perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


vendredi 27 novembre 2020

CONFINAMENTO CULINARIO

Siamo di nuovo confinati, ma oramai non è più una novità, non mi stupisco più, non sento il bisogno di sottolineare da quanto tempo le mura domestiche e il giardino sono il mio orizzonte quotidiano pur se inframezzato da squarci di cielo romano, una piccola pausa da aspetti poliedrici.

Ho smesso di contare ma non ho perso del tutto il conto.

Il nuovo confinamento ufficiale ha preso inizio un giovedì a mezzanotte, l’ultimo giovedì del mese di ottobre.

Lo ricordo perché stava per concludersi la seconda settimana delle vacanze scolastiche di Ognissanti; la mia amica aveva previsto per l’indomani venerdì un atelier al Museo Granet a beneficio di sua figlia e il programma saltava così miseramente.

Le scuole avrebbero riaperto i battenti lunedì 2 novembre e questa chiusura ben prima del w.e. (al sabato sarebbe stata già più tollerabile) l’aveva irritata profondamente.

Si trattava dunque di giovedì 29: il conteggio a ritroso non è troppo difficile.

Ecco un nuovo fantastico giovedì!

 

La notizia mi ha lasciata abbastanza indifferente scivolandomi addosso morbidamente; la non interferenza con i miei progetti, diciamolo pure, ha fatto una notevole differenza.

Programmi ne avevo ben pochi, gli unici di una certa rilevanza erano già naufragati per l’ostracismo di C.V. che aveva posto il veto a treni per la capitale e di trasferimenti in auto, neppure a parlarne: troppo lunghi.

La mia routine avrebbe potuto continuare secondo il suo ritmo cadenzato: casa, giardino, qualche supermercato rapido e per lo svago passeggiate in collina e il mio fisioterapista martedì e venerdì a Aix.

Le uscite per la spesa rimanevano consentite e quelle mediche pure per cui non avevo motivo di preoccuparmi che questo nuovo confinamento intralciasse il buon svolgimento della mia miserrima settimana.

Solo a descrivere, scrivere e soprattutto rileggermi sono colta da angoscia sconfinante in depressione.

Che piattume, che aridità, che orizzonte vuoto, abissale, sconfinato, da deserto.

Deserto dei Tartari.

Non so se mi sia concesso il paragone con l’epopea del tenente Drogo.

Incurante di una risposta che solo chi mi legge potrebbe darmi (e che comunque arriverebbe troppo tardi) me ne approprio.

Ho proprio l’impressione di rinsecchire, di liofilizzarmi di inaridirmi, pur se non manco di liquidi e di nutrimento.

Le giornate sempre più corte e il freddo che arriva riducono il tempo passato in giardino a preparare l’arrivo dell’inverno, a sognare una nuova primavera quando finalmente sarà possibile porre a dimora quelle piante che ora metterebbero a repentaglio la loro sopravvivenza a causa delle gelate frequenti sulla mia collina.

Le buche per riceverle sono già state scavate e le ho parzialmente riempite di terriccio fertile grattato sotto le querce.

Aggiungo quello che io ritengo (forse a torto) nutrimento: foglie secche che dovranno decomporsi e trasformarsi in humus, cenere riciclata dalla mia stufa che pulisco ogni mattina con perizia, fondi di caffè che non finiscono nel compostaggio generale.

Insomma un bel mix nutritivo.

E poi passo ai fornelli.

Sono tornata a cucinare non tanto per sfamarmi quanto per creare e distrarmi.

Con C.V. ci rubiamo il mestolo e ci sfidiamo a colpi di ramaiolo.

Ognuno ha le proprie specialità.

Una delle sue sono gli gnocchi.

Ma come non dire la mia?

Purtroppo questo piatto dà adito a scontri dialettici.

Superato il conflitto della scelta delle patate, per le quali mi sarebbe piaciuto utilizzare buone patate vecchiotte a pasta bianca di montagna (che qui non trovo) la scelta è caduta sulla varietà bintje che mi sono trascinata a spalla dal mercato.

La preparazione passa quindi nelle sue mani, in tutti i sensi.

Ma non parliamone, non nominiamoli, altrimenti il conflitto linguistico si invelenisce di nuovo.

C.V. prepara i gnocchi 

Rabbrividisco solo a scriverlo.

Quel che è peggio è che il correttore automatico mi sostiene e devo forzare per ottenere questa grafia.

Devo dunque nuovamente scrivere l’articolo “i”. 

La pseudo cultura del nord che si basa su un detto, dalle origini non ben precisate che recita “ Ridi ridi che mamma ha fatto….gnocchi” è il suo riferimento, unito all’affermazione di scarso valore “…a casa mia si diceva così

Inutile proporre uno sguardo sullo Zingarelli, alla Treccani, chiedere lumi all’accademia della Crusca.

Scherziamo?!

Loro non hanno voce in capitolo.

Con molta faziosità C.V. sostiene che i toscani sono autoreferenziali.

Lui  invece no, ovviamente.

I toscani, fanno le regole, se la raccontano e vorrebbero imporsi ma con quale diritto?

Immagino che se esprimesse il suo pensiero per intero arriverebbe a sostenere che Manzoni invece di “sciacquare i panni in Arno”, avrebbe dovuto affogarci in questo fiume.

Lasciare i suoi Promessi sedersi sulla cadrega e la madre di Cecilia scendere dalla soglia d’una di quelle porte.

Che Uscio e uscio!

Mi insorgo perché l’articolo “i” unito a gnocchi mi produce un attacco di allergia.

Non demorde.

Io neppure.

Finisce che lui mangia i gnocchi (nuova forzatura del correttore) al pomodoro e io gli gnocchi al burro e salvia.

Beati i francesi che hanno un solo articolo plurale maschile (e anche femminile per semplificare), anche se, ahimè turpitudine estrema, da loro diventano les gnocchis.

Il Larousse riporta le due forme con e senza S, plurale alla francese o come in italiano.

Ma, attenzione, RACCOMANDA, sia ben chiaro, la forma francesizzata.

 

Il confinamento sta per essere alleggerito, siamo oramai allo scadere di un mese e M.Le Président, lascia un po’ le redini, per preparare il Natale.

Di nuovo non credo ci saranno molti cambiamenti nel mio ritmo quotidiano.

Non so come imbandiremo la tavola per il pranzo natalizio del 25 (in casa nostra non usa il cenone, che in ogni caso sarebbe “un cenino”, dato il previsto numero ridotto dei commensali).

Gnocchi NO sicuramente! 

Vorrei salvaguardare la pace del Natale.

Il Panettone lo gradirei, ma solo di pasticceria, di una delle tante milanesi ben referenziate. 

......e allora neppure Torta co’ bischeri per par condicio....e per evitare possibili fraintendimenti .


mercredi 11 novembre 2020

November 11

I colori dell’autunno iniziano a smorzarsi man mano che le foglie cadono; tra i verdi degli aghiformi, si infiammano le ultime foglie del ciliegio e spiccano i gialli aranciati delle querce.

Immagini che rimandano ad altri autunni ad altri alberi ad altri paesi.

Esistono foto a testimonianza e a sostegno dei miei ricordi ma non ho bisogno di aprire l’album di famiglia per sovvenirmi di alcuni di loro, momenti Storici con la S e con la s.

Penso al grande albero sorridente dalla chioma gialla e foltissima in posa con accanto le nonne venute a trovarci ad Aston in Pennsylvania.

Entrambe già nonne di due nipotini (un maschietto e una femminuccia per ognuna di loro) ma non per merito nostro.

A quella data non avevamo ancora prodotto la nostra creazione. 

 

Era un mite novembre e mi sovvengo ancora del lungo periplo a Filadelfia in un solatio week end di inizio mese.

Ho solo il dubbio se il giorno preciso fosse il sabato 8 o la domenica 9.

La memoria mi parlerebbe di domenica, la passione per le cifre mi fa pensare ad un 8. La combinazione è impossibile e mi rimane dunque il dubbio circa la data esatta.

La bilancia propende però dalla parte della domenica.

Mi rivedo ancora in una foto che è sparita dall’album con indosso un paio di pantaloni color cammello e un pullover blu, camminare con un passo deciso.

Sugli abiti non ho dubbi: quelli color cammello erano gli unici pantaloni che possedevo, di un peso medio tanto da poterli utilizzare dalla primavera all’autunno, prima dell’arrivo dei rigori invernali. 

La pancia vi era cresciuta dentro, contenuta da una specie di rete estensibile che la avviluppava.

Anche il maglione era l’unico modello prémaman che possedessi, ma data la stagione centrale della mia gravidanza non me ne erano serviti molti.

Così abbigliata avevo camminato per diverse ore in un giro turistico a beneficio delle nonne sfidando la mia tenuta stagna, visto che eravamo già arrivati alla “due date” prevista per il giorno 8.

 

Pochi giorni prima, il martedì 4 avevano avuto luogo le 49esime elezioni presidenziali americane e il repubblicano Ronald aveva largamente battuto l’allora presidente in carica, il democratico Jimmy che si era ripresentato per un nuovo quadriennio.

Io ero là, sul suolo americano, in uno degli stati che considerato il numero dei grandi elettori, sono ritenuti chiave per la vittoria.

Ero là “sur place”e non ho il minimo souvenir di tale evento.

Non ho il più pallido ricordo che il martedì 4 gli Americani erano andati alle urne.

Quelle elezioni le ho ricostruite dopo a posteriori e le ho inserite nel mio microcosmo e ora ne fanno parte integrante.

In compenso mi ricordo benissimo la passeggiata della domenica (più ci penso e più mi convinco che fosse avvenuta di domenica), la stanchezza dell’indomani lunedì, dei primi doloretti nel pomeriggio, divenuti più forti, più frequenti, più cadenzati verso sera.

L’ammissione in tarda serata al Riddle Memorial Hospital tra le risate (di breve durata) perché mi avevano obbligata ad entrare non con le mie gambe, che funzionavano benissimo, ma sulle ruote di una carrozzina.

Fosse mai che scivolassi sulla buccia di banana e chiedessi i danni!

Una vera première

(la sedia a rotelle ovviamente, bucce di banane non hanno mai incrociato il mio cammino.)

…9, 10 e poi il fantastico martedì 11 novembre quando prima delle 3 del mattino, dopo aver protestato, sacramentato e quant’altro avevo infine scoperto cosa racchiudeva il mio uovo, poco pasquale.

Ero diventata mamma di una little girl e le nonne erano entrambe passate da quota 2 a quota 3, sempre in pareggio.

 

Le elezioni di quest’anno penso che le ricorderò.

Martedì 3 novembre hanno avuto luogo le 59esime elezioni presidenziali americane.

Difficile dimenticare un Donald versus Joe, un Donald che non molla e non accetta di essere considerato perdente, un Donald …tout court.

E come potrò dimenticare lunedì 9?

L’annuncio di Pfizer per il vaccino anti Covid e due dei miei figli che traslocano in questa data: la primogenita, a ben meno di un chilometro, stocca le sue masserizie in una casa cantiere, il secondogenito, a undicimila chilometri, le stocca in un deposito in attesa di farle arrivare alla sua destinazione finale.

La terzogenita per non essere da meno o per essere in sintonia con i fratelli fa realizzare preventivi per il suo prossimo trasloco ma non credo che per lei questo 9 novembre sia una data decisiva. 

Se ne riparlerà più o meno tra un mese.

 

Il mio biglietto di auguri è arrivato a Versailles, già da qualche giorno in un plico contente una lettera pre-compleanno e un

biglietto home made che racchiude a sua volta una busta contenente il regalo virtuale, in tono con l’air du temps.

La destinataria vedendo il francobollo di tipo augurale non ha osato aprire, finché non le ho spiegato che avevo preso tutte le precauzioni del caso e che poteva rompere i sigilli e seguire le istruzioni.

Il 10 ha così rotto gli indugi e letto la lettera che temo abbia ottenuto un risultato diverso dal mio intento mentre i fratelli hanno spedito indizi per il loro augurio dell’indomani.

Eccoci a un nuovo 11, tiepido e solatio, degna giornata da estate di “San Martino” o per una più laica “indian summer”.

Per me in ogni caso prima di tutto il compleanno di mia figlia.

Quest’anno cade il suo quarantesimo che mi guarderò ben di commentare con un “Cento di questi giorni!”.
Di 100 bastano già gli scatoloni da svuotare.

Happy Birth-day my Girl!