Faccio il mio addio ai monti e al lago argentino mentre il pilota decolla, l'aereo prende quota e l’oblò mi frammenta immagini.
El Calafate rimpicciolisce, le cime della cordigliera ci accompagnano fintanto che dal mio sedile di corridoio non intravedo nient'altro che nuvole.
Chissà se dal tuo sedile "privilegiato" accanto al tuo papà hai seguito le immagini oppure il tuo sguardo è rimasto magnetizzato dallo schermo dell' iPhone, sempre che il "tertium datur" non contempli invece palpebre abbassate.
Ennesima levataccia stamani pur se per te le 6:15 è un'ora abbastanza normale per balzare dal letto e iniziare la giornata; tutto il viaggio e stato all'insegna de " il mattino ha l'oro in bocca " e le palpebre gonfie.
E chissà mai se un giorno guardando queste foto qualche souvenir non venga a galla facendoti ricordare questa vacanza in Patagonia con i tuoi nonni.
Dieci giorni da trascorrere insieme, alla scoperta di un angolino di Argentina: tu, noi e il tuo papà.
Come mi fa strano chiamare tuo padre "il tuo papà ".
Non ci sono abituata a questa parola e infatti tantissime volte ti parlo di "babbo" con il risultato di lasciarti interdetto dinanzi a questo termine che ti suona sconosciuto.
Tuo nonno mi corregge prontamente e richiama all'ordine.
"Papà!"
Facile per lui, che aveva avuto un papà, non confondersi (benché poi il suddetto nonno fosse diventato un babbo pure lui, quello della zia Jennie del tuo papà e della zia Connie.)
Io invece avevo solo frequentato babbi: tuo nonno Massimo e il tuo bisnonno Luigi, di cui porti il nome in terza e ultima posizione.
Come gli sarebbe piaciuto, al bisnonno, fare la tua conoscenza!
Lui che adorava i bambini, che aveva frequentato per tantissima parte della sua lunga vita.
Arrivato quasi al traguardo del secolo ne aveva curati una quantità, difficile da enumerare, come medico pediatra, lasciando un ricordo indelebile nei suoi piccoli pazienti, e non solo in loro.
Ti starai chiedendo forse perché ti parlo del bisnonno che non faceva parte della nostra spedizione e cosa c'entri dunque con il nostro viaggio.
Vero che non perdo occasione di ricordarlo, ma ugualmente vero, come non pensarlo, andando nel sud dell'Argentina, avvicinandosi al mitico Capo Horn?
Mi ci ha fatto crescere al suono di questo nome, sogno di tutti gli amanti del mare e della vela.
E questo bisnonno, non c'è dubbio, con il mare e la barca a vela era un tutt'uno.
La amava così tanto che alla barca aveva imposto il nome di sua moglie, la mia mamma e tua bisnonna quella che tuo papà e le zie ricordano come la nonnina, data la sua statura ridotta e l'ossatura sottile: la nonna Sara.
"Così -come diceva il bisnonno Luigi- non faccio preferenze".
A chi gli chiedeva un ordine di priorità la risposta immancabile era: Sara.
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| Villa Sara |
E Sara si chiama pure la dimora avita, Villa Sara, quella in cui io sono nata.
Ushuaya!
Saremmo dovuti arrivare fin là, magari atterrarci e poi risalire fino al El Calafate.
Ma la vacanza nonostante i dieci giorni risultava breve tra viaggio e trasferimenti e nessuno di noi ha voluto che si trasformasse in un massacro per te, piccolino, e di conseguenza anche per noi visto che i tuoi umori condizionano i nostri.
Ho rinunciato al Capo Horn, alle Falkland o Malvinas che dir si voglia, alla terra del fuoco che mi parlava del mio babbo.
Ho lasciato riposare in pace chi non è più su questa terra e ho dato precedenza a chi vi è ancora.
E stato deciso così il nostro viaggio che ci ha portato in questo angolo di Patagonia tra montagne, ghiacciai e trekking, per la gioia di tuo nonno.
Tuo papà aveva proposto l'Uruguay, un paese che lui ama molto, dove tu hai iniziato la tua vita e dove hai rischiato di nascere se nel frattempo tua madre non fosse stata trasferita a Rio de Janeiro, facendo così di te un Carioca.
Ogni occasione è buona per tuo papà per tornarci.
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| I Promessi Sposi |
Per conto mio, invece, avevo sperato tanto nel Cile, da scoprire fino al suo deserto di Atacama.
Sogno legato alle mie letture del ciclo Allende.
Ci ho provato ad ogni viaggio a Rio de Janeiro, senza gran successo ahimè, ma le ragioni per scegliere altre destinazioni erano ogni volta comunque più che valide.
Un mini tour del Brasile alla ricerca di Dona Flor, di Neyemeier e delle cascate di Iguazu e una visita della Colombia con Bogotà e Cartagena per il fidanzamento di tua zia Connie.
Il "fidanzamento" diciamo che è stato un pretesto per incontrare e fare la conoscenza della famiglia dello zio "Macachino".

Chissà se ti è rimasta la passione dei macachi? Quelli che lo zio Ricky ti aveva regalato andavano molto di moda nella tua prima infanzia. Sono stati immortalati persino alle sue nozze con la zia Connie.
Da Rio de Janeiro a Buenos Aires, con la paura che i documenti in nostro possesso per farti uscire dal paese presentassero incongruenze o errori tali da impedirci di partire e raggiungere la capitale argentina dove intanto il tuo papà, proveniente da Miami, ci attendeva.
E quanto ad attenderci c’è da dire che ci ha ben atteso, eccome!
Primo perché era arrivato qualche ora prima di noi, poi perché benché atterrati in orario siamo rimasti bloccati sulla pista per almeno un’ora e mezzo a causa di un temporale apocalittico.
Ma alla fine eccoci tutti insieme nel taxi riservato ben in anticipo grazie alle conoscenze di «zia Masha ».
Cena all’ora dei polli e a letto presto, un po’ perché tutti stanchi e soprattutto perché l’indomani ci attendeva una levataccia, ancora a notte fonda, per andare in aeroporto e imbarcarci per El Calafate.
Ti abbiamo spogliato del pigiama e rivestito di abiti invernali mentre tu praticamente eri in una specie di catalessi ed hai ripreso a dormire, stravaccato sul tuo sedile d’aereo in buona compagnia del tuo babbo-papà.
El Calafate ci ha accolto con un sole radioso, che neppure la lunga attesa per recuperare il pick-up prenotato ha potuto offuscare. La giornata tersa e luminosa e un paesaggio completamente « dépaysant » ci ha emozionato e iniettato in vena la magica adrenalina prodotta dalla scoperta di un nuovo mondo e, è proprio il caso di dirlo, alla « fine del mondo ».
Il lago argentino è la prima immagine che mi colpisce mentre dall’aeroporto raggiungiamo quella che pomposamente chiamiamo città.
Il Perito Moreno con il suo ghiaccio blu è però la vera grande immagine della giornata.
Uno spettacolo indimenticabile.
Chilometri e chilometri di ghiaccio, di un colore pressoché unico al mondo, in un silenzio incantato, rotto da esplosioni inattese dei blocchi che si staccano e cadono rovinosamente nell’acqua del lago che lo circonda con un grande splash.
Siamo partiti immaginandoci di dover arrivare quasi al polo sud, con moon boot e giacche da sopravvivenza da antartico e invece con gran piacevole sorpresa ci ritroviamo con un clima definito estivo, e causa di un precoce disgelo.
Da estate patagonica beninteso, laggiù i i 20 e passa gradi sono il massimo della colonnina di mercurio, nonché sinonimo di estate.
Tutto è sempre molto relativo.
Il nostro albergo, una somma di piccoli bungalow in mezzo alla brughiera è spartano ma ha tutto il necessario. Parcheggiamo il pick-up davanti alla porta e tu ti diverti a saltare giù dalla piattaforma posteriore. Ti diverti, ridi e giochi a nascondino, celandoti tra le erbe della brughiera.
Difficile, fingere di non vederti. Con lo sguardo in alto, chiamo a più riprese “Leonard , Leonard, ma dove sei finito?”
“A due metri da te nonna” potresti rispondermi “sei cieca?” potresti anche aggiungere.
In realtà sei piccolo e pieno dell’innocenza della prima infanzia e credi ancora al mio fingere di non accorgermi della tua presenza ravvicinata.
Un rapido tour en ville tra i negozietti etnici di El Calafate, dove finiamo per non comprare nulla ma in compenso ti immortaliamo in formato pecorina.
Iniziano da stasera le nostre cene a base di meravigliosa carne argentina per tuo padre e tuo nonno e di digiuno per me.
Non amo particolarmente la carne.
Anzi per essere più precisi mi piace, con qualche piccola eccezione, veramente poco.
E da un punto di vista culinario l’Argentina, per me non è stata il massimo, ma come ben vedi, sono sopravvissuta.
On the road.
Di primo mattino, dopo una sosta per viveri a una panetteria e a un super mercatino ci lanciamo in direzione di El Chalten.
Pochi chilometri e ci ritroviamo “in the middle of nowhere “.
La strada si snoda davanti a noi, sgombra, vuota e sembra che ci appartenga.
Traffico inesistente.
Che sensazione di potere e libertà!
Sensazione di déjà vu.
Si trattava di un altro viaggio però, di tanti, tanti anni prima, quando di te non c’era neppure l’ombra.
Grande differenza: al volante questa volta c’è il bimbetto che ai tempi viaggiava dietro e siccome è lui che guida, lui detta legge e io posso cantare mentre a tuo nonno non resta che mugugnare e sopportare, beatamente seduto accanto a te.
El Chalten mi appare come un villaggio del far-west con strade rudimentali e in costruzione.
Ciò non toglie però che ci troviamo un hotel decisamente di lusso per lo standard locale dove rimarremo per qualche giorno.
Da qui dove facciamo tappa ci muoviamo intorno.
La prima passeggiata, per sgranchirci le gambe è lungo un sentiero che si inerpica e dovrebbe portarci ai nidi delle aquile.
Nessuna ombra però dei rapaci, né dei loro nidi
Nuova giornata e nuova escursione.
Il lago del deserto ci appare alla fine dei 40 km di una strada che per percorrerla occorrono circa due ore, ma ne valeva la pena.
Un luogo incantato e bucolico dove ci fermiamo per una bella sosta sbocconcellando i nostri viveri, passeggiando e godendo dell'insieme grazie alla tranquillità che regna intorno e al clima mite.
Si vedi che anche tu eri proprio a tuo agio e in forma perché avevi decretato che dovevi fare la cacca, di cui dall’inizio del viaggio non ti eri ancora liberato.
Un bel tronco ti é servito di seduta e a me non è restato che scavare una buchetta come fanno gli animali e coprire i tuoi resti per cercare di deturpare il meno possibile il loco ameno.
A ritroso i 40 km con nuove soste a cascatelle varie e tu che cammini di buona lena e ridi e scherzi con tuo nonno.
L'indomani il cielo è tristemente grigio. Abbiamo deciso di fare una escursione in battello sul lago Viedma e devo dire che è un'esperienza.
L'aria è pungente e siamo tutti con la testa intabarrata in berretti. Tu con il tuo bianco e blu che arriva dal Perù. Nessun dubbio sulla provenienza che è ben stampigliata sulla fronte e tutto intorno.
Souvenir di un viaggio estivo con i tuoi genitori e i nonni materni.
Così piccolo e quanto hai già viaggiato!
La navigazione sul lago, non posso dire che sia pericolosa, certo però è caratterizzata dallo slalom tra enormi blocchi di ghiaccio, sorta di piccoli iceberg galleggianti.
Il caldo eccessivo e inabituale di questo periodo ha fatto fondere pezzi di ghiacciaio e ogni tanto si odono i grandi splash quando gli enormi blocchi raggiungono l'acqua.
Neppure la mia fantasia più sfrenata mi indugia a credermi sul Titanic, certo però che vederseli vicini fanno un effetto strano.
L'ultima giornata a El Chalten é a dir poco spettacolare.
Una lunga passeggiata al mattino in salita su un bel sentiero per ammirare il Fitz Roy.
Gli occhi si riempiono di luce e colori che ti penetrano poi fin nelle vene per marcarti in maniera indelebile.
Tu sei tutto bello e fresco, il tuo papà un po' meno.
Hai decretato che eri stanco e sei finito sulle sue spalle e da quell'altezza ti diverti a mimare il Corcovado, allargando le braccia o il Pan di zucchero ricongiungendole ad arco sopra la testa.
Sei proprio un carioca!
Ultima visita, per concludere, nella riserva de Los Huemules.
Ci hanno parlato della Laguna verde e della Laguna Azul e partiamo alla loro ricerca.
Di nuovo sulla strada del lago del deserto, ma senza doverla percorrere tutta, meno male, fin quando troviamo l’entrata della riserva.
Ci dirigiamo al Visitor Center per pagare il biglietto di entrata e scopriamo tutto un progetto di cottage e di un hotel (che a quanto mi risulta non ha ancora visto la luce) a parte un piccolo numero di alloggi, ben inseriti e semi nascosti, in armonia con la natura.
Tuo papà era stato immediatamente affascinato da quest’idea e avrebbe voluto parteciparvi.
Non è una novità…lui, quando visita posti nuovi che lo incantano è li che vorrebbe investire, comprare qualcosa.
La Patagonia indubbiamente aveva conquistato tuo papà che, complice la cattiva connessione telefonica e il wi-fi sommario aveva finito per disconnettersi dal mondo dimenticando: cellulare, internet e quanto esisteva al di fuori di questo paradiso.
Potrei dire che era ritornato bambino, con la leggerezza e la spensieratezza dei piccoli che hanno la fortuna di vivere un’infanzia serena.
Al Visitor center avevamo fatto anche un incontro curioso.
Era sceso dai piani alti (probabilmente piani privati non destinati al pubblico) di questa grande costruzione, che al piano terra ospitava un piccolo museo e il progetto edilizio.
Magro, agile, un passo e un portamento elegante, un piglio da conquistador, la consapevolezza di appartenere a un altro mondo…forse un hidalgo?
Oltre lo spagnolo, un inglese perfetto tanto da farci dubitare della sua provenienza.
-Federico, nice to meet you.-
Che in realtà lo fosse non potrei assicurarlo, si era però soffermato a discutere con noi cortesemente.
Il suo inglese perfetto che ci aveva stupiti?
Aveva studiato in England, ma no, non era british …. Ex pilota, aveva combattuto nella guerra delle Malvinas.
Decisamente non era inglese. Strano modo di comunicarcelo, come di complimentarsi con noi, che benché italiani sembravamo capaci di sostenere una conversazione nella lingua dei “Pari” anche se incontestabilmente dovevamo apparirgli alquanto “odd”.
Il suo sguardo e il tono sottilmente ironico la diceva lunga.
Il mio inglese, caro nipotino, benché oggigiorno tu ti ostini a parlarmi in questa lingua, diventata per te super familiare, sostenendo che io la capisco, è abbastanza zoppicante pur se riesco ad usarla per la sopravvivenza e anche qualcosa di più.
Tuo nonno fino a pochi anni prima parlava inglese fluentemente, pur se con un accento che tradiva un po’, le sue origini, ma da quando era andato in pensione lo aveva un po’ perduto.
Tuo padre però -no doubts-è cresciuto trilingue, e il suo italiano inglese e francese sono rimarchevoli.
Meno ironie, dunque, caro Federico!
Ciò nonostante si era, volontariamente, offerto di prestare al tuo papà uno zaino per poterti portare in giro.
La passeggiata era stata lunga ma che natura e che colori: laguna verde e laguna azul non ci avevano delusi.
Ritorno a El Calafate con sostanziosa cena a base di agnello alla brace per tuo nonno e tuo padre e minestrone per me.
Nuova sosta nel solito albergo fatto di bungalow, dove avevamo soggiornato al nostro arrivo e nuova sveglia antelucana per raggiungere l’aeroporto il nostro volo mattutino per Buenos Aires dove ci aspetta la tua mamma.
Seduta in aereo quello con le ali della mia fantasia e dei ricordi, faccio nuovamente il mio addio ai monti e al lago argentino e a questa splendida vacanza fuori del mondo alla fin del mundo con nonno, babbo e te.
Le immagini che immortalano questo nostro viaggio restano impresse nella mia memoria con tenerezza, allegria e tutta la serenità di cui abbiamo goduto.
La tua nonna R.