perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


jeudi 31 décembre 2020

NUOVE RIFLESSIONI

Il 2020 sta vivendo le sue ultime ore di vita prima di lasciarci per la gioia del 99 e rotti % della popolazione.

Vorrei spendere qualche parola in favore di questo povero anno bistrattato e non per colpa sua.

Certo è stato un anno tragico e devastante, ma lui che colpa ne ha?

Nessuna.

In compenso sono certa che un’altra nonna come me ricorderà questo 2020 come un anno degno di nota positiva.

Una nonna che aveva perso ogni speranza di diventarlo; di avere un nipotino da trastullare, e che è oltretutto riuscita a goderselo appieno grazie al confinamento.

Io dall’alto dei miei cinque nipotini: tre maschietti e due femminucce, cosa avrei potuto aggiungere di nuovo?

Una nuova femminuccia per un pareggio?

Un nuovo maschietto?

Mi sono arrivati due magnifici gemelli che hanno mantenuto il vantaggio maschile senza perturbare troppo gli equilibri.

Nella famiglia di origine statu quo e par condicio.

E per me la grande novità dei gemelli.

Due esserini meravigliosi, nati con molto anticipo tanto che al primo giro ad agosto ho potuto solo vedere la mamma.

Loro erano in ospedale e ci sono rimasti un mese.

Fortuna doppia per me che ho potuto raggiungere la loro mamma in un momento di distensione del confinamento e ancora approfittare della tregua settembrina per essere a casa con loro quando hanno lasciato l’ospedale.

Nel colmo della fortuna sono pure riuscita a traversare frontiere con il prezioso attestato di tampone negativo e a tornare a casa con un volo diretto.

Ho avuto diritto inoltre ad un mese di nipotini (i versagliesi) con tanto di madre al lavoro da remoto, per me molto presente perché da casa mia e che altrimenti non avrei potuto vedere per un così lungo periodo.

Di nuovo grazie al confinamento che aveva chiuso scuole e nidi.


Non credo si tratti di vedere la bottiglia mezza piena piuttosto che mezza vuota.

Magari di vederla mezza piena sapendo che l’altra metà me la sono già gustata.

Magari perché questo malefico virus ci ha pure insegnato qualcosa: a dare importanza alle cose che veramente ne hanno.

Riflessioni di fine anno....

Siamo quasi alle fine di questo 2020 deprecato, ingiuriato, bollato e marchiato con il fuoco degli anni bisesti super funesti e gravato del peso centenario che incomberebbe sugli anni 20 degli ultimi secoli, dalla peste di Marsiglia del 1720, al colera del 1820, alla Spagnola del 1920.

Che il 2020 sia un anno bisestile è un dato inoppugnabile, che tutti gli anni bisestili siano funesti più di altri anni sarebbe invece da dimostrare e quanto agli anni 20 di ogni secolo con le loro ricorrenti epidemie….diciamo che le date sono un po’ tirate per i capelli.

Vero che a Marsiglia la peste del 1720 iniziò a fine primavera di tale anno e causò un notevole numero di morti (benché sia “una pestina” rispetto a quella del 1348 immortalata nel Decameron), ma l’epidemia di colera del 1820, era iniziata ben prima e successivi focolai si sono spenti e accesi durante tutto il secolo, quanto alla Spagnola nel 1920 arrivava ormai alla fine.

Poi se vogliamo giocare con i numeri, cercarvi segni e trarre auspici perché no?

Sono io la prima perdermi in questi giochi, ma appunto sono giochi e li considero come tali.

Come la mia famosa serie dei nuovi decenni legati con un filo d’oro all’America.

Seventies 

Nel 1970 ebbe luogo il mio famoso primo viaggio negli Stati Uniti.

Viaggio mitico a differenti livelli e rimasto un pilastro.

L’oceano innanzi tutto non si varcava con la facilità con cui lo si trasvola al giorno d’oggi (beninteso ante Covid). Al di là delle possibili turbolenze e dei tanti ritardi che subì il nostro decollo alla partenza e l’atterraggio al ritorno, questo viaggio per lo più classificabile a uno stadio di sogno ebbe un valore inestimabile.

Il soggiorno di un lunghissimo mese in California coronò il sogno di tutte le ciliegine possibili e immaginabili.

Non può certo essere catalogato tra i tanti viaggi di cui ci si decide sfogliando cataloghi virtuali, si acquistano i biglietti con un clic e si prenotano gli hotel on line, si registra il tutto e hop si parte.

All’epoca non si usava così….e non solo.

Il viaggio era stato deciso dai miei genitori sulla base dei reiterati inviti di George, un vecchio amico riapparso all’orizzonte dopo anni di assenza in una nebulosa che lo aveva fatto temere passato a miglior vita.

George aveva lasciato NYC e si era stabilito a L.A., aveva passato nuovamente il BAR in California e qui esercitava con successo l’avvocatura; tra i vari cambiamenti si era aggiunto anche quello della consorte.

Tutti dettagli pressoché superflui per spiegare il perché del nostro viaggio e del nostro soggiorno in California di cui a cinquanta anni di distanza ho mantenuto intatto un ricordo meravigliosamente fatato. 

La partenza era avvenuta da Roma con destinazione Londra, che ci era stato ben precisato dovevamo designare come la nostra meta. Non ho mai capito il perché. Neppure fossimo spie, tanto più che eravamo muniti di rigorosissimo visto B-2 per entrare negli States. Arrivo a notte inoltrata, trasferta in pullman fino all’ hotel che lasciammo alle prime luci dell’alba di una giornata di fine luglio, pieni di sonno, per recarci all’aeroporto di Luton.

A Luton trascorremmo praticamente la giornata scolando Guinness nell’attesa di imbarcarci su un aereo, dopo che il primo aveva avuto un problema, il secondo pure e infine il terzo, un residuato bellico a dir poco, ci aveva accolti nel suo grembo.

Facevamo parte di un charter organizzato dalla Church of Saint Joseph o qualche altro santo di quelli “maggiori” a molteplici stelle, muniti di un tesserino rosa che ci qualificava come membri o fedeli parrocchiani.

La maggior parte degli imbarcati sul volo andavano dal paesello a trovare i familiari che avevano probabilmente fatto fortuna overseas.

Diciamo che ben poco ci accomunava a questa folla in parte con la testa coperta da pezzuole nere.

Sia ben chiaro non sto parlando di foulard di più recente attualità, anche perché non sarebbero stati in linea con l’immagine delle devote dei vari santi Pietro, Francesco e via discorrendo.

Arrivammo come Dio volle e di questo atterraggio non ho memoria.

Solo di quello di ritorno a Ciampino il 1° settembre. 

Saremmo dovuti arrivare alle prime luci del giorno ma il rientro fu ritardato per colpa della nebbia.

Si, nebbia a Ciampino il 1° settembre! pura realtà, e non un volo pindarico della mia fantasia, che ci costrinse ad un atterraggio a Genova dove rimanemmo accampati in una squallida stanza in stand by per ore.

L’unica nota piacevole mista alla stanchezza e alla voglia di un caffè erano le note che fuoriuscivano da un mangianastri sparate a ripetizione.

Ancor oggi le note di El Condor Pasa e Simon & Garfunkel mi fanno volare ALTO e mi provocano un’emozione incredibile.

Torno ad avere 16 anni con gli occhi pieni di stelle e non posso aggiungere altro.

Nel decennio in corso ci sono stati altri viaggi negli Stati Uniti, belli, interessanti e l’ultimo quello del ’78 sicuramente memorabile, ma mai capaci di raggiungere la magia del primo.

Eighties

Gennaio 1980 segnò la nostra partenza per gli Stati Uniti, con un volo di linea e in business class, accompagnati da un baule con dentro la pentola a pressione tra le poche masserizie.

Volo in pratica di sola andata per me e C.V. (Compagno di Volo e oramai pure di Vita da qualche mese).
Ritornammo infine ben oltre un anno dopo e in tre

Gli anni ottanta furono molto sedentari, dopo la primogenita, arrivò il secondogenito e poi la terzogenita.

La sola idea di spostarmi mi creava allergia

 

Nineties

Gli anni ottanta stavano per cedere il passo al nuovo decennio e la mia vita scorreva tra bebè, pannolini, camicini, impegni scolastici nella ridente Cardano al Campo, in cui avevo finito per trovare un misero spazio e quasi adattarmi (questione di sopravvivenza).

C.V. dal canto suo fremeva. Voglia di nuovi spazi e un bel giorno mi propose, cautamente, molto cautamente, quasi per sondare…             “E se ci traferissimo in Canada?”

Scoppiai a ridere e molto seraficamente risposi “Non se ne parla neppure per scherzo”.

Ma C.V. non scherzava.

Nonostante correnti avverse che gli mettevano bastoni tra le ruote, lui sperava e sognava di varcare nuovamente l’oceano.

Io ci sarei sprofondata!

E iniziai a sprofondare in una sorta di angoscia.

Me ne ripresi però prontamente vedendo C.V. deprimere sempre più e iniziai a tifare per quel paese che per me era solo una banda grigia sopra gli Stati Uniti.

Una sera di dicembre mentre C.V. stentava a prender sonno, vedendo sempre più allontanarsi il suo Canada, io sobbalzai nel letto e con sicurezza da “illuminata” gli annunciai.

“Sono certa: riuscirai a partire. 1970. 1980. 1990”

Nuovo decennio e nuova America.

Il 7 gennaio 1990 C.V. partiva in avanscoperta. 

Noi quattro rimasti in attesa della fumata bianca seguimmo due mesi dopo. 

Volo di linea, business class, e ventitré colli in stiva.

 

2000

Il nuovo millennio ci ha trovati impiantati in Francia già da ben otto anni.

L’epopea nel continente americano si era conclusa ad autunno 1991 per stupide scelte del governo canadese, che dopo aver cancellato il programma per il quale eravamo partiti e aver pagato un sacco di penalità per la rottura del contratto, aveva poi successivamente ricomprato il prodotto…too late!

La vecchia Europa ritrovata iniziava a starmi stretta e sarei partita volentieri in qualche nuovo paese da scoprire.

Il 2000 non portò una nuova America ….ma questa è un’altra storia e in realtà in un certo senso la portò.

Mi accontento della serie dei tre decenni, i secoli non sono alla mia portata.

…e per 2000, 2010 2020 troverò un altro filo conduttore.

Per il momento tête à tête avec C.V.  

Champagne à Volonté!

lundi 14 décembre 2020

RADIO MAGISTRA

La radio!

Grande compagna delle mie giornate, dei miei spostamenti in auto, delle mie mattinate o pomeriggi seduta al computer nella veranda, o nel mio atelier polivalente.

Grande scuola di pensiero, di immagini, di lingua.

Ascolto notizie che mi fanno riflettere, mi spingono a pormi domande, a cercare risposte; ogni tanto mi fanno pure volare lontana con il pensiero.

Compio allora viaggi onirici e virtuali che mi conducono a migliaia di leghe di distanza nello spazio e nel tempo, salvo ripiombare a terra a piè pari scossa dal suono di un jingle.

Il grande pregio della radio con le sue note in bianco e nero è di permettere la scelta cromatica preferita con le tonalità che uno predilige a seconda dei gusti o dell’umore.

Senza immagini fuorvianti l’orecchio si concentra sulla notizia e l’occhio sulla strada.

Opzione tutt’altro che trascurabile quando si sta guidando.

La radio ha avuto in ogni caso una funzione profondamente educativa nella mia vita: grazie a lei ho perfezionato o forse più semplicemente migliorato la conoscenza delle lingue, soprattutto della lingua francese.

Appena arrivata nell’ Hexagone mi sono ritrovata a rispolverare un francese arrugginito e contaminato da anni di inglese in fase di lenta e faticosa digestione.

Et voilà le Français qui resurgit.

 

Per rifarmi l’orecchio, considerato il tempo che trascorrevo in auto niente di meglio che sintonizzarmi su qualche bella stazioncina radiofonica.

A forza di pigiare tasti e girare rotelline ero riuscita a sintonizzarmi sull’allora giovanissima France-Info.

Non aveva ancora compiuto un lustro, ma già brillava bene e alle mie orecchie suonava ancora meglio, con la sua precipua particolarità di ripetere le notizie a ritmo cadenzato. 

Telegrafiche, sintetiche o approfondite, le news sfornate ogni ics minuti ribadivano le stesse parole chiave, e a me si aprivano porte: quelle della comprensione.

La lingua francese suona in maniera abbastanza complicata ed è difficile da essere riprodotta graficamente, basti pensare a un semplice “parlé” (scrivo il suono come percuote il timpano) che può avere tante facce: dall’infinito parler, alle varie forme verbali parlais, parlait, parlai, parlé, parlée, tutte pronunciate nello stesso modo ma scritte e tradotte differentemente.

L’esempio è classico e banale e soprattutto ha la particolarità di rimanere nello stesso campo lessicale, anzi ancor più precisamente nell’ambito della coniugazione di un solo verbo.

Ma che dire, fare e soprattutto comprendere quando le parole suonano in un certo modo ed hanno facce totalmente diverse?

Solo la ricchezza del proprio vocabolario può salvare e aiutare nella comprensione, ancor più quando il contesto non risulti troppo chiaro.

Penso sempre alla famosa garde des seaux, la guardiana dei secchi, come rimbombava nel mio orecchio quel « lagardedeso’ »

Ammetto che mi riusciva difficile visualizzare questa guardiana.

Di quali secchi poteva mai trattarsi? Forte dubbio che parlassero di secchi per mocio vileda o altri secchi privi di marca.

Forse una pastorella? Attenta a che nessuno le portasse via i secchi di latte munto?

Questa bucolica immagine mi sorrideva già di più ma onestamente mi sembrava un po’ fuori contesto, nonostante la situazione precisa sfuggisse alla mia comprensione. L’accostamento alla notizia della radio che citava nomi di ministri donne mi pareva quantomeno incongruo.

Fuori luogo che si trattasse del ministero delle pulizie che non esiste, magari di quello dell’agricoltura con ovini e bovini annessi, già più plausibile, ma le due ministre in questione erano impegnate altrove.

Mi ci volle un bel po’ di tempo per decifrare.

Et lux fuit! 

Quando mi si accese la lampadina, fu un vero flash.

Elizabeth Guigou del governo Jospin non aveva nulla a che fare con le fattorie, era la garde des sceaux, (lagardedeso’ di nuovo) senza secchi ma con sigilli. Era la guardasigilli nel lontano 1997.

Tutto ad un tratto il termine assunse una connotazione più regale, “Plus Royal,”tanto che onestamente la memoria ha finito per creare uno dei miei tanti falsi storici che google si è ben affrettato a smentire. Alla fine mi ero convinta infatti che Madame Royal fosse lei la guardiana dei miei svarioni, mentre all’epoca dei fatti era invece ministro delegato all’insegnamento.

E di insegnamento io ne avevo proprio bisogno!

Regola numero uno: evitare di dare libero sfogo alla mia fantasia.

Regola numero due in dubio analizzare grammaticalmente, quando possibile, la mia traduzione mentale.

Regole cui mi sono puntualmente attenuta.

L’orange à la beurre (lorangialaber)

Non avevo mai sentito parlare di un piatto simile.

Gateau à l’orange, Canard à l’orange d’accordo ma “Arancio al burro”?

Saltato in padella? Con burro fuso?

Alt!

Se veramente si trattava di arancio con burro sarebbe stato l’orange au beurre,visto che burro è un nome maschile in entrambe le lingue.

Santa grammatica, aiuto infallibile, senza bisogno di scomodare anni di costruzioni latine analizzate e tradotte che hanno lasciato impronte indelebili nella mia vita.

Il ciclismo non è uno degli sport che seguo: ecco l’occasione però per conoscereLaurent Jalabert (lorangialaber) che macinava chilometri e non spremeva agrumi.

Nel campo sportivo la mia preferenza va di gran lunga alla vela rispetto a corse su pista o su strada.

In caso di strada opterei per “La route du Rhum” ( corsa transatlantica in solitario da St Malo alla Martinica).

Certo a poter scegliere, ancor meglio giungere a Cuba, il Rhum cubano è il mio favorito.

Oppure on the road per l’America’s cup, grande passione di mio padre che mi aveva aiutato a fare di questo soggetto il tema di una ricerca scolastica.

Ai tempi grande sconosciuta (e la vela come sport e ancor più l’America’s cup):nessuno ne parlava, la Luna Rossa doveva ancora sorgere e la mia insegnante che ignorava cosa fossero boma, randa, lasco e bolina, si era chiesta di cosa diavolo mai io parlassi. 

Come non appassionarsi per “Les vents des globes” (corsa questa intorno al mondo in solitario, senza scalo né assistenza). 

Dopo la prima edizione in 1989/90 e la seconda in 92/93 è diventata una regata quadriennale.

Di nascita troppo recente perché mi fosse nota, l’avevo scoperta in Francia alla sua seconda edizione, neppur un anno dopo il mio arrivo.

Per anni, fintanto che non ho applicato la regola numero 2, è rimasta nel mio immaginario come la corsa “dei vènti dei globi”.

La traduzione non mi aveva fatto sorgere il minimo dubbio.

Calzava a pennello!

Seguendo la mia fantasia tra zefiro scirocco, grecale, mistral tramontana, maestrale fino a venti lontani, quelli che soffiano dal 40° al 60°parallelo dell’emisfero meridionale, nelle fasce dei Roaring Forties , i quaranta ruggenti del Capo Horn, o dei Furious Fifties, i cinquanta urlanti fino agli Shrieking Sixties i sessanta stridenti dell’Antartide ho compiuto il giro del globo pure io.

Sulle ali della fantasia si viaggia proprio low cost, e come ci si libra bene.

Il ritorno su terra è un tantino sconcertante. Lo sanno i marinai che come sbarcano e mettono piedi sulla terraferma sono presi da ondeggiamenti, sbandamenti , vertigini tipici del mal di terra.

Il mio non è da meno.

Les Vents des globes mi ha fatto girare la testa, che improvvisamente si rimette a funzionare.

Forte del suo-mio “DUBITO ERGO SUM» i punti interrogativi incalzano.

Perché Globes al plurale? Quanti globi? Il globo non è uno?

Ma se è uno allora dovrebbe essere les vents du globe.

Maledetta grammatica!

Pian piano i regatanti raggiungono il punto di partenza e di arrivo alle Sables d’Olonne.

Google me lo mostra e scopro che si trova in Vandea, en Vandéé.

Les vents des globes risulta essere invece Le Vandée -Globe.

Una corsa dal titolo puramente fuorviante, molto, molto meno accattivante del titolo da me immaginato. Quello ufficiale però ha il merito di pubblicizzare la Vandea con il suo mare e non associarla solo a stragi e mare di sangue dei tempi della Rivoluzione Francese. 

 

Oramai il mio francese ha fatto passi da gigante riesco a sentire accenti gravi e acuti, a chiedere deux baguettes, senza sentirmi ribattere combien?

Quante? Accidenti! Voleva dire che non ne avevo chiesto “deux- due” ma “des-delle”.

 

Mi rilasso davanti a un video su youtube.

Ascolto la mini presentazione di un libro.

Poco più di tre minuti di filmato che mi catturano, ma passano cosi veloci che ascolto di nuovo e per gioco inserisco i sottotitoli della traduzione simultanea.

L’avessi mai fatto!

La mia attenzione è fuorviata dal testo che riproduce strane parole, qualche frasi assurda, sgrammaticata sino a un finale in cui l’omofonia ma non l’omografia del termine statue/statut (statua/statuto) porta il cervello elettronico a scrivere “il rischio di adorare gli statuti” parlando di idolatria. 

Al limite se si fosse parlato di Carlo Alberto avrebbe potuto dubitare tra statua del re o statuto Albertino.

Un vero quarantotto!

Chiara dimostrazione che i cervelli elettronici sono decerebrati, non ragionano e sono privi di logica oltre ad essere ignoranti.

Meglio utilizzare il proprio con tutti i suoi limiti e fantasie.

Ritorno lesta lesta al mio fedele apparecchio radiofonico per continuare il mio relax e a scanso di equivoci mi sintonizzo su Radio Classique, senza sforzi e senza stress.

mercredi 9 décembre 2020

DECORI NATALIZI

L’aria pungente dell’Inverno meteorologico, (la stagione per il momento corrisponde ancora ad un autunno ben inoltrato e quasi finito) annuncia l’imminente inizio dell’inverno astronomico.

I calendari dell’Avvento hanno già spalancato una buona parte delle finestrelle rivelando sorprese per tutti i gusti.

Remoti gli anni in cui dietro alle caselle numerate si celavano semplici immagini o tuttalpiù dolcetti al cioccolato per la gioia dei piccoli.

Oramai i calendari offrono molto di più.

Cioccolati scelti, caramelle, tè e infusi, liquori, birre, cosmetici con prezzi in escalation, fino a cifre da capogiro non solo per un calendario dell’avvento ma anche per un regalo di Natale.

Certo con alcuni calendari si può dire che è proprio Natale tutti i giorni, per ventiquattro giorni consecutivi.

…e poi il 25 cosa aspettarsi?

Lontani i tempi in cui mi chiedevo cosa avrei mai potuto trovare sotto l’albero e la domanda quest’anno non me la pongo neppure.

Intanto perché è oramai scevra di interesse e di senso tanto più che non ho nessuna intenzione di preparare l’albero.

L’assenza dei ragazzi grandi e piccoli, brillerebbe ancor più e incoraggerebbe la tristezza con il suo sottolineare la mancanza di caos casalingo.

È così arrivato, trascorso e passato l’8 dicembre, giornata ufficiale per l’inizio degli addobbi senza che le scatole con i decori di Natale siano state portate su dal garage in casa.

 

Unico segno visibile di questo Avvento le due candele che per il momento accendo alla sera, che diventeranno tre, poi quattro, per ogni nuova domenica che arriva.

Arriverà anche la capannuccia con i suoi “abitanti” quella non potrà mancare anche se non so se avrò voglia e coraggio di allestire il presepe in grande stile dentro al caminetto.

Per il momento ho preparato solo le tre ciotoline con il grano della Santa Barbara che dovrebbe germogliare e ornare la tavola natalizia per poi finire il 26 tra i decori del presepe.

Avrei dovuto metterlo a dimora il 4 dicembre, festa di Santa Barbara appunto, ma ho ritardato fino all’8 confidando nell’intervento dell’Immacolata.

Speriamo che le semenze siano ben protette e non risentano del ritardo….altrimenti sarà colpa del virus. 





Per l’albero se ci ripenso, ne posso utilizzare uno “molto ecologico” e pronto all'uso che ho trovato in collina, senza bisogno di sradicarlo (pur se non rischierebbe molto).

Ne ho catturata l’immagine con il telefono.
Rappresenta perfettamente il mio animo.







vendredi 27 novembre 2020

CONFINAMENTO CULINARIO

Siamo di nuovo confinati, ma oramai non è più una novità, non mi stupisco più, non sento il bisogno di sottolineare da quanto tempo le mura domestiche e il giardino sono il mio orizzonte quotidiano pur se inframezzato da squarci di cielo romano, una piccola pausa da aspetti poliedrici.

Ho smesso di contare ma non ho perso del tutto il conto.

Il nuovo confinamento ufficiale ha preso inizio un giovedì a mezzanotte, l’ultimo giovedì del mese di ottobre.

Lo ricordo perché stava per concludersi la seconda settimana delle vacanze scolastiche di Ognissanti; la mia amica aveva previsto per l’indomani venerdì un atelier al Museo Granet a beneficio di sua figlia e il programma saltava così miseramente.

Le scuole avrebbero riaperto i battenti lunedì 2 novembre e questa chiusura ben prima del w.e. (al sabato sarebbe stata già più tollerabile) l’aveva irritata profondamente.

Si trattava dunque di giovedì 29: il conteggio a ritroso non è troppo difficile.

Ecco un nuovo fantastico giovedì!

 

La notizia mi ha lasciata abbastanza indifferente scivolandomi addosso morbidamente; la non interferenza con i miei progetti, diciamolo pure, ha fatto una notevole differenza.

Programmi ne avevo ben pochi, gli unici di una certa rilevanza erano già naufragati per l’ostracismo di C.V. che aveva posto il veto a treni per la capitale e di trasferimenti in auto, neppure a parlarne: troppo lunghi.

La mia routine avrebbe potuto continuare secondo il suo ritmo cadenzato: casa, giardino, qualche supermercato rapido e per lo svago passeggiate in collina e il mio fisioterapista martedì e venerdì a Aix.

Le uscite per la spesa rimanevano consentite e quelle mediche pure per cui non avevo motivo di preoccuparmi che questo nuovo confinamento intralciasse il buon svolgimento della mia miserrima settimana.

Solo a descrivere, scrivere e soprattutto rileggermi sono colta da angoscia sconfinante in depressione.

Che piattume, che aridità, che orizzonte vuoto, abissale, sconfinato, da deserto.

Deserto dei Tartari.

Non so se mi sia concesso il paragone con l’epopea del tenente Drogo.

Incurante di una risposta che solo chi mi legge potrebbe darmi (e che comunque arriverebbe troppo tardi) me ne approprio.

Ho proprio l’impressione di rinsecchire, di liofilizzarmi di inaridirmi, pur se non manco di liquidi e di nutrimento.

Le giornate sempre più corte e il freddo che arriva riducono il tempo passato in giardino a preparare l’arrivo dell’inverno, a sognare una nuova primavera quando finalmente sarà possibile porre a dimora quelle piante che ora metterebbero a repentaglio la loro sopravvivenza a causa delle gelate frequenti sulla mia collina.

Le buche per riceverle sono già state scavate e le ho parzialmente riempite di terriccio fertile grattato sotto le querce.

Aggiungo quello che io ritengo (forse a torto) nutrimento: foglie secche che dovranno decomporsi e trasformarsi in humus, cenere riciclata dalla mia stufa che pulisco ogni mattina con perizia, fondi di caffè che non finiscono nel compostaggio generale.

Insomma un bel mix nutritivo.

E poi passo ai fornelli.

Sono tornata a cucinare non tanto per sfamarmi quanto per creare e distrarmi.

Con C.V. ci rubiamo il mestolo e ci sfidiamo a colpi di ramaiolo.

Ognuno ha le proprie specialità.

Una delle sue sono gli gnocchi.

Ma come non dire la mia?

Purtroppo questo piatto dà adito a scontri dialettici.

Superato il conflitto della scelta delle patate, per le quali mi sarebbe piaciuto utilizzare buone patate vecchiotte a pasta bianca di montagna (che qui non trovo) la scelta è caduta sulla varietà bintje che mi sono trascinata a spalla dal mercato.

La preparazione passa quindi nelle sue mani, in tutti i sensi.

Ma non parliamone, non nominiamoli, altrimenti il conflitto linguistico si invelenisce di nuovo.

C.V. prepara i gnocchi 

Rabbrividisco solo a scriverlo.

Quel che è peggio è che il correttore automatico mi sostiene e devo forzare per ottenere questa grafia.

Devo dunque nuovamente scrivere l’articolo “i”. 

La pseudo cultura del nord che si basa su un detto, dalle origini non ben precisate che recita “ Ridi ridi che mamma ha fatto….gnocchi” è il suo riferimento, unito all’affermazione di scarso valore “…a casa mia si diceva così

Inutile proporre uno sguardo sullo Zingarelli, alla Treccani, chiedere lumi all’accademia della Crusca.

Scherziamo?!

Loro non hanno voce in capitolo.

Con molta faziosità C.V. sostiene che i toscani sono autoreferenziali.

Lui  invece no, ovviamente.

I toscani, fanno le regole, se la raccontano e vorrebbero imporsi ma con quale diritto?

Immagino che se esprimesse il suo pensiero per intero arriverebbe a sostenere che Manzoni invece di “sciacquare i panni in Arno”, avrebbe dovuto affogarci in questo fiume.

Lasciare i suoi Promessi sedersi sulla cadrega e la madre di Cecilia scendere dalla soglia d’una di quelle porte.

Che Uscio e uscio!

Mi insorgo perché l’articolo “i” unito a gnocchi mi produce un attacco di allergia.

Non demorde.

Io neppure.

Finisce che lui mangia i gnocchi (nuova forzatura del correttore) al pomodoro e io gli gnocchi al burro e salvia.

Beati i francesi che hanno un solo articolo plurale maschile (e anche femminile per semplificare), anche se, ahimè turpitudine estrema, da loro diventano les gnocchis.

Il Larousse riporta le due forme con e senza S, plurale alla francese o come in italiano.

Ma, attenzione, RACCOMANDA, sia ben chiaro, la forma francesizzata.

 

Il confinamento sta per essere alleggerito, siamo oramai allo scadere di un mese e M.Le Président, lascia un po’ le redini, per preparare il Natale.

Di nuovo non credo ci saranno molti cambiamenti nel mio ritmo quotidiano.

Non so come imbandiremo la tavola per il pranzo natalizio del 25 (in casa nostra non usa il cenone, che in ogni caso sarebbe “un cenino”, dato il previsto numero ridotto dei commensali).

Gnocchi NO sicuramente! 

Vorrei salvaguardare la pace del Natale.

Il Panettone lo gradirei, ma solo di pasticceria, di una delle tante milanesi ben referenziate. 

......e allora neppure Torta co’ bischeri per par condicio....e per evitare possibili fraintendimenti .


mercredi 11 novembre 2020

November 11

I colori dell’autunno iniziano a smorzarsi man mano che le foglie cadono; tra i verdi degli aghiformi, si infiammano le ultime foglie del ciliegio e spiccano i gialli aranciati delle querce.

Immagini che rimandano ad altri autunni ad altri alberi ad altri paesi.

Esistono foto a testimonianza e a sostegno dei miei ricordi ma non ho bisogno di aprire l’album di famiglia per sovvenirmi di alcuni di loro, momenti Storici con la S e con la s.

Penso al grande albero sorridente dalla chioma gialla e foltissima in posa con accanto le nonne venute a trovarci ad Aston in Pennsylvania.

Entrambe già nonne di due nipotini (un maschietto e una femminuccia per ognuna di loro) ma non per merito nostro.

A quella data non avevamo ancora prodotto la nostra creazione. 

 

Era un mite novembre e mi sovvengo ancora del lungo periplo a Filadelfia in un solatio week end di inizio mese.

Ho solo il dubbio se il giorno preciso fosse il sabato 8 o la domenica 9.

La memoria mi parlerebbe di domenica, la passione per le cifre mi fa pensare ad un 8. La combinazione è impossibile e mi rimane dunque il dubbio circa la data esatta.

La bilancia propende però dalla parte della domenica.

Mi rivedo ancora in una foto che è sparita dall’album con indosso un paio di pantaloni color cammello e un pullover blu, camminare con un passo deciso.

Sugli abiti non ho dubbi: quelli color cammello erano gli unici pantaloni che possedevo, di un peso medio tanto da poterli utilizzare dalla primavera all’autunno, prima dell’arrivo dei rigori invernali. 

La pancia vi era cresciuta dentro, contenuta da una specie di rete estensibile che la avviluppava.

Anche il maglione era l’unico modello prémaman che possedessi, ma data la stagione centrale della mia gravidanza non me ne erano serviti molti.

Così abbigliata avevo camminato per diverse ore in un giro turistico a beneficio delle nonne sfidando la mia tenuta stagna, visto che eravamo già arrivati alla “due date” prevista per il giorno 8.

 

Pochi giorni prima, il martedì 4 avevano avuto luogo le 49esime elezioni presidenziali americane e il repubblicano Ronald aveva largamente battuto l’allora presidente in carica, il democratico Jimmy che si era ripresentato per un nuovo quadriennio.

Io ero là, sul suolo americano, in uno degli stati che considerato il numero dei grandi elettori, sono ritenuti chiave per la vittoria.

Ero là “sur place”e non ho il minimo souvenir di tale evento.

Non ho il più pallido ricordo che il martedì 4 gli Americani erano andati alle urne.

Quelle elezioni le ho ricostruite dopo a posteriori e le ho inserite nel mio microcosmo e ora ne fanno parte integrante.

In compenso mi ricordo benissimo la passeggiata della domenica (più ci penso e più mi convinco che fosse avvenuta di domenica), la stanchezza dell’indomani lunedì, dei primi doloretti nel pomeriggio, divenuti più forti, più frequenti, più cadenzati verso sera.

L’ammissione in tarda serata al Riddle Memorial Hospital tra le risate (di breve durata) perché mi avevano obbligata ad entrare non con le mie gambe, che funzionavano benissimo, ma sulle ruote di una carrozzina.

Fosse mai che scivolassi sulla buccia di banana e chiedessi i danni!

Una vera première

(la sedia a rotelle ovviamente, bucce di banane non hanno mai incrociato il mio cammino.)

…9, 10 e poi il fantastico martedì 11 novembre quando prima delle 3 del mattino, dopo aver protestato, sacramentato e quant’altro avevo infine scoperto cosa racchiudeva il mio uovo, poco pasquale.

Ero diventata mamma di una little girl e le nonne erano entrambe passate da quota 2 a quota 3, sempre in pareggio.

 

Le elezioni di quest’anno penso che le ricorderò.

Martedì 3 novembre hanno avuto luogo le 59esime elezioni presidenziali americane.

Difficile dimenticare un Donald versus Joe, un Donald che non molla e non accetta di essere considerato perdente, un Donald …tout court.

E come potrò dimenticare lunedì 9?

L’annuncio di Pfizer per il vaccino anti Covid e due dei miei figli che traslocano in questa data: la primogenita, a ben meno di un chilometro, stocca le sue masserizie in una casa cantiere, il secondogenito, a undicimila chilometri, le stocca in un deposito in attesa di farle arrivare alla sua destinazione finale.

La terzogenita per non essere da meno o per essere in sintonia con i fratelli fa realizzare preventivi per il suo prossimo trasloco ma non credo che per lei questo 9 novembre sia una data decisiva. 

Se ne riparlerà più o meno tra un mese.

 

Il mio biglietto di auguri è arrivato a Versailles, già da qualche giorno in un plico contente una lettera pre-compleanno e un

biglietto home made che racchiude a sua volta una busta contenente il regalo virtuale, in tono con l’air du temps.

La destinataria vedendo il francobollo di tipo augurale non ha osato aprire, finché non le ho spiegato che avevo preso tutte le precauzioni del caso e che poteva rompere i sigilli e seguire le istruzioni.

Il 10 ha così rotto gli indugi e letto la lettera che temo abbia ottenuto un risultato diverso dal mio intento mentre i fratelli hanno spedito indizi per il loro augurio dell’indomani.

Eccoci a un nuovo 11, tiepido e solatio, degna giornata da estate di “San Martino” o per una più laica “indian summer”.

Per me in ogni caso prima di tutto il compleanno di mia figlia.

Quest’anno cade il suo quarantesimo che mi guarderò ben di commentare con un “Cento di questi giorni!”.
Di 100 bastano già gli scatoloni da svuotare.

Happy Birth-day my Girl!

samedi 31 octobre 2020

Ricentrarsi

Già dieci anni!

Come passa veloce il tempo: in un soffio, a volte sospinto da zefiro, a volte da un tumultuoso tsunami.

Passa, corre, e spesso io fatico a stargli dietro, a trattenere i ricordi.

Ma come dimenticare l’halloween di dieci anni fa, con il suo meraviglioso “dolcetto” che posso giurarlo non era affatto uno “scherzetto”.

La mia primogenita a casa da noi per le feste di Ognissanti mi aveva regalato Glob, il mio blog.

Che emozione scriverci sopra!

Avevo riesumato le mie letture d’infanzia, e il terribile Giannino Stoppani più noto come Gianburrasca, per esprimere la gioia che avevo provato.

Un po’ come quando avevo ricevuto in regalo in occasione di un compleanno o di un Natale (essendo vicini a volte è difficile ricordare l’occasione) il mio Zingarelli, dizionario della lingua italiana, superfluo sicuramente precisarlo ( ma io , è noto, sono superflua ).

Questa era stato un dono di C.V. nel lontano dicembre 2001.

L’anno lo ricordo bene, perché era il mio primo anno alla FAC.

Il valore del regalo inestimabile: C.V. mi aveva regalato qualcosa a cui tenevo molto e aveva dato credito e importanza dopo l’ostracismo iniziale) alle mie scelte.

La scrittura prendeva corpo e liberava l’anima.

 

Mesi che non tornavo alla tastiera, tra oggettivi impedimenti, e scuse pretestuose…. nipotini in salse varie: da intrattenere durante le vacanze, da confortare durante le non-vacanze romane e da cullare, cullare, cullare e poi dovermi riprendere, recuperare, salvo poi abbrutirmi davanti un altro schermo e un’altra tastiera.

Avrei finito per far saltare questa ricorrenza, semintorpidita davanti dal fuoco e con l’ordignetto in mano, quando in un guizzo di lucidità mi sono ripresa in mano e ho riacceso il mio computer.

Auguri Glob! 

Grazie di riportami all’essenziale, di aiutami a ritrovare il centro.