« Sous le merveilleux ciel de Provence » la scritta di una t-shirt da bambino, che mostrava
un paesaggio della Provenza, un’immagine difficile da dimenticare, partita
lontano dall’altra parte dell’oceano, lontano da questo mediterraneo che ci
culla, ci illumina, ci scuote e ci pacifica.
Una t-shirt
indossata da un bimbetto entusiasta, dall’intelligenza vivace, curioso,
originale, attirato dal cielo di Provenza che ancora non conosceva, che
intuitivamente si voleva portare dietro, come amuleto, un salvagente, come uno
dei penati da cui farsi proteggere.
I nostri destini incrociati
nel cielo…
... e nel cielo “basso” del Canada, che mi pareva di poter toccare con
un dito questa maglietta era stata un faro che mi ricordava l’est, m’indicava,
dove sorge il sole …là dove sono finita per tornare, approdando sulle coste
provenzali, piene di ricordi d’infanzia e sconosciute alla mia progenie.
Dimenticata
chissà dove, sbucata dal fondo di un armadio, e soprattutto spuntata dal baule
dei miei ricordi, quella t-shirt aveva animato un raccontino, una sera all’atelier d’écriture.
“Atelier “, mot magique,
parola fatata e incantata
che ha fatto vibrare le corde del ricordo, delle associazioni d’idee, nella
conferma che tutto è legato da questo meraviglioso filo di Arianna che
arrotolo, srotolo, arruffo, ingarbuglio e in cui mi attrigo.
Lunedì mattina ero
a Marsiglia con il prezioso cartoncino d’invito nella borsa, pronta a spiccare
un salto nell’universo magico della mostra che stava per essere inaugurata, a
volare nei cieli di questo midi , “capolavoro
a cielo aperto”a tuffarmi nel mio Mare
nostrum e con un po’ di licenza poetica, riemergere naiade, tra le alghe
filamentose prodotte dalla tavolozza di uno dei tanti pittori…o silfide di pinete
provenzali, di boschi….solo l’imbarazzo della scelta!
Colore tanto!
Materia tanta, pure!
La prima vera giornata estiva: un cielo terso, blu,
profondo, carico, caldo, avvolgente. Una passeggiata dalla Gare Saint Charles,
lungo il boulevard Lonchamp, fresco viale bordato dagli
immancabili platani, caratteristica imprescindibile di ogni piazza, piazzetta,
viale di città, cittadine, villaggetti, borghi francesi.
Senza enorme
successo ho scrutato tutti i portoni del lato sinistro cercando di identificare
quello dove l’oramai cresciuto ex-ragazzino aveva trascorso due autunni, due inverni
e primavere frequentando le classi preparatorie per i concorsi delle Grandes Ecoles.
La realtà ha
superato la fantasia e la mia immaginazione ha sbattuto il viso contro entrate
indifferenti al richiamo del mio ricordo sfocato.
Non ancora
ventenne, magrolino, in perfetta forma fisica con le cinque rampe di scale per
raggiungere il suo sottotetto, che percorreva più volte al giorno per andare a
scuola a fare qualche spesa e soprattutto per andare alla cabina telefonica
sotto casa; il misero forfait del suo abbonamento telefonico non gli offriva troppa
comunicazione.
Forfait superati,
operatori superati, abbonamenti che ti permettono di navigare low cost e
soprattutto rimozione delle cabine telefoniche, divenute oramai desuete …ecco
perché non ho trovato il portone, come Pollicino cercavo riferimenti scomparsi,
inghiottiti dal …? progresso.
Spersa nella
disillusione di un portone che non si sarebbe comunque aperto, ho voltato lo
sguardo e fissato davanti a me dove un tripudio di acque, non le chiare fresche e dolci petrarchesche, bensì quelle della
Durance, mi hanno sorriso e, con un chiacchiericcio argentino, accolto tra
verde, scalinate, cancelli, colonnati del restaurato Palais Longchamp.
Il mio cartoncino
in mano, ben stretto, lasciapassare per qualche ora di privilegio e il palazzo
tutto mio o quasi… La scalinata su cui ho fatto la coda prima di poter accedere
all’expo, in cui si entrava solo a scaglioni, in piccoli gruppi alla volta, era
assiepata di invitati.
Avessi perso la
scarpetta, nessun principe l’avrebbe mai ritrovata.
Ferma sotto il
sole cocente, stipata come una sardina nel boccale, sorretta da chi dietro di
me spingeva contro chi davanti mi premeva una borsa gigantesca in faccia, mi
lasciavo tentare all’idea di una marcia indietro, un ritorno al buffet per una
coppa supplementare di champagne, fin tanto che il buonsenso ha avuto la meglio…una
coppa di più e chissà cosa avrei capito del colore, del calore, del vapore,
dell’odore, dell’ardore… direi che il tasso alcolico era già sufficiente per
farmi volare senza sbattere le ali.
Tra le acque e
senza mar Rosso, il varco si è miracolosamente aperto e finalmente sono
penetrata nel tempio. Altre scale da salire per iniziare il percorso della
mostra dall’alto…
Difficile raccontare una mostra.
Le emozioni si accavallano
mentre cerco di ritrovare il Nord.
“Que c’est beau le jaune” Sul muro mi
accoglie questa frase di Van Gogh.
Penso alle forsizie, alle mimose e alle
ginestre, al mio monastero, alla stradina tortuosa che mi porta a Aix
scollinando dove tra rocce e sassi, grappoli gialli di chicchi di ginestre mi
esplodono davanti, e in lontananza si staglia nella luce rosea del mattino,
nitida, ammiccante,con l’aureola del sol nascente, la Sainte Victoire di Cezanne.
Di fronte “La Camera”
di Vincent mi spara ricordi, mitraglia immagini, seppellite sotto le solite
madri pie, dure e ragnatelose.

Una visita ad Amsterdam:
il museo Van Gogh insieme al ragazzetto, senza la maglietta che avrebbe ancora
potuto indossare sia perché cresceva lentamente (rispetto agli standard degli
altri ragazzini) sia perché gli acquisti
previdenti avevano, nel tempo, trasformato la taglia da extra large in extra
small, ma pur sempre indossabile. La stagione però non era adatta, e sua madre,
cresciuta con gli armadi-quattro-stagioni, si impuntava a separare golfini da giacche
e da soprabiti, e cappotti.
Vano tentativo di
mettere in riga stagioni, regolare clima… far tenere in ordine una
camera-porcile!
Era lui che aveva
voluto visitare il museo, non si sa bene se in onore al suo amico Vincent, o in
preda alla passione del momento che lo vedeva trasformista con un vecchio
grembiule di scuola della sorella, un enorme fiocco, il basco di traverso sulla
testa, la tavolozza in una mano e il pennello a mezz’aria nell’altra.
L’abito non fa il monaco, e la penna non fa il poeta, ma la poesia lui l’aveva
dentro, anche se non riusciva a esternarla e la visita al museo era stata un
momento di grazia, di studio, di contemplazione, di ammirazione e soprattutto
di condivisione…non ultimo dell’audio-guida: un’auricolare a testa. Certo che “I mangiatori
di patate” vivevano in ben altra luce!
A Vincent, l’omaggio
dell’ouverture!
“Starry starry night…” Sunny sunny day …oggi per questo nuovo incontro con il flying Dutchman, che non vola, non solca
mari, ma che mi fa librare in alto e mi enoziona al solo udirne il nome.
Ricordo ancora l’incontro
inatteso nel museo di Montreal in una delle mie freddissime stagioni canadesi.
Mostra
sugli impressionisti!
Avrei dovuto essere pronta a un incontro con Vincent.
E difatti lo ero.
Quello cui non ero preparata, era stata l’esplosione di feeling che un suo
quadro mi aveva procurato. Lo rivedo sulla parete, mi rivedo davanti, attonita,
sentire la sua fragilità, la mia, compenetrare la forza della sua arte, il
frazionamento del mio io, esploso in mille schegge.
L’uliveta e le
sue nuvole contorte mi avevano trafitto.
Non sono un’esperta
d’arte e probabilmente me ne intendo anche poco, ma quel giorno volai in alto e
capii, forse a modo mio, percependolo con ogni millimetro di pelle, cosa
significasse impressionismo!
“Com’è bello il giallo !” Siamo assolutamente d’accordo!
Forsizie, ginestre
non mancano nel mio giardino e ogni anno vi semino grani di girasoli, che a
fine estate lo inondano di colore.
La Méridienne , uscita per la prima volta dal Musée d’Orsay, mi porta
in un altro sud all’ora calda dove
"In quell'ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina
buona"
….ma dove sono i
papaveri?
L’expo si snoda
nelle sale accoglienti del Musée des Beaux Arts, il mio carnet si riempie di
note che come sempre una volta giunta a casa non riesco a decifrare.
Fisso immagini,
frasi, ritrovo “amici”, vecchi compagni
di colore, di altre expo.
Presenze che mi
sorprendono come quella, accanto a Vincent, di Francis Bacon ma si spiegano con
il suo studio di paesaggio da un quadro di Van Gogh. Le coste liguri di Monet,
il blu del mediterraneo del golfo di
Marsiglia di Cezanne.
Faccio scoperte,
mi diverto davanti a un “Paesaggio della Ciotat” (prestito del Centre Pompidou)
di Friesz che mi spinge a volerne sapere un po’ di più su quest’autore, a me
finora sconosciuto….le palme di Dufy. Onore al territorio con il marsigliese Camoin.
Come fare l’impasse
sull’emozione di ritrovare ben tre opere di Soutine, arrivato nel sud a Vence,
dove i suoi paesaggi dalle forme curvilinee e aeree si inondano di luce.
La sua
tavolozza si era illuminata!
A Aix, al museo
Granet, una quarta opera del russo Chaïm, giunto nel sud grazie al suo amico
livornese. A Granet ci sarà anche una tela del grande Modigliani.
Il suo ritratto
di Leopold Zboroswky, amico, poeta, mercante d’arte, ammirato un anno fa alla
Pinacoteca, mi aveva ricordato il ragazzino della t-shirt. Avrei voluto
offrirgli il quadro tanto mi era piaciuto e mi aveva fatto pensare a lui. L’occasione
si prestava…era appena trascorso il suo trentesimo compleanno e stava per
sposarsi…Ho scoperto però che non era in vendita che sotto forma di cartolina…
Meglio
! In fondo più facile da trasportare !
Mi piacerebbe
sapere che quella cartolina è in sua compagnia ora che lui è sotto altri cieli
e si tuffa in altri mari, spazia in altri oceani …legame di colore, forma,
radici, ricordi.
Ritorno tra le
sale di Longchamp dove ahimè, non c’è nessuna opera di Modi’…
La mostra, in
quanto tale, non posso raccontarla, farei torti e non voglio.
Davanti alla
cinepresa di M6 che mi ha richiesto di esprimere il mio pensiero, mi sono
rallegrata di questa expo-explosione di colore, mediterranea, e tuffata nel
Mediterraneo…onore a questo Mare Nostrum, delle nostre origini e che come
riporta un’ennesima frase, questa dello scrittore Paul Morand, sul muro dell’ultima
sala fu il primo oceano…”le premier océan
fut la Mediterranee”
Per me, pur se li
apprezzo tutti è in pratica l’unico mare.
Questo ho
comunque omesso di dirlo, come di citare la frase che, non essendo io a quel
momento arrivata alla fine della mostra, non avevo ancora potuto leggere.
Così pure come mi
sono ben guardata dal fissare l’occhio della cinepresa e scandendo bene le
parole concludere il mio speech con
un “feliz aniversário... sob o céu maravilhoso do Rio”...
Sous le merveilleux ciel de Provence...Under the Tuscan
Sun, o sotto la luce dei miei girasoli...c’é un unico Mediterraneo, un solo grande Midi e
una sola ed unica Mutty che ti augura come sempre, con le sue parole
strampalate, i suoi ricordi rattoppati un felicissimo inizio di un nuovo anno!
Joyeux Anniversaire, Petit Peintre !