Voglia di giardini, di natura, di aria, di sole…eppure sono a Parigi dove tutti questi requisiti sono ben difficilmente ottenibili in un colpo solo.
Stamani ho a lungo esitato sulle scale della metro, incerta se discenderle per agguantare due mezzi e così raggiungere il boulevard Haussmann e il Museo Jacquemart André, oppure andare a sedermi ai miei giardini “privati” del Luxembourg, che in un anelito di generosità ho aperto a tutto il pubblico parigino.
Vince la voglia di rivedere l’expo dei frères Caillebotte e mi incuneo in gallerie e vagoni.
Il tragitto non è lungo, la folla limitata e in breve riemergo in superficie.
Nessuna coda alla biglietteria grazie alla mia carta magica, e questa volta mi munisco di audio guida.
Rivedo la mostra di pittura e fotografia, con gli stessi occhi, anche se il destro mi gioca strani scherzi, divertita e affascinata da alcune foto e dipinti di cui mantenevo, dalla prima visita, il ricordo nitido.
La serie del taglio di capelli di Jean, bambino dalla chioma fluente e femminile, che mi ricorda terribilmente la massa di onde fluttuanti e morbidamente ricadenti di mia nypote, è ancora più bella, se possibile, a questo giro.
Il padre ne immortala il momento: passaggio da una vita di bambino, in una voluta confusione di sessi come usa all’epoca, a uno stadio di maschio riconosciuto.
Il padre ne immortala il momento: passaggio da una vita di bambino, in una voluta confusione di sessi come usa all’epoca, a uno stadio di maschio riconosciuto.
Le due figurine sotto l’ombrello: l’uomo con il cappello a cilindro e la donna, un’ombra grigia, immagini che mi fanno soffermare a riflettere.
Entrambe sono sommariamente dettagliate, l’abbigliamento dell’uomo è abbastanza definito, ma il suo volto, però sfugge, mentre la donna è una vera ombra grigia. Da lontano, se non mi avvicinassi, potrei pensare a una burqa primaverile, dal colore dunque meno scuro e invernale; oppure si tratta di un omaggio all’immagine della Donna “eminenza-grigia” di ogni vita di coppia?
Forte del detto che“dietro ogni uomo, c’è una grande donna”…ma…,
né l’uno né l’altro, sospetto.
né l’uno né l’altro, sospetto.
Due temi mi danno nuova materia di riflessione: le barche e i giardini.
Ritrovo Gustave nel suo studio che disegna barche, barche a vela che fa costruire e sulle quali gareggia in regate a Argenteuil.
Roastbeef è la sua più celebre imbarcazione,… che nome però?
Cosi’ british, poco marino, che non profuma certo di alghe.
Ritrovo Gustave nel suo studio che disegna barche, barche a vela che fa costruire e sulle quali gareggia in regate a Argenteuil.
Roastbeef è la sua più celebre imbarcazione,… che nome però?
Cosi’ british, poco marino, che non profuma certo di alghe.
Trovo dunque un appassionato antenato a mio padre.
Il pensiero mi fa sorridere, mentre lo ammiro autoritratto alla barra del timone che veleggia, sospinto da un lieve vento che tende le vele.
Faccio marcia indietro in una delle prime sale che ho saltato e ripiombo nella serenità della natura. Il Petit-Gennevilliers con il giardino delle rose, la terrazza con il tavolo in ferro battuto, dove tra le figure fotografate sedute attorno alla tavola ho l’impressione di ravvisare nonna Clelia e zia Ada…. ma queste gentili forme femminili non rappresentano i capisaldi della stirpe Caille-Bossi…la serra dove Gustave coltiva fiori e produce semi che scambia con l’amico Monet a Giverny.
Botanici e pittori.
Il pensiero vola alla mia mamma che curava il parco della sua casa nel bosco, lo teneva pulito, lo annaffiava,lì si occupava delle piante e….dipingeva.
Dipingeva con anima e maestria.
Le sue rose bianche create per la sua mamma fanno parte dei suoi omaggi floreali a una mamma, mancata quando lei era appena una giovane sposa ancora bisognosa di una guida femminile vicina.
Ma il vaso di rose che pende dal muro accanto al suo letto è l’immagine floreale che ora balla dinanzi ai miei occhi.
Tecnica diversa, spatola, tela graffiata come l’anima della mia bimba cui penso forte in questi giorni.
Concludo la visita rapidamente senza soffermarmi ulteriormente nella casa-museo.
Ho bisogno di aria, luce.
Mi fermo nel giardino, seduta su una panchina da cui posso ammirare la villa, indisturbata da una fila di visitatori che entra ed esce ininterrottamente.
Qui scrivo note, pensieri, emozioni che non dettaglio, fin tanto che due pic-nic-eggiatrici decidono di voler spartire la panchina con me. Dispiegano i loro cartocci, spartiscono i loro panini, mi disturbano con le loro chiacchiere, telefonate, e ricerche di “non-so-cosa” e che neppure-mi-interessa,su dei libretti-guida di Paris. Non accennano a partire e quindi sento che sarò io che finirò per allontanarmi da questo giardino in cui mi ero illusa di essere “a casa”.
Combatto contro questa deprecabile tendenza a fare come i gatti maschi che spisciacchiano, marcando così il loro territorio. Io lo faccio solo metaforicamente,ma lo confesso, ci sono tantissimi luoghi che riconosco come miei e di cui ho tendenza ad appropriarmi. Lussemburgo o il giardino Jacquemart-André fanno parte dei miei luoghi privilegiati ma che disgraziatamente mi tocca condividere a distanza ravvicinata e con enorme disturbo.
Le due coinquiline continuano a fare le loro telefonate, pulizia di briciole, di borse e alla fine levano le tende ma solo dopo avermi stancata oltremisura.
Nel frattempo però avevo deciso che non le avrei lasciate largheggiare sulla seduta della panchina e che me ne sarei andata solo e unicamente dopo di loro.
Ora, posso alzarmi e chiudere giardino e quaderno, il mio vecchio quadernino su cui scrivevo prima dell’era tecnologica.
Ho preso l’aria, anche un po’ di sole che va e viene, giocando a nascondino con le nuvole e sono pronta a incamminarmi di nuovo nel tunnel sotterraneo per riguadagnare il Vème e casa, incurante di altre due panchineggiatrici che, una dopo l’altra sono venute a istallarsi accanto a me, ma da sole e in silenzio, tanto che le ho appena percepite e inoltre sono ripartite di gran carriera.
Ora però prima che chiudano i cancelli con la chiave che io non possiedo, sarà meglio che rimpacchetti i miei strumenti, spenga la luce ed esca…
P.S.
Lo sapevo che non avrei dovuto cedere a quest’ultimo raggio di sole e soffermarmi a stiracchiarmi sulla panchina. Ora è il turno di un soggetto maschile di posteggiarsi al mio fianco. Studia una mappa della città, e una telefonata della mia Jen lo fa sloggiare.
Arieggio, mi traccheggio ancora, lanciando un ultimo sguardo ai due grandi manifesti che pendono davanti all’entrata della villa: il vogatore, a colori, con la tuba,e quello, in bianco e nero, con la paglietta sulla testa. Lascio “l’intimità”dei fratelli che si è mescolata a quella dei personaggi della mia famiglia con un’ultimissima occhiata ai due rematori che scivolano sull’acqua, in rotta verso il futuro, un futuro che mi auguro scivoli sereno, sorrida ai miei ragazzi e li faccia sorridere alla vita.
Ennesimi coinquilini.
Non ce la farò mai ad alzarmi!
Una coppietta non giovanissima con il marito che mi chiede gentilmente, ma con un tono deciso di farli accomodare e la moglie che con soavità tutta femminile mi ringrazia per aver loro fatto posto.
Sono felice che alla fine qualcuno abbia finito per capire che la “padrona” ero io!
C’è posto per tutti sulle panchine…come nella vita e ognuno sono certa che troverà “sa place”… e su queste note sono veramente pronta a sciogliere gli ormeggi e a partire.
Jardin de l'église St Médard, j'arrive...!
Jardin de l'église St Médard, j'arrive...!