perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


jeudi 6 octobre 2022

TRE GIORNI a BARI di stampa e LIBERTA'

La tre giorni di Bari, organizzata dalla sezione Italia dell’UPF (union presse francophone) dal tema “Le sfide dell’informazione nell’Europa di oggi e di domani e le ricadute sul mercato locale”, iniziata mercoledì 28 settembre si è conclusa venerdì 30 e ne ho dato quasi, molto quasi prontamente notizia sul sito dell’associazione corredando il trafiletto di una foto dei quattro personaggi che hanno pronunciato la loro ultima parola sul convegno.

Che emozione!

Non per l’ultima parola, bensì per tutta questa avventura da cui non sapevo cosa attendermi, come posizionarmi, cosa dire e cosa fare.

Iniziamo dalle attese.

Non ne avevo e dunque le sorprese tantissime.

Avevo a lungo titubato sulla mia partecipazione al congresso, con C.V. che non voleva recitare il ruolo di principe consorte al seguito e boicottava la mia presenza a Bari.

Le cose si sono poi incatenate e sono scivolate per il verso giusto tutte sole.

Mi avevano comprato un biglietto Parigi- Bari e ritorno.

Quel che è peggio avevano anche aggiunto un supplemento per una svista nel cognome.

Mai e poi mai avrei potuto ritirarmi.

Ai miei rilanci per comprarmi il biglietto ferroviario per raggiungere Parigi per poi partire in aereo con gli altri, C.V. nicchiava procrastinando non sapendosi decidere su cosa lui avrebbe fatto.

Oramai i tempi sono tali che se perdi l’attimo, un biglietto che potrebbe costare un prezzo onesto raggiunge cifre astronomiche e io non avevo nessuna intenzione di perdermi l’occasione di un posto comodo in TGV per il suo traccheggiare.

Mostrarsi decisi, porta i suoi frutti. 

Davanti alla mia intenzione a procedere ha deciso di seguirmi a Parigi e attendere il mio ritorno andando a trovare i nipotini versagliesi. 

Martedì pomeriggio in Gare de Lyon ci siamo separati.

W la libertà di non dover render conto che a se stessi.

Dopo un’estate sovraffollata e mai sola era una necessità quanto mai vitale.

E mercoledì mattina l’avventura vera e propria è iniziata con un taxi per raggiungere Roissy, l’aereo, i compagni di viaggio che man mano scoprivo direttamente o indirettamente studiando le carte d’imbarco, il trenino per Bari e l’hotel dove poggiare le valige prima di saltare in un bus che ci attendeva per portarci al congresso.

 

Come posizionarmi?

Difficile decidere di assumere in toto il mio ruolo di responsabile del sito.

Responsabile lo sono anche fin troppo.

Il senso della responsabilità non mi ha mai abbandonata fin dalla più tenera età.

Ma il mio complesso di dilettante allo sbaraglio e il non sentirmi completamente professionista unito alla necessità di dover ricorrere alle “petites mains” senza le quali le mie progettazioni troverebbero una difficile esecuzione pongono un freno notevole.

Metto il posizionamento in stand-by.

 

Cosa dire?

Per tutto quanto scritto sopra, la miglior scelta sarebbe quella del silenzio.

Il dramma è che io amo parlare, raccontare, raccontarmi.

Poi da quando ho ricevuto il viatico di Claude Lelouch che una mattina di tanti anni fa dalle onde di France Info mi ha detto J’aime les gens qui se racontent, au moins savent de quoi ils parlent……mi sono rassicurata, galvanizzata  e ho continuato a parlare per scritto.

E proprio vero al giorno d’oggi tutti scrivono, ne sono la prova vivente, ma con una benedizione come quella che avevo ricevuto come non raccontarsi?

 

Cosa fare?

Semplice quello che per anni ho fatto: a casa, alla FAC, a scuola….

Quello che in fondo mi riesce meglio: la mamma!

Di figli legittimi, falsi, immaginati, pseudo adottati, sempre e comunque la loro “mamma”.

Mamma, Mutti, Mom a seconda dei loro gusti, ma sempre io.

Visto il risultato non posso che compiacermi!

 

Mi sono ritrovata a trascinare il piccolo gregge scomposto e indisciplinato dei partecipanti che alloggiavano nel mio hotel, un gruppo di persone dalle molteplici facce con cui interagire per la durata del congresso.

Una esperienza come sempre interessante e arricchente, perché io amo la natura umana di cui sono curiosa.

Certo ci sono persone con cui ho scambiato di più, un po’ perché i malcapitati si sono ritrovati seduti accanto a me, a tavola, sul bus, in taxi (non in aereo perché ho avuto la fortuna di viaggiare in spazi allargati senza vicini diretti), altre con cui lo scambio è stato molto più limitato ad un semplice assicurarmi che ben fossero parte del gruppo.

 

Ho sorvegliato, curato, baliato, letto nel pensiero possibili richieste, risposto ad altre ben espresse; cercato di fare del mio meglio per guidare il mio gruppetto intero o ridotto fino all’aereo del ritorno.

Nessuno si è perso e questa è stata una grande conquista.

 

Gli interventi del congresso, interessanti e istruttivi, alcuni abbastanza scontati e poco formativi e neppure informativi, altri magari li ho capiti poco ma posso ringraziare gli articoli che sono stati prodotti a seguito di questo convegno e che sono stati di una comprensibilità stupenda per chiarirmi le idee.

 

Sorridente e luminosa Bari, ci ha regalato giornate di sole di cui ho approfittato dietro ai vetri, serate di cui una dal buffet con vista assolutamente “charming”.

Focaccia da triplo colesterolo ma di quelle che ti fanno pensare che ne valeva la pena e che grazie al cielo non mancavi di statine. 

Risotto alle verdure e Pasta con le polpettine che mi hanno ricordato i famosi Spaghetti with meatballs propinatimi decenni fa a un matrimonio negli States, non perché ci fosse qualche somiglianza.

Questa pasta era veramente buona a differenza di quella antica.

Gli spaghetti mi sono rimasti impressi non tanto per la scarsa qualità del piatto, quanto perché alle mie orecchie suonavano come un ‘eresia;

Uno di quei piatti attribuiti alla cultura italiana che io ritenevo un fake.

Errore! 

Esistevano realmente al sud e non erano frutto di una specie di “metissage” culinario italo amerindo, come avevo creduto, cosi come le ultra popolari oltreoceano “Fettuccine Alfredo”.

Pure queste esisterebbero in Italia….non so dove!

 

Super accoglienza in grande semplicità elegante in questo appartamento, da cui me ne sono ripartita maledicendo la mia stupida idea di aver indossato tacchi. 

Già non ci sono abituata e in più avevo una buona ventina di minuti di marcia sul selciato, con il rischio di incastrare il tacco in qualche buco.

Non sarebbe una novità!

Mi è già capitato di dovermi fermare, sfilare il piede dalla scarpa e disincagliare il tacco senza rischiare di lasciarlo nel buco. 

 

Tanto colore locale, ma quello che più è contato è stato il calore trovato.

Un’accoglienza da lasciare senza parole per una organizzazione da miracolo fatta da Maddalena.

Sono ripartita da Bari con un’Amica in più.

…e questo ha un valore inestimabile, tanto da rendermi leggero il rientro su Beauvais.

Mad vaut bien un long detour!

mardi 4 octobre 2022

AUGURI GIRLY

Cara la mia Girly

Come ben sai le mie vacanze estive sono state all’insegna dei bambini e soffitta, forse non sai pero' che in un circolo vizioso i bambini si sono rincorsi e lo svuotamento della soffitta mi ha riportato a ritrovare altre bambine.

In un girotondo di ricordi e di scoperte che avrei voluto analizzare con metodo e precisione, sono stata costretta ad accelerare e riempire sacchi condominiali da spazzatura di vecchi libri di scuola, opuscoli, carteggi e non ti dico quante infinità di cose indefinibili che la soffitta ha vomitato. Tutte finite nei cassonetti che ancora troneggiano nella strada vicino a casa.

Ogni tanto ho imboscato qualche meraviglia che mi è apparsa agli occhi e sfuggita alla furia distruttrice del tuo Vati.

Vecchi disegnini della zia, creati per me per il club dei 4 moschettieri con le compagne di scuola, un mini album di disegno della mia 1° elementare e una storia redatta in fogli disparati e scomposti il cui titolo mi ha fatto un balzo nel cuore.

Fosforino!

Fosforino era un personaggio creato dalla fantasia del mio babbo (che a dir suo non ne aveva), accompagnato nelle sue avventure molto spesso dal fedele cane Lecchino e in perpetua lotta con i ragazzacci, che nella mia memoria risuonavano come i compagnacci. Unica vera certezza del termine il suffisso dispregiativo “accio”.

Quante volte ho ripensato a quelle storie di cui ho solo un vaghissimo ricordo, annebbiato dal tempo e di cui è rimasta indenne l’immagine di Fosforino, studente modello ma non secchione e simpatico, del fedele Lecchino con la lingua penzoloni, dei compagni di classe, stupidi cattivi e vagabondi, solo dediti a fare dispetti.

Ne ricordo vagamente una legata al carnevale e alla pentolaccia: tre pentole di coccio una ripiena di segatura, una di leccornie profumate e una di prodotti di tutt’altro genere ben maleodoranti.

Non sai con che emozione ho sfilato il mini plico dal sacco del mio computer ove lo avevo protetto per poi ricopiare la storia. 

La ho letta stasera mentre la trascrivevo per aver la sorpresa e per offrirtela in diretta come regalo per questo compleanno.

Regalo non solo per te ma anche per i tuoi fratelli se mi leggeranno.

 

FOSFORINO e i guai

 

C’era una volta un bambino che si chiamava Fosforino.

A scuola era il primo della classe e dei ragazzacci erano invidiosi perché Fosforino pigliava sempre bei voti.

Un giorno a scuola mentre la maestra spiegava la lezione, quei ragazzacci che erano invidiosi gli tiravano con la strombola dei pezzettini di pane biascicato, che si attaccavano e Fosforino faceva finta di nulla, poi gli e lo (glielo)tirarono uno in uno orecchio e allora Fosforino gridò ai (ahi).

La maestra disse chi è che ha detto ai (ahi) ?

E Fosforino disse sono stato io.

Poi siccome Fosforino era il primo della classe la maestra disse a Fosforino che poteva entrare prima di tutti i bambini pulire la scuola, aprire le finestre.

E una mattina i soliti ragazzacci non soddisfatti di avere fatto uno scherzo gli e lo (glielo) fecero un’ altro e uno di questi ragazzacci chiamò Fosforino e gli fece vedere delle palline allora un’ altro svelto svelto andò nell’aula e scrisse la maestra è una ciucona facendo la caligrafia  di Fosforino e scrivendo in fondo Fosforino.

Poi quel ragazzo scese giù facendo finta di nulla.

Fosforino entro e non s’accorze di nulla, la maestra entro nell’aula e disse : Fosforino fai entrare i ragazzi uno per uno.

La maestra ando dietro la lavagna per attaccare il cappotto e pigliare il grembiule nero e vide la maestra è una ciucona. Fosforino.

La maestra chiamò Fosforino e gli disse: Fosforino cosa mi fai.

Fosforino ci rimase tanto male che diventò rosso come un peperone. 

Quando la maestra uscì di scuola andò dalla mamma di Fosforino e le disse: signora ma sa suo figlio mi fa delle cose terribili a scuola ieri ha fatto questo, oggi ha fatto quest’altro cosa posso fare?

Quando Fosforino sta cattivo a scuola lo picchi o mi mandi a chiamare me. Vabbene signora

Un giorno di festa Fosforino gli era saltata in mente un’idea di scoprire cosa volevano fare di nuovo quei ragazzacci e cosi ando a fare una passeggiata e trovo quei ragazzacci che pensavano cosa fare di nuovo.

Fosforino gli (li) salutò e dopo poco disse io vado a studiare e quei ragazzacci dissero: si te vai a studiare e chi ci crede e Fosforino si allontana.

Mentre s’allontanava incontra un pastore che lo conosceva bene e gli disse mi guardi il fieno Fosforino disse volentieri e dopo però mi fai un piacere ma certo.

Il pastore va, poi ritorna e dice cosa vuoi che ti faccia di piacere?

Vorrei che tu mi lasciassi entrare qui dentro il pastore dice si però lo porto sull’aia 

Si si.

Fosforino si nasconde e sente dire: la maestra a (ha) sulla cattedra un bel vaso, bisogna farlo cascare addosso al grembiule suo così lo sporcherà.

E per farlo cascare come si fa?

SI mette dei chicchi di granoturco e per fare sporcare il vestito? ci si mette dell’acqua puzzolente. Poi si lega alla seggiola un filo trasparente, poi rimane l’altro capo del filo il quale si legherà al vaso così quando la maestra muove la seggiola per mettersi a sedere, cascherà il vaso addosso a lei e così la sporcherà.

Poi i ragazzi andarono a casa e anche Fosforino andò.

La mattina alle 3 andò Fosforino nell’aula e sparse intorno al vaso una polvere che non si vedeva ( il succo di un carciofo – è stato corretto non so da chi sostituendo “una polvere -….”)

Poi i ragazzacci entrarono in classe misero i chicchi l’acqua sporca e se ne andarono poi la mattina alle otto Fosforino entro in classe aprì le finestre, puli la scuola, poi fece entrare i ragazzi la maestra entrò e disse: Fosforino mettiti a sedere.

Fosforino disse signora maestra non si muova di costì. Fosforino ando accanto alla maestra e gli fece vedere quello che avevano fatto i ragazzacci.

La maestra disse sei stato tu Fosforino? No signora.

E allora chi è stato? gli e lo (glielo) faccio sapere subito.

Io ho sparso della polvere (succo di carciofo- nuovamente sostituito alla polvere dalla stessa grafia-) che rimane appiccicata alle mani se i ragazzi tirano fuori le mani si vedra subito la maestra disse: fiori (immagino volessi scrivere fuori) le mani e vide 3 o 4 ragazzi che avevano le mani macchiate.

Allora la maestra andò dai genitori di quei ragazzi e racconto tutto.

Allora i genitori di questi ragazzi presero una frusta e incominciarono a frustarli nelle gambe.

E cosi da quel giorno quei ragazzi non fecero più scherzi.

R. Ricci 

FINE

 

Fedelmente ritrascritto dall’originale di cui sono stati conservati i vari strafalcioni, tra i quali brilla l’uso incorretto dell’apostrofo, l’assenza spesso di accenti, una punteggiatura sommaria e soprattutto praticamente assente nel discorso diretto, nonché frasi che tolgono il fiato.

Sono state apportate solo pochissime correzioni notate tra parentesi perché certe sgrammaticature mi procuravano un po’ di “orticaria” e dato il loro ripetersi non potevano essere considerate semplici sviste. Le due sostituzioni con “succo di carciofo” scritte da mano a me ignota ma manifestamente adulta sono state riportate tra parentesi perché la versione originale era ben leggibile benché sbarrata e comunque mi piaceva di più.

Cosa altro posso aggiungere?

Ignoro quando sia stato scritto. L’uso del passato remoto e la grafia non eccelsa, nonché le sgrammaticature mi farebbero pensare a un periodo tra la seconda e la terza elementare al massimo.

Il soggetto ovviamente fa parte delle tradizioni casalinghe: Fosforino, i ragazzacci, la strombola (sinonimo di fionda), ciucona sono tutti appartenente al lessico familiare.

Non saprei affermare con certezza se questa fosse la trascrizione di una novella creata per noi da bambine o se sulla falsariga di novelle udite fosse stata creata dall’autrice di questo pezzo come compito scolastico.

Il racconto appariva su fogli di carta velina frammiste a pagine di quaderno.

Per il contenuto riconosco altri tocchi paterni come l’acqua puzzolente o le frustate, retaggi di educazione vittoriana che decantava come “sana educazione”.

La cosa più buffa è che il babbo non ha mai alzato una mano su di me fino ai miei diciassette anni in cui mi appioppò un ceffone per aver risposto male a mamma.

Unico schiaffo ricevuto e mai dimenticato.

Grande educatore…ma non continuo perché altrimenti non la finisco più.

Certo che qualche riflessione questa storia me la ha fatta fare: e su Fosforino che non era certo un piagnone né uno spione; lui incassava e poi ripagava con astuzia e sul pregio di essere il primo della classe e ottenere il merito di fare pulizie…. Sai che fortuna!!!

Alla faccia dei minori sfruttati nel terzo mondo, in quello della nostra fantasia sfruttati per premio!

Buon compleanno Girly! Spero di averti fatto sorridere.