perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


samedi 30 décembre 2017

Le lingue straniere non si perdono mai

« Le lingue straniere non si perdono mai ! »
Anche se credi di averle dimenticate perché sono anni che non le studi, non le parli, non le frequenti più,  loro sono sempre lì.
Sepolte sotto strati polverosi di madri dure, pie e ragniformi, sonnecchiano in attesa del “bacio del principe” che le risvegli. E come la “bella addormentata”, che nonostante i cento anni di magia, apre gli occhi bella riposata, ( scontato dopo una simile cura del sonno ), fresca e senza una ruga, pure le parole straniere  tornano a rotolare dalle labbra sempre più sicure, decise, scattanti.
Si annodano e formano collanine di frasi.
“Le lingua straniere non si perdono mai, tornano sempre e con gli interessi per giunta”.
Questa è una delle mie “grandi teorie”, sciorinata a mo’ di incoraggiamento a studenti sconfortati.

Il recente soggiorno canadese me ne ha data, una volta di più, la conferma.
Dopo più di venticinque anni nel “hexagone”, immaginavo che il mio british anzi american  ( perché è questo che ho in qualche modo imparato) fosse alquanto arrugginito.
Oramai relegato per lo più a ruolo di salvagente, entra nelle mie conversazioni solo raramente,  quando non posso fare altrimenti e di preferenza non oltre le ore 19 per evitare emicrania da sforzo neuronico.
Che sorpresa, quando sbarcata a Toronto, in giro nella città, nella metro, sui bus, nei negozi, nei coffee shop, nei ristoranti, con il portiere del grattacielo dove risiedevo, con l'impiegato dell'autonoleggio (con cui ho discusso in maniera decisamente accesa), con i pompieri della caserma accanto a casa, (visitati quotidianamente per ragioni strettamente personali e familiari), mi sono sentita assolutamente a mio agio, con la lingua che si scioglieva , scorrendo fluida e leggera e soprattutto che soddisfazione rendendomi conto che comprendevo perfettamente.
Capivo  le risposte alle mie domande e pure le frasi che ex abrupto mi erano indirizzate.
Di che gonfiarmi e fare la ruota come un pavone, prendere d'un colpo tre chili senza bisogno di cedere alla tentazione di pancakes, waffles and french toast affogati in litri di maple syrup,

Proprio vero che "le lingue straniere non si perdono mai"
Ed anche che "ritornano con gli interessi".
La facilità con cui mi destreggiavo in english ne era ben la riprova e mi faceva pensare all'enorme sorpresa che avevo avuto l'anno precedente anche con lo spagnolo.
Rudimenti di lingua iberica grazie ad un corso semestrale alla FAC  uniti a un po' di pratica in Colombia e con la famiglia acquisita di una figlia. 
Esperienze molto basic senza nulla di esaltante o glorificante, che mi avevano lasciato, direi, una notevole indifferenza..
Il mio spagnolo intanto era rimasto lì al calduccio sotto le solite membrane a sobbollire e non lontano dalla Terra del Fuoco aveva fatto eruzione.
Nel mio primo viaggio in Argentina, da Buenos Aires alla Patagonia avevo avuto modo di rendermi conto che, pur se l'espressione orale era ancora nettamente insufficiente, la comprensione aveva fatto passi da gigante.
Per l'orale mancava la pratica, certo!
Gli interessi però avevano fruttificato in comprensione.
Il commento spietato delle mie figlie mi ha leggermente disturbato.
"Certo che laggiù capisci, mamma, la lingua argentina é uno spagnolo italianizzato.
O in ogni caso ne ha la stessa cadenza".

In Ontario, comunque, inutile parlare di cadenza.
Capivo.
Capivo e basta.
Il Canada, per me, non aveva frontiere (linguisticamente parlando).
Ero certa che anche gli Inuit mi avrebbero compresa!

L'arrivo in Quebec mi ha leggermente destabilizzata.
Qui la cadenza era un ben altro problema e di nuovo, come tantissimi anni fa mi sono sentita a disagio con il mio francese.
Quella che oramai considero la mia seconda lingua tutto a un tratto suonava alle mie orecchie come una lingua straniera. 
Ero pronta a rifugiarmi nell'inglese (anche dopo le 7p.m.),.
Mi ha solo trattenuta la paura di offendere i Quebecchesi, gente estremamente gentile,cui non volevo fare torto.
Disponibili, gentili, cortesi, pronti ad aiutare:
" Tout droit, puis à la deuxième lumière tournez à droite"
Come spiegare loro però che io di luci ne vedevo tante, fin troppe; e dove diavolo era la fantomatica seconda luce cui avrei dovuto girare a destra?
Avevo dimenticato che les feux rouges, ovvero i semafori perdono colore dall'altra parte dell'Atlantico!
Il momento più perturbante é stato sicuramente quello di una mattina a colazione quando abbiamo chiesto alla cameriera di portarci, per favore, altre posate.
Il suo sguardo interdetto, ci ha in un primo momento fatto pensare di aver detto qualcosa di sbagliato, tanto grande risuonava il suo muto stupore.
Come ci siamo ripresi, compresa la franco –francese in nostra compagnia, abbiamo chiarificato : "Forchetta, coltello, cucchiaino..... "
La luce questa volta si é accesa sul suo volto.
"Gli utensili!" ha tradotto, finalmente rassicurata.
E le posate sono miracolosamente apparse, anche se ammetto di aver temuto per un attimo che la cameriera arrivasse con pinze tenaglie e cacciaviti o magari nella miglior delle ipotesi con mestoli e schiumarole.
E invece niente di tutto questo, solo una penna e un blocco note per appuntarsi queste strane parole in previsione di nuovi turisti franco-stranieri.
Gli utensili perbacco!

mercredi 27 décembre 2017

Cadence



Je rentre d’un « séjour linguistique » au Canada.
Je pensais être juste un peu rouillée avec mon anglais, après ces derniers vingt-six ans passés dans l’hexagone. À ma grande surprise j’ai découvert qu’on me comprenait encore.
Alléluia.
Toronto comprenait mes besoins, mes questions et moi je comprenais (plus au moins) les réponses qui m’étaient adressées.
Trop fière de constater que, comme j’aime répéter à mes étudiants découragés «  les langues ne se perdent jamais ».
Leur connaissance reste ensevelie sous les méninges et elle refait surface avec des intérêts aussi.
En effet j’ai eu l’impression de comprendre et me débrouiller bien mieux qu’avant.
J’avais eu cette même sensation il y a un an, lorsqu’au fin fond de l'Argentine, en Patagonie, j’essayais de communiquer en espagnol, langue que je n’ai étudiée que pendant un semestre à la fac.
Mon espagnol était et il est véritablement basique.
J’avais assez de mal à formuler une phrase qui tienne la route sans trop m’appuyer sur le langage gestuel : les mains étant mon deuxième dictionnaire.
J’arrivais donc plus ou moins à exprimer mes nécessités mais à ma grandissime surprise je m’étais rendu compte que je comprenais bien davantage.
Je comprenais encore plus que l’année précédente à l’occasion de mon voyage en Colombie.
Je comprenais presque tout.
Génial. Ma théorie était donc vraie.
Les langues mijotent sous le cortex.
Juste bizarre que l’amélioration soit uniquement au niveau de la compréhension et non pas de l’expression.
Mais bon, il faut bien de l’exercice.
Je relatais mes exploits à mes filles qui m’ont aussitôt fait retomber sur terre.



« Bien sûr que tu comprends: l’espagnol de l'Argentine ressemble à l’italien (ma langue maternelle, Ndr ) ou du moins il en a la même cadence ».
Pour l’anglais de l’Ontario, en revanche, pas de cadence italienne.
Je comprenais tout court.
Le Canada m’appartenait.
Je pouvais voyager partout sans problèmes.
Me voilà enfin au Québec .....
Ici la cadence était en revanche bien autre chose.
Mon oreille a eu beaucoup de mal à s’y adapter.
Incroyable comme je me suis sentie démunie.
Tout à coup le français, ma deuxième langue, est devenue à mes yeux ( et mes oreilles) une langue étrangère.
J’étais prête à ne plus m’exprimer qu’en anglais, mais la peur de vexer les québécois, des gens très gentils m’a poussé à faire des efforts.
Mais comment leur expliquer que je ne voyais pas la lumière pour tourner.
« Tout droit, puis à la deuxième lumière tournez à droite »
Les feux rouges perdent de la couleur au delà de l'Atlantique.
Le pire a été un matin au petit déj lorsque la serveuse nous a regardés d’un air désemparé
Nous avions demandé des couverts et elle ne savait pas quoi faire.
Notre question l’avait troublée.
Mais avant de réaliser  que le problème demeurait dans la compréhension du mot « couvert »nous avons tous essayé  de comprendre ce que  nous avions pu dire d’erroné.
Fourchette, couteau, cuillère......
Et la lumière fut...il fallait juste demander des ustensiles, parbleu!