Sensibile alla lingua, ai suoi mutamenti, alla sua evoluzione, sono in ogni caso refrattaria all’abuso che si fa dei termini stranieri, usati e riusati pure a sproposito e a maggior ragione quanto tutto ciò avviene in uno spazio che esula dal privato.
Frutto dei miei lunghi soggiorni all’estero è la contaminazione linguistica dovuta all’uso scomposto e indeterminato delle varie lingue. La conseguenza è che a volte anche dalla mia bocca esce un melting-pot come è accaduto ai miei figli.
Non è per snobismo, giusto l’utilizzo della lingua che avevo a portata di mano che prende il sopravvento.
È poi inequivocabile che certi termini stranieri siano di maggior effetto e immediati.
Stop-it!
Chiedo venia.
Illustrativa la risposta di mia figlia, a quattro anni, alla domanda materna quotidiana
“ Che cosa hai mangiato oggi a scuola?”
“ Instead of un budino j’ai mangé una compote di pomme »
Niente male. Tre lingue per una misera frase di undici parole.
In compenso io ero rassicurata, qualcosa aveva ingurgitato.
Di parole straniere o espressioni, nel mirino ne ho non poche e potessi eliminarle con un clic, premerei senza indugio sul grilletto.
Stepchild adoption tra le tante è una che mi ha procurato un furioso attacco d’orticaria.
L’adozione del figlio del compagno/a(in caso di unioni civili) o coniuge (in caso di matrimonio) sembra essere stato prima di tutto un problema di forma.
Problema non facilmente risolvibile.
Scartata la più immediata “adozione del figliastro”: la connotazione negativa del suffisso “astro” non ha lasciato spazio a dubbi e prima di mettere al lavoro le menti del gruppo Incipit dell’Accademia della crusca per trovare un’alternativa al termine reietto, il problema è stato ovviato facendo ricorso alla lingua straniera: all’inglese of course.
E se a qualcuno poco domestico con la lingua inglese venisse in mente di tradurre of course, con l’assonante “di corsa”, giammai mi sentirei in dovere di estrarre dal mio astuccio la matita rossa e blu e sottolineare lo sbaglio.
Of course/naturalmente, avrebbe commesso un errore ma infinitamente minore di chi ha voluto propinare all’orecchio italico la stepchild adoption.
Sfido chiunque a negare che l’Italia governativa faccia ricorso a termini stranieri di lingua inglese al trotto, al galoppo, e disgraziatamente senza saper tenere le redini in mano.
Stepchild adoption, una formula esotica? fumosa?
Poco importa se coniata per esprimere lo stesso concetto ma con parole straniere la cui interpretazione sfugge ma non turba o per imbrogliare le piste.
Pensare che utilizzare il termine straniero sia più « politically correct » mi lascia molto perplessa.
A ben riflettere allora mi dico che se la scelta voleva essere un addolcimento della parola probabilmente i nostri esterofili hanno commesso un errore di fondo.
Stepchild è in tutto e per tutto l’equivalente di figliastro.
Solo per chi conosce male l’inglese la prima evocazione è lo step per ginnastica aerobica, lo scalino o il passo.
Siamo chiari step sta a stepchild come pane sta a panegirico.
Ovvero nessun legame semantico tra i due termini.
Forse, se si voleva ovviare alla connotazione negativa di figliastro ricorrendo ad altra lingua perché non scegliere l’equivalente francese?
Avremmo ottenuto una formula assolutamente positiva.
“L’adoption du beau-fils” o “de la belle-fille” o più genericamente “l'adoption des beaux-enfants”.
Certo che poi magari anche questa formula mal tradotta avrebbe potuto dare luogo a spiacevoli equivoci....per chi magari ignora che i figliastri in Francia si chiamano cosi e non sono certo catalogati con criteri di avvenenza.
Le lingue straniere possono essere un grosso handicap, quando non si conoscono.
E ancor più quando nonostante l’ignoranza si pretende di farne buon uso.
Vorrei giusto aggiungere che alla lista si può associare anche quei termini che sono volati nell'aria, sono ricaduti nelle orecchie ignare e incaute, sono state fagocitati e mal digeriti e quando risputati, nel dubbio (ammesso che si dubiti), sono state anglicizzati nella pronuncia.
Una parola straniera “cool” è indiscutibilmente british!
E allora il nostro tirocinio, apprendistato o praticantato, a seconda delle occasioni diventa più facilmente « stage ».
Sullo stage alla francese, poiché con il significato menzionato la parola esce dal Larousse, non avrei nulla da eccepire; non è il caso di « steig » ( con la g dolce di gelato)che invece invade l’etere.
Confesso che non mi privo del piacere di riprendere chi ha usato a sproposito il termine, spiegando che « steig » cosi come pronunciato é ben british, ma significa ahimè « palcoscenico, scena »
Meglio spengere le luci, stendere un velo pietoso e uscire di scena il prima possibile.
perché...
... racconto spinta da una brezza leggera
... spiffero in tutto le accezioni del termine
... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum
... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi
... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente
e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me
... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!
... "if" Kipling
... "if" allora "dubito ergo sum"
Aucun commentaire:
Enregistrer un commentaire