliamo poi di chi invece c’è stato.
Di chi chiederà conferma che Toscana è sinonimo di Torre pendente.
Di chi si sdilinquirà al solo nominare Firenze.
Di chi sosterrà la supremazia di Siena con quella piazza a forma di conchiglia.
Di chi tutto orgoglioso ti parla di San Gimignano (ma oramai chi non la conosce?).
Degli etruscofili innamorati di Volterra…..

Degli appassionati di arte: -ah gli Uffizi!-
….la Venere del Botticelli 
….il Rosso Fiorentino

Degli appassionati di vino: -ah il tour in Chianti!
… ma i più trend….ah Bolgheri!
…..l’Ornellaia, soggiungono i conoscitori o presunti tale.

E il castagnaccio? e la farinata, cecìna (con l’accento sulla i) o torta di ceci che dir si voglia? Un tempo questa specialità si poteva gustare a Genova e in tutta la Liguria o in Toscana.
Da anni oramai la vendono anche a Milano, vicino piazza del Duomo o a Courmayeur. 
Potere della mondializzazione (non sempre dai risultati soddisfacenti, anzi molto spesso, poco soddisfacenti)
Raro comunque che un appassionato di torta di ceci, mi nomini il “cinque e cinque.
“Cinque lire di pane e cinque lire di torta” come dicevano nella sbragata Livorno.
Boia deh!

Questa tutta un’altra toscana, come quella che non si visita ma che esiste o si visita perché non si sa cosa sia.
Livorno attira qualche turista, imbarco per Capraia e Gorgona, Corsica e Sardegna, il quartiere dal pomposo nome di “Venezia” con i Fossi (i fossati medicei, quelli delle false teste di Modigliani, per intenderci), il monumento ai 4 Mori, la prestigiosa Accademia Navale e alla periferia della città le terribili raffinerie maleodoranti.
Lo STANIC (con la c dolce) della mia infanzia, il suo tanfo di uova marce e le ciminiere che brillavano nella notte nera.
Chi di noi bimbi, per primo identificava il mefitico odore, passando in auto, vinceva.
Non so bene cosa.
Lungo il romito grigio di scogli lambiti dal mare dei livornesi che disdegnano gli stabilimenti balneari fino a Quercianella e Castiglioncello per arrivare poi alle “caraibiche” Spiagge Bianche di Rosignano meta di turisti ignari alla ricerca dell’esotico, rigorosamente low cost.
Tanto il romito è bello, quanto le spiagge bianche sono uno scempio.
Uno scherzo della natura?
No della natura umana!
La Rosignano delle spiagge risponde al nome di Rosignano-Solvay ed è una frazione di Rosignano Marittimo, che come tutti i villaggi marittimi della costa, era sorto, nei tempi lontani, in collina, più lontano dal mare, dai pirati e dalla malaria. 
Rosignano Solvay nasce agli inizi del ‘900 quando il belga Ernest Solvay vi impianta uno stabilimento per la fabbricazione della soda. Intorno alla fabbrica cresce un nucleo urbano per operai e impiegati e diventa a tutti gli effetti frazione del comune di Rosignano Mmo con il nome di Rosignano Solvay e i suoi abitanti quello di Solvaini (da sottolineare l’importanza di Solvay nella storia) ben distinguendosi dai Rosignanesi delle alture.
Non proseguo dissertando su comune e abitanti con la percezione e lo sguardo da toscana, di un comune limitrofo, perché non vorrei rinfocolare vecchie faide ataviche.
Basti sapere che le spiagge bianche, il cui candore è ben lungi dal derivare da conchiglie frantumate sono frutto degli scarichi dell’industria chimica, al 90% calcare cotto e triturato, per il 10% cloruro di calcio.
Uno dei tratti più inquinati del mediterraneo.
In compenso, fortunatamente da quasi dieci anni, il mercurio è stato eliminato dal ciclo di fabbricazione Solvay.
Litorale inquinato incorniciato da tante brutte ciminiere alle spalle delle spiagge di soda.
Piombino- Il porto- Yves Le Floch

E ciminiere a Piombino che accompagnano lo sguardo se lo rivolgi verso terra mentre il traghetto punta la rotta sull’Isola d’Elba, così come non mancano a Scarlino, uno degli ultimi avamposti della Maremma, sede di uno dei più rilevanti insediamenti industriali della provincia di Grosseto, che io associo regolarmente ai fanghi rossi (non da cure termali).
 Anche questa è Toscana, ma non certo la prima che salta in mente, così come quando pensi arcipelago toscano e immagini le isole, il mare, i bagni, non necessariamente il pensiero corre a quelli penali.
Eppure Capraia, Gorgona, Pianosa e la stessa Elba hanno ospitato fino a tempi recenti e alcuni ospitano tuttora luoghi di reclusione che, malgrado la presenza di detenuti, anzi grazie a loro si sono preservate.
Ogni medaglia ha come sempre due facce, un dritto e un rovescio, una parte luminosa e una in ombra, pur se quello che riluccica non è necessariamente bello e buono, basti pensare alle famigerate spiagge bianche e un penitenziario al di là delle sue prerogative primarie, (di cui qui non discuto) può essere una muraglia a protezione della natura.

Chiari e scuri, ma I colori della toscana sono soprattutto a base di verde quello delle dolci colline, dei campi che circondano San Galgano e la spada nella roccia, dei pratini di Campo dei Miracoli (vero miracolo di piazza) delle pinete, con o senza pioggia o dei cipressi isolati e in gruppo come i “cipressetti che da Bolgheri van a San Guido in duplice filar”….  
A ciascuno il suo immaginario, ma il cipresso è un valore sicuro, simbolo di immortalità e poi per me è doppiamente simbolo di casa….Devo aggiungere e precisare che ve ne è uno secolare nel giardino della mia oramai lontana infanzia?

samedi 23 novembre 2019

La Rentrée du C.A.E.R

La "Rentrée del C.A.E.R mi porta a ripercorrere vecchi sentieri e a ritrovare la FAC.
Quindici anni che ci siamo separate e nulla é più come allora.
Tutto cambia,Πάντα ῥεῖ, anche noi non siamo più le stesse.
Lei si é rifatta un look tanto da stentare a riconoscerla; io dovrei seguire il suo esempio.
Al posto del vialetto di entrata, fiancheggiato da alberi, buio, cimiteriale: di una tristezza tipica dei tanti viali delle Rimembranze, che portava ai vecchi edifici, situati più in alto, e del vecchio parcheggio, svettano nuovi palazzi moderni luminosi aerei.
Uno dei due immobili appena varcato il cancello, a destra, tutto in vetri, accoglie la tavola rotonda del C.A.E.R -Raconter le travail aujourd'hui-.ospiti due giovani scrittori italiani: Simona Baldanzi e Alberto Prunetti.
Due italiani che animano la conferenza rispondendo alle domande di Carlo Baghetti e Carmela Lettieri, in italiano, poi prontamente tradotti in francese da Martin Ringot et Judith Obert.
Vale la pena di alzarmi presto, correre in stazione a prendere il treno per godermi un po' di "sacro e sano idioma" visto che i due autori non solo vengono dall'Italia, ma più precisamente dalla mia Toscana.
Lei é del Mugello, ben più a nord delle mie terre, lui di Piombino, decisamente più vicino al mio "feudo".
Entrambi figli di operai, parlano di un mondo che conoscono  dal di dentro, di un mondo che hanno vissuto sulla loro pelle e ancora ne portano i segni.
Lei é" Figlia di una vestaglia blu" come il titolo del suo romanzo. 
La vestaglia blu, un termine coniato dalla Baldanzi, "Nessuno-ci ha detto- le chiamava cosi le operaie della fabbrica di jeans, piuttosto erano note come le Fratine, dal nome del proprietario", ma, per lei, sua madre e tutte le sue colleghe, che alimentano la storia e smuovono ricordi, sono colorate con il blu dei loro grembiuli da lavoro, con il blu che stinge dalla loro pelle. 
Al blu delle vestaglie della fabbrica si mescola l'arancione delle tute dei minatori che forano le montagne del Mugello per far passare la linea dei treni ad alta velocità. Le tute arancioni, come le clementine di Calabria, regione da cui per lo più provengono, patria lontana che ricordano con una cartina geografica appesa al muro di una loro baracca, al campo base, entrano nella sua vita di studentessa.
Simona Baldanzi li ha lungamente frequentati e si é laureata con una tesi su questi minatori.
Il risultato finale é quello di un romanzo in cui, partendo da una storia personale e inserendovi il lavoro di un'inchiesta, tutto si amalgama formando un opera di valenza universale.
Simona Baldanzi porta bene il suo nome, accanto a una presenza calma, pacata se ne affianca un'altra decisa, determinata. Serena e riflessiva, abituata a prendere la parola, ma scevra da enfasi, dopo un suo intervento e quello del collega trova spesso qualcosa da aggiungere. Mai un appunto banale o scontato. 

Lui a differenza di Simona che é una donna dei monti, viene dal mare e ne porta con sé la solarità. Da quel magnifico Mare Nostrum che mi culla nei ricordi, il mare delle isole toscane, da Capraia a Gorgona, dal Giglio a Giannutri fino alla magica e sempre sorprendente Isola d'Elba. 
Alberto Prunetti é nato qui. Non in mezzo al mare, sull'isola d'Elba, ma sulla terraferma di fronte all'isola, nella molto meno ridente e poco turistica Piombino, geograficamente nota per i traghetti che da qui partono per Portoferraio e economicamente conosciuta per le acciaierie fonte di impiego locale. 
Se non ho frainteso, Alberto cresce a Scarlino, "mitica" patria dei fanghi rossi, brutti da vedere e inquinanti da morire.
Manca al suo palmares un soggiorno a Rosignano Solvay con le sue spiagge bianche e il mare dal colore che fa concorrenza ai Tropici. Ma ahimè non é tutto oro quello che riluce e il candore della sabbia non é dovuto a milioni di conchiglie frantumate.
Neppure l'ombra di una,  totale assenza di alghe o di pesci.
Le spiagge riluccicano e splendono grazie alla soda.
"Mille cose risolve per te bicarbonato Solvay"( pubblicità anima nera del commercio)
Dice che sia ottimo per digerire, ma certi scempi sono difficili da far andar giù.
Con Alberto Prunetti ci si immerge nel mondo della industria chimica, seguendo in un doppio cammino, la ricostruzione del periplo di suo padre nei vari siti italiani in cui ha lavorato, lasciandoci un pezzo di salute e l'evoluzione fisica di quest'uomo, vittima dell'amianto, fino alla totale perdita della vita.
Il suo libro, dal titolo " Amianto. Una storia operaia ", é un romanzo che diventa lo strumento per ottenere il riconoscimento della malattia professionale, causa della morte di suo padre.
Lo strumento per liberare dal senso di colpa legato alla malattia chi é malato o chi ci vive accanto.
Lo strumento per elaborare il lutto.
Potere salvifico della scrittura, anche se occorrono cinque anni per scrivere il libro!
Forte di questa lunga gestazione Alberto Prunetti trova facilmente le parole per incoraggiare un lettore francese che ha vissuto una storia analoga alla sua e gli confessa di non trovare il coraggio per aprire la prima pagina.
Il momento giusto arriverà pure per lui. 

Due ore e mezzo di un incontro che corrono, leggere.Non perdo una parola di quanto viene detto nel mio idioma e non ne perdo una neppure di quelle che escono dalla bocca di Judith Obert che assicura la traduzione delle risposte di Prunetti.
Madame Obert lascia a bocca aperta quando riprende il filo della matassa che Alberto ha srotolato.
Sono impressionata dalla sua capacità di riprodurre il pensiero dell'autore anche quando é lunghissimo, perche-ops! - Alberto preso dall'entusiasmo non si é reso conto di essere partito per una lunga "tirade". 

I due romanzi appartengono alla narrativa working class, scritti da chi di questo mondo ne fa parte e che lo racconta appunto dal di dentro, mescolando generi e partendo da esperienze proprie.
Non necessariamente deve essere una narrativa del lavoro o del precariato, ma la narrativa della classe operaia che si riappropria del diritto di raccontarsi.
-Ma la classe operaia non esiste più !-sembra concordare un gran numero di persone, polemizza Alberto
-ma cos’é poi la classe ?-gli chiedono altri
-La classe é nel tuo DNA -ribatte Alberto Prunetti
Non posso che concordare con lui. 

mardi 12 novembre 2019

Trent'anni di Muro

Per diversi anni la parola “guerra” è stata legata in maniera quasi indissociabile all’idea di libro di Storia.
Dalle puniche, fino alle più recenti ottocentesche di Indipendenza e alle novecentesche Prima e Seconda guerra mondiale, le guerre avevano il loro riconoscimento e statuto grazie al manuale scolastico. 
E il grande privilegio di appartenere al passato.
Lontane nel tempo rispetto al mio piccolo mondo pacifico e a quando sono venuta al mondo, lontane da me.
Quanto meno è quello che allora immaginavo.
Distanziamento e ottica diversa poi modificano l’immagine e in più, come sempre l’idea di ritrovare un filo, avvolgere la matassa ha fatto sì che pure loro si siano intrufolate nel mio universo:
La Seconda guerra mondiale si è colorata con la storia di casa e i racconti dei familiari che la avevano vissuta in diretta: babbo, medico, prigioniero dei tedeschi in carcere alle Murate a Firenze, partigiano alla macchia e difensore delle Convenzioni di Ginevra….  mamma ventenne e marginalmente toccata dalla guerra, sfollata in campagna nel feudo di suo nonno, il passaggio del fronte, gli americani, quasi un clima festoso da scampagnata dovuto all’incoscienza e alle condizioni limitatamente difficili, fino alla notizia della tragica morte del cugino, vittima assurda di un rastrellamento dai colori cangianti.
La Prima guerra mondiale con i ricordi di mio padre bimbetto, la sua spilletta bandierina effige del periodo bellico strappatagli dal cappottino e quelli del nonno aviatore: che “se doveva morire, meglio in aria che nelle trincee vittima anche dei pidocchi”.
Quanto alle Guerre d’Indipendenza entrano nella storia di famiglia con la spedizione dei Mille e il famoso prozio Carlo, garibaldino.
Dalle guerre Puniche prendo tutte le distanze. Faccio persino fatica a ricordarmi che si saldarono con un Tre a Zero a favore di Roma, forse perché, che io sappia, non avevamo né Scipioni né Annibali tra gli antenati.
1945- Fine delle Guerra, fine delle guerre. (o almeno fine sul mio manuale scolastico)
Epoca di pseudo pace. 
Le guerre pullulavano invece piano piano intorno. Piccole, lontane, non più mondiali ma non per questo meno destabilizzanti. 
E su tutte la guerra fredda. 

Lei sì che ha fatto parte della mia seconda infanzia.
Ma era fredda (e quelle guerre che scaldava e accendeva parevano remote anni-luce)
Lei, e il “muro” che è cresciuto con me mi appartengono e sono Storia.

Il “muro” oramai un’idea astratta, di divisione selvaggia, di vergogna, di un mondo lontano è stato per me e quelli della generazione mia e limitrofe una realtà tangibile.
Presenza costante nelle notizie durante i suoi 28 anni di vita per le tante morti di cui è stata la causa.
Dal giorno della sua creazione fino a quello della sua distruzione i tentativi di fuga per superarlo da est a ovest sono stati innumerevoli e non sempre coronati da successo.
Lo ricordo come prova tangibile e scottante della separazione tra la Berlino dell’ovest e la Berlino dell’est di quel mondo oltre cortina, fumoso e grigio, anzi nero di carbone.
Ha popolato il mio immaginario fin quando non ho potuto “vederlo”, benché oramai distrutto, e cercare di chiudere io pure una pagina della Storia a modo mio, con un senso pero’ di malcelata delusione, difficile da spiegare.
Quei miseri resti, quasi invisibili non mi parlavano del Muro e di quello che aveva significato.

I programmi radiofonici in memoria dei trent’anni dalla caduta del muro, quel 9 novembre 1989 si sprecano e mi fanno rituffare indietro nel tempo.
Ecco riapparire la Germania dell’Est, la RDT, grande vincitrice ai giochi olimpici dell’epoca, con le lanciatrici del peso e del giavellotto che mi impressionavano per la loro scarsa femminilità, confortandomi nell’idea che il mio disamore per lo sport era giusto e sacrosanto: avevo ben ragione a non fare sforzi ginnici.
Le testimonianze dell’orrore e dei traumi subiti dalle povere atlete dopate riportano a galla vecchie storie e si colorano di una nuova triste luce. All’epoca nessun dubbio che le gagliarde atlete che salivano sul podio fossero alimentate non certo con omogenizzati al plasmon bensì con ormoni steroidi, ma il pensiero si fermava là, con la conclusione magari che a tutto c’è un prezzo, che ogni medaglia ha il suo rovescio e la loro non faceva eccezione!
Le conseguenze, i drammi futuri non erano cosi palpabili.
I nodi sono man mano venuti al pettine, i capelli son caduti e agli atleti é svanita pure l’idea che allenatori e Stato si sforzassero per realizzare il loro bene.

Blocco le riflessioni e passo alla domanda fatidica. 
Dove ero quel 9 novembre? 
Come mi è giunta la notizia? Cosa facevo?
Non ho davanti agli occhi visioni di dirette TV, piuttosto un vago souvenir della prima pagina dei giornali, suppongo dunque del giorno dopo e questa immagine, non so se creata dalla mia fantasia, di un’onda gigantesca, una fiumana di anime in marcia che travalica un muro e avanza alla scoperta di un “nuovo mondo” 
I contorni visivi sono flou ma il ricordo della caduta improvvisa e inattesa del muro è nitida.
Nitida come la silhouette della mia primogenita che seguo con lo sguardo dalla finestra mentre rientra da scuola. 9 anni infilati in un giaccone- cappottino tre quarti di tessuto di lana blu con delle profilature verde mela.
Chissà se a scuola hanno parlato del muro?
Ora ne parleremo noi due, nei nostri tête à tête di pranzo.
9 anni l’11 novembre mentre Rostropovich, suona con lo stradivari sotto il muro di Berlino, a
casa intanto io decoro la torta al cioccolato, fedele emblema di ogni compleanno dei miei bambini, il babbo affetta il vitello per coprirlo di salsa tonnata e tutti siamo pronti a cantare senza accompagnamento di violoncelli TANTI AUGURI a te…..

Senza ancora rendercene conto un’era è finita, mentre ci avviciniamo all’ultimo decennio del secolo scorso.
Il Muro è caduto, aprendo le frontiere, trascinando con sé tutto un sistema e il nostro familiare pure.
 Ci apprestiamo a festeggiare l’ultimo compleanno di uno dei bimbi sul “patrio suolo”, ma nessuno ne ha la consapevolezza.
Le frontiere, chiuse solo dal muro della mia ostinazione, cedono, gli orizzonti diventano grandi, i cieli a turno blu e bassi e azzurri e luminosi.
Joyeux anniversaire my Girl!

mardi 18 juin 2019

Bello e impossibile!

Ho ritracciato quello che scrivo, racconto,  ricordo intorno a questo 18 giugno, fin dal resoconto su richiesta, l'anno delle nozze.
Credevo fosse il primo testo augurio , ma, ERRORE, era il secondo, via Glob.
In effetti il primo 18 giugno P.G.N. (post Glob natum) é quello del 2011.
Meno male che fedele al dubito, ergo sum, ho controllato meglio.
Ricordi, ricordi, ricordi, che a me fanno sorridere, intristiscono altri, ma che non sempre arrivano pero' nelle orecchie di destinazione del diretto interessato.
O almeno questo é il mio dubbio.
Oggi é un nuovo birthday canadese, non certo della prima serie, a Ottawa, in 711 Island park drive.
Mitica dimora, nel cui giardino ho fatto conoscenza con le temibili zanzare che già imperversano nel primo pomeriggio.
Oramai sono comuni e banali, ma un tempo le zanzare si manifestavano sul far della sera.
Avevano probabilmente dei sindacati che le inquadravano per le ore di lavoro, niente turni da catena di montaggio no-stop, come ora.
STOP!
Divago. lasciamo da parte zanzare, casa di Ottawa e festicciole di compleanni.
Per il momento, non era ancora nato. a quest'ora io avevo avuto  le prime avvisaglie, avevo svegliato C.V., annunciato che avrebbe saltato il lavoro e probabilmente mi stavo preparando per andare in clinica.
Ho qualche ricordo del tragitto in auto, la vecchia (allora giovane) RITMO bianca, brutta da morire come estetica, ma pratica , spaziosa. Il ponte sul Ticino, io che attaccata alla maniglia contavo la durata delle contrazioni, sempre più ravvicinate.
C.V. al volante, la sorellina seduta dietro sul suo seggiolino ultra safe di marca americana, rientrato con noi e le varie masserizie dagli U.S.A.
Saranno state circa le 11 quando sono entrata in una cameretta della Clinica san Gaudenzio, dopo aver lasciato la primogenita alla nonna in via Buonarroti 10.
La casa esiste sempre, ma chissà chi ci abita ora. In compenso in via Buonarroti 40 abita tua sorella.
La città non é la stessa, d'accordo....ma era sempre un piccolo clin d'oeil!
E poi tutto a rotta di collo e alle 13 e rotti eri nato.
Bello, bellissimo, come appaiono i bebè alle loro mamme....
Poi sei cresciuto sempre bello e ......impossibile.
e Gianna ha scritto per te.
Io pure!!!





dimanche 16 juin 2019

Dani Chris la lune et Marseille

Marseille à nos pieds, ou du moins cette a été l’impression depuis qu’on s’est retrouvé derrière la Mairie, au vieux port.
En effet c’est nous qui étions à ses pieds entre la « bonne mère » qui nous regardait dès sa hauteur, et l’ex hôtel dieu, devenu hôtel Continental à 5 étoiles, qui dominait sur nous ; seul le ferry-boat, à notre niveau, nous clignait des yeux.
Petit à petit tout le monde est arrivé, Ie Prosecco Carli, de rigueur chez les Dafarra-Pitiot a coulé dans les flutes …et la fête a commencé. 
20 ans de mariage ! Ça se fête : occasion à partager avec les amis, et Dani et Chris ne s’en privent pas.
Apéro terminé (avec Dani déjà émue) on s’approche de la mer. Sur le quai juste en face de la Mairie nous attendons de pouvoir embarquer sur le grand catamaran qui nous promènera le long de la cote.
Comte de Montecristo seras tu dans les flots en train de t’en fuir du Château d’IF ? 
La mer est calme, pas trop de vent, qui en tout cas mollit au fur et à mesure que le soleil se couche. 
On est au mouillage à l’abri du Frioul tandis que le ciel s’enflamme et la queue pour le diner se forme et s’allonge. 
Qu’il est beau d’être ensemble, de faire de retrouvailles, de nouvelles connaissances, de partager ces moments de bonheur !
Le retour au port, la nuit tombée, a quelque chose de magique : la presque pleine lune est un phare dans le ciel, l’illumination du MUCEM surprenante, les lumières des immeubles et de la ville captivantes.
Sorte de musique ensorcelante, qui comme les notes d’une flute enchantée nous guident à quai.
On amarre à nouveau devant la mairie et je ne peux pas m’empêcher (comme tout au long de la promenade en mer) de songer à mon enfance, à mes vacances en bateau (depuis mes 6 ans jusqu’à mon mariage), à ce même emplacement où amarrait le voilier de mes parents…. Juste hier le jour anniversaire de leur mariage.
Comme toujours la boucle est bouclée.
On se quitte sur le quai, les étoiles, bien plus que cinq, dans les yeux.


Merci Dani et Chris pour ces beaux moments de bonheur qui vous nous offrez. Un petit poème en version double pour chacun de vous deux. 

Lei è sempre di rincorsa, donna super occupata
in-Dafarra-tissima il suo nome, fin da quando l’ho incontrata.
Sempre "hyper-occupée" come dice il suo messaggio se al telefono risponde o è miracolo o miraggio!
Scuola, casa, yoga, amiche e poi pure i suoi V.G., nonostante i grandi impegni trova il tempo e dice SI.
Son vent’anni che l’ha detto al buon Chris, sposo paziente,
lui l’ascolta e l’asseconda, lei supporta e dice niente.
quando sola a casa resta con ben più di una figlia
mentre lui é per lavoro o per correr venti miglia!
Una coppia molto glamour, dal sorriso coinvolgente
sulla spyder rosso fuoco ben abbagliano la gente.
Ma soprattutto i loro amici devon dirsi fortunati
sia da Chris che da Dani sono tutti molto amati.
Generosi di natura loro amano il partage,
W Chris e W Dani e “leur 20 ans de mariage!”



   Jamais au calme, elle court toute la journée,
   in-Dafarra-tissima est son nom depuis qu’on s’est rencontrées.
      Toujours hyper occupée comme débite son message, 
       si elle décroche à tout hasard, c’est un miracle ou un mirage. 
    Entre école, maison, copines et aussi ses tant V.G.,
    trouve le temps pour dire OUI sans l’ajout d’aucun MAIS.
    
   Pour dire Oui à son Chris, le meilleur époux au monde, 
    bienveillant, doux et calme, lui l’écoute et la seconde,    
    elle aussi est à ses côtés  s’occupant de famille
    lorsqu’il part pour le travail ou pour la dure Vingt mille. 
   En vadrouilles par les collines sur leur spider, 
   au volant  qu’il est beau ce couple glamour, au sourire étincelant !
  
    Mais quelle chance ont leurs amis de les avoir rencontrés, 
   car par Chris et par Dani ils sont tous bien aimés. 
   Leur nature généreuse, sous le signe du partage 
   nous fait dire vive les époux et leur 20 ans de mariage.  

mardi 16 avril 2019

Le temps de cathédrales ?

Est-il-fini le temps de cathédrales ? Ou bien va-t-il redémarrer ?
Les cendres de Notre-Dame de Paris sont-elles la preuve tangible d’un effondrement de l’Église Catholique, après tant de scandales et de séismes qui l’ont secouée ou bien « un signe », le signe d’un espoir de renouveau ?
Les cendres du carême donc pour arriver à la Pâques de Résurrection ?
En tout cas du renouveau demeure nécessaire à tous les niveaux, pour l’église en pierre et bois et l’Église de « Pierre ».

Nous sommes confrontés à une véritable semaine de la Passion, démarrée par cet incendie qui a partiellement détruit la Cathédrale de Notre-Dame, emblème de la chrétienté.
Cathédrale liée à l’histoire de France et symbole de nos racines européennes.
Abasourdie, j’ai lu la nouvelle qui, annoncée par un bip, m’est rapidement arrivée par le réseau téléphonique, sans que véritablement je sois capable de comprendre l’ampleur de ce qui se passait.
Le réveil ce matin, plus réel et moins amère : le feu avait été maitrisé, beaucoup de trésors de Notre-Dame sauvés, la cathédrale durement blessée mais toujours debout. 
Les pompiers ont fait des miracles, le Ciel en a fait d’autres.

vendredi 22 mars 2019

A B C pour ne rien oublier

A B(e) C (e)…….
Auguri ma Copine Bien Aimée !
Il faut remettre ordre dans l’abécédaire. 
Je vais me mettre au travail en ton honneur                            
Pas de violon, je serai sincère
...et je serai à la hauteur, n’aies pas peur !

A comme AUGURI c’est un bon démarrage! (pour rendre hommage aussi à mon langage) 
B de BASTINGAGE qui me tient
C pour ma « COPINE tu t’en souviens ? »
D de DIANTRE quel DNA ! (Mais...zut, n’en parlons pas) 
E d’EDITH, un prénom anglo-saxon, nous dit l’érudite
FAUDRA-il les rappeler tous les mots que tu m’as enseignés ?
G comme GALLION mix d’une poule et d’un lion
H de HELAS!!! l’erreur de frappe qui te dépasse
I d’ITALIE, mon super beau pays (et tu n’as rien à dire)
J de « JE sais JE sais », comme tu aimes répéter 
K de KIF KIF tu n’en penses pas moins ma copine du « pif »
L de LABO, on s’amuse il est vrai mais tout n’est pas beau 
M de MARSEILLE, la ville, en revanche, la plus belle.
N de NIAISERIE, ce n’est pas ce mot que pour toi j’ai choisi
O de OPPOSE’, comme ça tout est expliqué
P pour POLITIQUEMENT INCORRECT (E), le mot crée pour ma copinette !
Q de QUATUOR, à 4 on sniffe et ce n’est pas de l’or
R de REBECCA il n’y en a qu’une qui s’appelle comme ça
S de SOPHIE la sagesse qui n’a pas de prix
T de TANTI auguri/ TOUS mes vœux, au cas où on l’ait oublié !
U de UNICITE’, c’est bien cela ta spécificité 
V de VAUT MIEUX en terminer avant que tu ne m’envoies sKier
W de WATT 60 ta vraie puissance, qui n’offre pas de résistance 
X de XENOPHILIE, étant donné que je suis ton amie
Y de YOU avec Tube ou sans tube mais SOLO TU - ONLY YOU
Z de ZUT c’est fini !.... SERAS tu toujours mon amie ?


Versifier dans ton langage a terni mon beau plumage
Ma tête s’est mise à tourner et s’est presque dévissée ….

Ma chère Edith je reprends mes esprits, mais pas facile de composer quelque chose en ton honneur, cherchant à te présenter des voeux différents en essayant de respecter l’ordre alphabétique et de faire la rime en même temps.
En tout cas c’est la pensée et l’effort qui comptent !
MOI, je n’oublie pas (pour le moment) et je me différencie toujours.
Mais SOLO TU-  ONLY YOU…
impossible de charger la vidéo des Platters, politiquement correcte  car ni de l’italien, ni du français.
Tu devras donc te contenter des Matia Bazar.
Auguri di cuore ma chère Amie et que le début de ton nouveau lustre soit plein d'Allégresse, de Bonheur, de Complicité, de Dynamisme.......
(C'est bon dacc...je ne vais pas repartir ...) d'Edith