perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


samedi 30 décembre 2017

Le lingue straniere non si perdono mai

« Le lingue straniere non si perdono mai ! »
Anche se credi di averle dimenticate perché sono anni che non le studi, non le parli, non le frequenti più,  loro sono sempre lì.
Sepolte sotto strati polverosi di madri dure, pie e ragniformi, sonnecchiano in attesa del “bacio del principe” che le risvegli. E come la “bella addormentata”, che nonostante i cento anni di magia, apre gli occhi bella riposata, ( scontato dopo una simile cura del sonno ), fresca e senza una ruga, pure le parole straniere  tornano a rotolare dalle labbra sempre più sicure, decise, scattanti.
Si annodano e formano collanine di frasi.
“Le lingua straniere non si perdono mai, tornano sempre e con gli interessi per giunta”.
Questa è una delle mie “grandi teorie”, sciorinata a mo’ di incoraggiamento a studenti sconfortati.

Il recente soggiorno canadese me ne ha data, una volta di più, la conferma.
Dopo più di venticinque anni nel “hexagone”, immaginavo che il mio british anzi american  ( perché è questo che ho in qualche modo imparato) fosse alquanto arrugginito.
Oramai relegato per lo più a ruolo di salvagente, entra nelle mie conversazioni solo raramente,  quando non posso fare altrimenti e di preferenza non oltre le ore 19 per evitare emicrania da sforzo neuronico.
Che sorpresa, quando sbarcata a Toronto, in giro nella città, nella metro, sui bus, nei negozi, nei coffee shop, nei ristoranti, con il portiere del grattacielo dove risiedevo, con l'impiegato dell'autonoleggio (con cui ho discusso in maniera decisamente accesa), con i pompieri della caserma accanto a casa, (visitati quotidianamente per ragioni strettamente personali e familiari), mi sono sentita assolutamente a mio agio, con la lingua che si scioglieva , scorrendo fluida e leggera e soprattutto che soddisfazione rendendomi conto che comprendevo perfettamente.
Capivo  le risposte alle mie domande e pure le frasi che ex abrupto mi erano indirizzate.
Di che gonfiarmi e fare la ruota come un pavone, prendere d'un colpo tre chili senza bisogno di cedere alla tentazione di pancakes, waffles and french toast affogati in litri di maple syrup,

Proprio vero che "le lingue straniere non si perdono mai"
Ed anche che "ritornano con gli interessi".
La facilità con cui mi destreggiavo in english ne era ben la riprova e mi faceva pensare all'enorme sorpresa che avevo avuto l'anno precedente anche con lo spagnolo.
Rudimenti di lingua iberica grazie ad un corso semestrale alla FAC  uniti a un po' di pratica in Colombia e con la famiglia acquisita di una figlia. 
Esperienze molto basic senza nulla di esaltante o glorificante, che mi avevano lasciato, direi, una notevole indifferenza..
Il mio spagnolo intanto era rimasto lì al calduccio sotto le solite membrane a sobbollire e non lontano dalla Terra del Fuoco aveva fatto eruzione.
Nel mio primo viaggio in Argentina, da Buenos Aires alla Patagonia avevo avuto modo di rendermi conto che, pur se l'espressione orale era ancora nettamente insufficiente, la comprensione aveva fatto passi da gigante.
Per l'orale mancava la pratica, certo!
Gli interessi però avevano fruttificato in comprensione.
Il commento spietato delle mie figlie mi ha leggermente disturbato.
"Certo che laggiù capisci, mamma, la lingua argentina é uno spagnolo italianizzato.
O in ogni caso ne ha la stessa cadenza".

In Ontario, comunque, inutile parlare di cadenza.
Capivo.
Capivo e basta.
Il Canada, per me, non aveva frontiere (linguisticamente parlando).
Ero certa che anche gli Inuit mi avrebbero compresa!

L'arrivo in Quebec mi ha leggermente destabilizzata.
Qui la cadenza era un ben altro problema e di nuovo, come tantissimi anni fa mi sono sentita a disagio con il mio francese.
Quella che oramai considero la mia seconda lingua tutto a un tratto suonava alle mie orecchie come una lingua straniera. 
Ero pronta a rifugiarmi nell'inglese (anche dopo le 7p.m.),.
Mi ha solo trattenuta la paura di offendere i Quebecchesi, gente estremamente gentile,cui non volevo fare torto.
Disponibili, gentili, cortesi, pronti ad aiutare:
" Tout droit, puis à la deuxième lumière tournez à droite"
Come spiegare loro però che io di luci ne vedevo tante, fin troppe; e dove diavolo era la fantomatica seconda luce cui avrei dovuto girare a destra?
Avevo dimenticato che les feux rouges, ovvero i semafori perdono colore dall'altra parte dell'Atlantico!
Il momento più perturbante é stato sicuramente quello di una mattina a colazione quando abbiamo chiesto alla cameriera di portarci, per favore, altre posate.
Il suo sguardo interdetto, ci ha in un primo momento fatto pensare di aver detto qualcosa di sbagliato, tanto grande risuonava il suo muto stupore.
Come ci siamo ripresi, compresa la franco –francese in nostra compagnia, abbiamo chiarificato : "Forchetta, coltello, cucchiaino..... "
La luce questa volta si é accesa sul suo volto.
"Gli utensili!" ha tradotto, finalmente rassicurata.
E le posate sono miracolosamente apparse, anche se ammetto di aver temuto per un attimo che la cameriera arrivasse con pinze tenaglie e cacciaviti o magari nella miglior delle ipotesi con mestoli e schiumarole.
E invece niente di tutto questo, solo una penna e un blocco note per appuntarsi queste strane parole in previsione di nuovi turisti franco-stranieri.
Gli utensili perbacco!

mercredi 27 décembre 2017

Cadence



Je rentre d’un « séjour linguistique » au Canada.
Je pensais être juste un peu rouillée avec mon anglais, après ces derniers vingt-six ans passés dans l’hexagone. À ma grande surprise j’ai découvert qu’on me comprenait encore.
Alléluia.
Toronto comprenait mes besoins, mes questions et moi je comprenais (plus au moins) les réponses qui m’étaient adressées.
Trop fière de constater que, comme j’aime répéter à mes étudiants découragés «  les langues ne se perdent jamais ».
Leur connaissance reste ensevelie sous les méninges et elle refait surface avec des intérêts aussi.
En effet j’ai eu l’impression de comprendre et me débrouiller bien mieux qu’avant.
J’avais eu cette même sensation il y a un an, lorsqu’au fin fond de l'Argentine, en Patagonie, j’essayais de communiquer en espagnol, langue que je n’ai étudiée que pendant un semestre à la fac.
Mon espagnol était et il est véritablement basique.
J’avais assez de mal à formuler une phrase qui tienne la route sans trop m’appuyer sur le langage gestuel : les mains étant mon deuxième dictionnaire.
J’arrivais donc plus ou moins à exprimer mes nécessités mais à ma grandissime surprise je m’étais rendu compte que je comprenais bien davantage.
Je comprenais encore plus que l’année précédente à l’occasion de mon voyage en Colombie.
Je comprenais presque tout.
Génial. Ma théorie était donc vraie.
Les langues mijotent sous le cortex.
Juste bizarre que l’amélioration soit uniquement au niveau de la compréhension et non pas de l’expression.
Mais bon, il faut bien de l’exercice.
Je relatais mes exploits à mes filles qui m’ont aussitôt fait retomber sur terre.



« Bien sûr que tu comprends: l’espagnol de l'Argentine ressemble à l’italien (ma langue maternelle, Ndr ) ou du moins il en a la même cadence ».
Pour l’anglais de l’Ontario, en revanche, pas de cadence italienne.
Je comprenais tout court.
Le Canada m’appartenait.
Je pouvais voyager partout sans problèmes.
Me voilà enfin au Québec .....
Ici la cadence était en revanche bien autre chose.
Mon oreille a eu beaucoup de mal à s’y adapter.
Incroyable comme je me suis sentie démunie.
Tout à coup le français, ma deuxième langue, est devenue à mes yeux ( et mes oreilles) une langue étrangère.
J’étais prête à ne plus m’exprimer qu’en anglais, mais la peur de vexer les québécois, des gens très gentils m’a poussé à faire des efforts.
Mais comment leur expliquer que je ne voyais pas la lumière pour tourner.
« Tout droit, puis à la deuxième lumière tournez à droite »
Les feux rouges perdent de la couleur au delà de l'Atlantique.
Le pire a été un matin au petit déj lorsque la serveuse nous a regardés d’un air désemparé
Nous avions demandé des couverts et elle ne savait pas quoi faire.
Notre question l’avait troublée.
Mais avant de réaliser  que le problème demeurait dans la compréhension du mot « couvert »nous avons tous essayé  de comprendre ce que  nous avions pu dire d’erroné.
Fourchette, couteau, cuillère......
Et la lumière fut...il fallait juste demander des ustensiles, parbleu!









samedi 11 novembre 2017

11 novembre

Oggi è un altro giorno.
Anzi è il giorno esatto e l’ora precisa.
La “ieri sera” di xxx anni fa ero entrata ignara e sorridente al Ridge Memorial Hospital.
Dopo qualche ora sorridevo meno, iniziavo ad essere meno ignara e più consapevole ma ancora non conoscevo la fine della storia.
Alle 2:45 infine scoprivo cosa si fosse celato nel mio ovetto di Pasqua (in realtà di San Valentino, solo che in questa ricorrenza non si usano uova) e mi ritrovavo infine mamma della mia prima figlia.
Auguri Miss J!

vendredi 10 novembre 2017

Urgences

Quasi cinque mesi di “silenzio-non stampo”.
Un’estate che è volata senza che quasi me ne accorgessi, ma densa di eventi.

Il mio primo pronto soccorso :
undici ore all’Hopital Nord.
Ho varcato la porta delle Urgences con un misto di timore reverenziale, emozionata per questa nuova avventura, mai sperimentata prima di allora.
Non sapevo di stare male e tutto mi meravigliava.
Undici ore trascorse in compagnia, di una vecchietta con femore rotto che  fiocamente gemeva mentre una solerte erinnica nipote, arrivata in suo soccorso, tentava inutilmente  di fendere  la sua bolla da sordità urlando senza requie e senza risultato:
“Tatiiiii, TATI, quand tu sors Je t’amène à la maison, JE NE TE LAISSE PAS SEULE.... »
A poter intendere e scegliere non so cosa avrebbe potuto rispondere la povera donna e soprattutto augurarsi.
Processione di medici e infermieri interessati ai nostri casi clinici.
Quindi l’oblio....
Femore trasferito in sala operatoria e rimpiazzato da una labirintite .
A metà pomeriggio dopo una manipolazione del medico urgentista, casualmente esperto ( per la di lei fortuna ) la puéricultrice con i cristalli in orbita ha lasciato la sua brandina vuota ed e stata dimessa.
Già mi rallegravo di non dover più dividere il poco ossigeno con nessuno, ma la pace ha avuto breve durata.
In attesa di un esame per il quale nessuno veniva mai a cercarmi sono rimasta abbandonata sul mio giaciglio in compagnia ora di una ragazzina stordita da una finestra presa sulla testa.
Se mi pareva di essere in forma al mio arrivo, piano piano iniziavo a dubitarne.
Emicrania, dolori da decubito, ma rassicurata dalle ipotesi emesse sul mio stato di salute, attendevo con pazienza
Infine l’esame e la dimissione qualche ora dopo.
Referto rassicurante rispetto al motivo del mio ricovero.
Contraddette le ipotesi del mio medico di famiglia che mi aveva spedito al pronto soccorso, in compenso .....chi cerca trova .....e la TAC aveva evidenziato un’altra anomalia da verificare con una nuova sfilza di esami da programmare per le vacanze estive.

Il primo ricovero non si scorda mai.
E ancor meno quando il giorno dopo il tuo medico di fiducia ti assicura che in ospedale non hanno capito nulla e che alla nuova patologia scoperta c’è da aggiungere il loro referto da mettere in discussione.

Nipotini a gogo’  in villeggiatura da noi, senza e con genitori.
La riscoperta di giochi, attività, manicaretti da inventare.
Pannolini, notti perturbate e da lungi dimenticate, sveglie mattutine condite da sorrisi semi sdentati che vanno dritti al cuore.
-  Gatto Arrrrfff , Mamma e NO - vocabolario molto ridotto ma la gestualità compensa.
Primo  round concluso con viaggio in treno per riportare nipote T ai legittimi responsabili le-gali .
Tre ore trascorse in TGV immersi in caccia al tesoro.
I trofei celati sotto i sedili dei vagoni SNCF sono innumerevoli e incredibili.
Dai soliti bicchierini di plastica a biglietti usati, altre banalità, fino a un unghia finta che T brandisce con incredibile soddisfazione, sotto il mio sguardo disgustato.
Quasi ferragosto ma un clima da Ognissanti.
Lascio Versailles senza rimpianti.
Influenza assassina per distruggermi e la nipotina con i suoi genitori a rallegrarci.
I suoi primi passi con la mano in quella del nonno e l’altra sul carrettino, a piedi nudi sul prato. Uno scontro  con la gatta e un bel graffietto.
Lucciola non ama il genere femminile, è cosa nota, ed EV le si era avvicinata ignara e fiduciosa
Fiducia mal riposta! No doubts.
Cene e libagioni con la futura sommelier e il buongustaio suo sposo.
L’estate volge al termine e la casa si è riempita e svuotata di amici e parenti oltre alle figlie e nipotini.
Tutti a Milano per nozze familiari, occasione di raduno dei nostri tre nipotini.
T, EV e nipote Number One, il Jose’ Carioca, poco Jose’ e molto Carioca.
Accompagnati da un genitore, da entrambi o solo.
L’occasione delle nozze è  pure per festeggiare compleanni recenti e prossimi futuri.
Torta al cioccolato per i 4 anni del Carioca e una alla crema per sua zia trentenne, nel giro di tre giorni.

Silenzio stampa.
Nessun augurio virtuale che nessuno tanto leggerà.
Silenzio sugli ultimi trent’anni casalinghi.
Silenzio sui 7 anni di Glob ( in questo caso però causa mancanza di connessione)
10 giorni e più di black out.
Rompo il silenzio per ricordare che xxx anni fa più o meno a quest’ora andavo in ospedale, primo ricovero della mia vita, per partorire la mia primogenita.
Sicuramente non mi leggerà e neppure le passerà per la mente di andare a occhieggiare sul blog, ma caso mai lo facesse.ci troverà .......
Troppo presto stasera......xxx anni fa non era ancora nata.
Domani magari.....
Urgence de revenir à ses habitudes!



dimanche 18 juin 2017

Sotto i cieli del mondo in cui brilla più o meno lo stesso sole


Meno di pochi minuti e sarai nato.
Inutile ricordartelo; penso che tu lo sappia senza dubbi di sorta che è il tuo compleanno.
Il tuo trentacinquesimo birthday.
Forse però non ricordi l'ora esatta.

Inutile far rinascere quei caldi giorni di quella bollente estate che ho raccontato, dettagliato, a ogni 18 giugno di questi ultimi sei anni da quando lascio tracce, raspaticci, ovetti su Glob.
Inutile perché questa estate 2017 non ancora iniziata da un punto di vista equinoziale è ancor più bollente di quella del 1982, o almeno lo è  per il momento.
Mi rimanda con la memoria alla terribile estate del 2003, quella tristemente nota come "l'été de la canicule".
L'estate era esplosa repentinamente e in anticipo sul regolare calendario stagionale.
Maggio bollente e giugno non da meno.
Ci si aspettava che questo inizio alla grande con temperature da fornace avesse breve vita e ci facesse magari, scontare il calore ricevuto con freddo compensatorio e inappropriato per la stagione turistica.
Errore!
Il caldo continuò ininterrotto a imperversare fino all'autunno.

Di quell'estate ricordo il tuo compleanno festeggiato insieme a quello di babbo a Parigi, il viaggio in Australia e l'apocalittico fine agosto  a Cecina.
Visioni indelebili!

Ci eravamo ritrovati tutti a Parigi.
Babbo, la tua sorellina ed io da Aix alla Gare de Lyon.
Tua sorella e te da Bruxelles, Lille alla Gare du Nord.
Destinazione comune il V eme arrondissement da Alberto.
Festeggiamento di un compleanno con lo zero per il babbo e del tuo ventunesimo, (un tempo sinonimo di maggiore età, la sera della fête de la musique, in una Parigi fumata e bevuta e non solo per il caldo.
Era stata la prima cena da Mavrommatis ( non la brasserie, ma il ristorante figo quello in cui qualche anno dopo inviteremo i genitori di Marie) di cui ricordo soprattutto il piacere dell'aria condizionata e la lontananza dal frastuono infernale degli scriteriati che impazzavano nella place deSaint Médard con "primus inter pares", l'emulo di Vasco Rossi già in cembali alle cinque del pomeriggio mentre si riscaldava.
Ritorno per voi due grandi al nord; per noi al sud con Aix che ci accoglieva alla discesa sul marciapiede del binario con i suoi 40 gradi.

40 gradi ancora a fine luglio mentre decollavo da Marignane per Londra,  destinazione Sydney e poi Camberra.
Bagliori di un qualche incendio sotto di me, rassegnata a questo volo senza il babbo, che improvvisamente aveva anticipato la sua partenza lasciandomi, interdetta, esterrefatta, irritata, pronta al rifiuto e alla fine rassegnata all'idea che come i reali avremmo volato separati e di conseguenza, salvo un accanirsi della sorte, il vostro destino di orfani era scongiurato.
Mi accompagnava per quasi-caso un collega di babbo che, fedele al suo biglietto d'origine aveva lasciato Marignane insieme a me.
Mi aveva fatto usufruire del beneficio del suo charme sulla hostess e seduta accanto a lui in classe affaire ( non so che tipo di affari si potesse fare nelle prime file dell'aereo, simili a quelle delle retrovie) mi avevano servito qualcosa di decente da bere.
Ci eravamo fatti compagnia nel trasferimento a Heathrow e qui ci eravamo salutati dopo aver scoperto, con mio profondo dispiacere, che eravamo su due voli diversi di B.A. con destinazione Sidney. A mezz'ora d intervallo entrambi, direzione Australia ma uno via Bangkok,l'altro Singapore.
Addio speranza di un surclassamento!
Ricordo ancora i miei compagni di viaggio.
Seduta nel mezzo, come Cristo in croce, oserei dire se non temessi di sembrare blasfema, tra i due ladroni.
Alla mia destra un debordante ansioso che ansimava al decollo, strabordando umori e invadendo i braccioli.
Alla mia sinistra uno scheletrico patibolare che pareva uscito dalle patrie galere.
Ho temuto un non risveglio causato da strangolamento notturno cagione raptus, alternativa a morte per asfissia olfattiva.
Mi risvegliai al mattino, anzi anche prima, grazie alla solerte nonché inopportuna hostess che insisteva per darmi da mangiare mezz'ora dopo il decollo a mezzanotte e mezzo mentre mi ero allungata con la mia copertina sugli occhi.
Invidiosa del mio sonno, non ho dubbi!
Per me che amo limitatamente il freddo e mi guardo bene di andarlo a cercare d'estate, Canberra e i suoi meno cinque gradi notturni, mi sembrarono per la prima volta nella mia vita un miracolo da paradiso terrestre.
Sydney, Manly, Byron bay .....ricordo il bagno nelle acque mosse di questa baia incantevole.

I successivi tuffi nel mio Mare nostrum piatto, calmo senza un filo di vento furono i soli momenti di requie e sollievo al caldo umido che imperversava a fine agosto a casa.
Persino mamma sempre infreddolita nonostante temperature normalissime - villa Sara era nota come la casa delle palme, (non solo in giardino) per le temperature africane anche in inverno( non si contano le caldaie fuse per il superlavoro)- mi accolse al mio arrivo, in sala, una delle stanze più fresche, con i suoi quattro metri e mezzo di soffitto e l'esposizione ad est, ottimale per il pomeriggio, seduta davanti a un quanto mai rudimentale ventilatore dell'inizio del secolo che in ogni caso aveva il pregio di smuovere un po' l'aria.
Una delle rare volte in cui io la abbia sentita lamentarsi del caldo.
Io invece me ne lamentavo eccome la sera, ma tra me e me.
Inutile inveire contro il meteo con CV che non avrebbe potuto che rilevare che in quell'orrido posto, umido, non potevo aspettarmi di meglio.
Non aveva torto ma solo e in virtù dell'eccezionalità climatica di quell’estate.
Prendevo una doccia fredda, camminando adagio percorrevo i tre metri dal bagno alla mia camera.
Mi stendevo nel letto, coperta della mia sola pelle, le finestre inutilmente spalancate ma neppure un alito di vento e tre minuti più tardi il sudore colava lungo la nuca.
Non ricordo come finì l'estate della canicola ma fini.
E io sopravvissi.
Zero, ventuno, trentacinque.....la nascita, la maggior età , la dantesca metà del cammino....tutti anni marcati da temperature infernali .....
Chissà che clima hai laggiù sotto il tuo cielo di stelle "ordine e progresso"?
"L'amore come principio e l'ordine come base; il progresso come scopo"
Del positivismo di Comte cosa resterà ?
Trasferirsi in Canada, unica possibilità di progresso?
Ritorno a semi origini.....
.....al tuo compleanno degli otto anni, in giardino sul deck con i tuoi nuovi compagni di Elmwood, un caldo, ma non torrido pomeriggio di giugno.....
….ma questa è un’altra Storia….
Come sempre mi lascio prendere la mano dai ricordi e sconfino.
Lasciamo da parte il primo compleanno canadese, il mio 35esimo con in regalo lo smeraldo colombiano….se mi metto a raccontare non sono più in sala parto, tu sei già nato e siamo già tornati a casa, hai la febbre per il caldo, il pediatra non arriva e il salvifico nonno Gigi sceso dal treno decreta che hai preso un colpo di caldo…….
Andiamo avanti!!!!!
TANTI AUGURI MAXOU!!!
Buon Compleanno dalla tua Mutty.it

jeudi 15 juin 2017

Petali di rosa

D'abitudine il babbo ricordava questo anniversario inviandole un mazzo di fiori.
A volte nel vortice dei venti e della passione trascinato in regata ha pure dimenticato la data, il giorno e l'evento.
Per non incorrere in crisi diplomatiche sono stata capace di rimpiazzarlo, ordinando in sua vece un mazzo di gladioli al fioraio di fiducia che prontamente li consegnava accompagnati da un bigliettino magistralmente contraffatto.
Da ragazzina mi piacevano molto i gladioli e contraffare scritture e firme.
A tutt'oggi continuo nei falsi grafici ma non credo che la mia scelta floreale cadrebbe sui gladioli sulla cui esistenza mi pongo domande giungendo perfino a chiedermi se usino ancora.
Non mi pare di vederli sui banchi del mercato, poggiati per terra, ammollo nei secchi e riparati da un crudele solleone capace di incenerirli.
 Oggi la mia scelta andrebbe alle peonie.
Negli ultimi anni il babbo però aveva preso nuove abitudini.
Veleggiava in giardino, sceglieva una rosa che coglieva per lei e gliela portava in camera.
 Aveva tutta la mattinata per scegliere.
Notorio che mamma non metteva il piede fuori dal letto prima di ore indecentemente tardive.
Il peggio è che non dormiva neppure molto.
Nottambula, adorava approfittare della notte, coricarsi non prima delle una del mattino e spegnere la luce tra le tre e le quattro dopo essersi preparata al sonno con buone letture.
Al mattino la colazione a base di caffè lungo, polvere di Ecco dissolta in acqua e accompagnato da due fette biscottate spalmate di marmellata di more la estirpavano dal mondo forse dei sogni e sicuramente dei sonni.
" Signora la colazione!"
Mi sembra di riudire la voce della tata che arrivava con il suo bel vassoietto in camera.
Alzava di qualche millimetro la tapparella stendeva un asciugamano sul letto in modo che gocce volanti non schizzassero le lenzuola, fuoriuscendo dalla tazza tremolante e in bilico sul petto di mamma ancora allungata e mezzo insonnolita.
" Chiudi le finestre Nella, lasciami dormire ancora un po'"e risprofondava sotto le coperte dopo aver trangugiato caffè e tartine.
Non ho mai capito come facesse e come potesse fare colazione in simili condizioni.
Abitudine che mi ha sempre orripilato. Persino un semplice caffè a letto come facevano il nonno e mia sorella mi apparivano forme di depravazione e non sono mai riuscita a permettere alla tata di svegliarmi con la tazzina di nero fumante.
Solo malata accettavo il te in camera, ma lo bevevo seduta alla scrivania.
Stamani sono scesa in giardino, alle prime luci del giorno e ne ho fatto il giro alla ricerca di una rosa.
Ne ho trovate di spampanante e avvizzite, di semi-cadavere accanto a qualche bocciolo ancora così chiuso, piccolo e stretto da essere scambiato per una foglia.
Ho rinunciato al taglio floreale da mettere davanti ad una loro foto.
Vecchi come la repubblica italiana settantuno anni fa avevano pronunciato il loro reciproco si.
Né gladioli, né rose che tanto non potrebbero più annusare, solo petali che volteggiano nell'aere trasportati da uno scirocco caldo e dispettoso che segna questo 15 giugno.

Petali di ricordi, soffici e leggeri che si rincorrano in minuscoli tourbillon.
"Être dans le vent est une ambition de feuille morte", mi sovvengo di tante foglie di carta appese e dondolanti dai rami degli alberi del giardino del Lussemburgo con questa frase scritta sopra.....e
....les feuilles mortes se ramassent à la pelle. Les souvenirs et les regrets aussi...le note et la voce di Montand fanno eco e si uniscono ai pensieri.
Pensieri e parole che come spesso si aggrovigliano, mi fuorviano, mi perdono
Dling dling.....il suono di un messaggino WhatsApp mi riporta alla realtà in tutta la sua consistenza:
" la baby pesa 7,5 kg"
Mi scuoto dai ricordi evanescenti e mi ritrovo grazie a rotolini e coscette di una nipotina.
Un profumo di rosa mi accompagna.
Potrei finire con i versi di Emily Dickinson ma mi ripeterei.
So di averli già trascritti in un altro testo.
Mi rallegro di ricordare.



vendredi 19 mai 2017

2017 odissea dello S...


Cara Amica
Che hai sfidato le forze della natura, e soprattutto ti sei superata, solcando cieli per finire in una terra barbara dove non si parla neppure il milanese….( cosa non fa fare l’Amore materno?), che hai lasciato il conforto del tuo piccolo grande mondo, pieno di amiche, sicurezze, fiere di cui sei una dei capisaldi, G-8 rigorosamente a base di cappuccino, volontariato in ospedale, messe in pieghe dal cinese, programmi RAI,e tutti quei “nipotini”, ai quali per anni hai offerto le cure e l’amore della “nonna di riserva”, non credo che né figli né nipoti si meritino, ma tu il tuo nipotino te lo sei davvero guadagnato.
Condivido con te questo momento di gioia e di inizio di una nuova vita.
Dopo semestri di panchina, con  qualche discesa in campo ogni tanto, oggi 19 maggio sei infine diventata titolare a buon diritto.

È una giornata speciale che ho voglia di sottolineare a modo mio, come so fare, scherzando e ironizzando per lasciarne traccia e perché te la sei veramente guadagnata  ……..



A cinque mesi di distanza,
segue a Claudio, Costanza,
nel lontano 87,
quando ancor tutte le vette
rimanevano reali e non sogni virtuali
dei due prodi scalatori nonché "proud" genitori.

E la storia si ripete per le buone tradizioni
che mantengono per noi, le ex new generazioni.
Se Costanza ante Natale la nostra EVi ci scodella
per il Claudio non c'è tempo, ma provvede la sorella.

A trent'anni di distanza
c'è di nuovo una panza
in cui dentro sta Martino, tanto atteso nipotino
di Maria nonna provata per la figlia allontanata
e di Alberto tutto in spese per full immersion dell'inglese.

Lor si devon preparare
all'oceano attraversare.
Grande, enorme parapiglia per raggiungere la figlia
che a New York ha trasmigrato per congiungersi all'amato
prima e gran priorità della sua maternità.

Mentre Alberto in overdose guarda film a gogò 
sia ben chiaro in mother tongue, " Ma quant’ è duro, ohibò!"
la Maria a tutti nota, per sua gran praticità 
compra stock di valige, riempie, pigia e tutto sta.

Con l'aiuto del suo Maschio smuove scatole incastrate
cerca invano le richieste ma chissà dove stivate....
Il suo sogno a dire il vero è il garage da svuotare;
ma “tra il dire e anche il fare” c'è di mezzo proprio il mare

Lascia casa, lascia il coro, le sue amiche del G-8
l'oltreoceano poco le gusta e non lo dice sotto sotto. 
Il suo alloggio le conviene ma per far la minestrina
cerca invan tra il pentolame la sua giusta pentolina.

Tutto è caro, e non le piace cosa trova al negozietto 
Seven dollars per il butter? "Ma scherziamo? Sarà un etto!"
Un po' fa freddo un po' fa caldo e non manca l'acquazzone
ma ci son mali peggiori nella loro spedizione.

C'è da fare ancora i conti con l'Alberto e i suoi scassi
....ne sappiamo qualche cosa ....noi di lui e di materassi.
Dei suoi sonni tormentati a Parigi o in Provenza
a dura prova spesso ha messo la mia proberbial pazienza.

A New York per sua disgrazia, non può portar la tavoletta
ragion per cui la prima notte è una terribile disdetta.
A nulla è valso il materasso che l'Annuccia gli ha portato
e con gran disequilibrio il suo giaciglio ha raddoppiato.

Come un Prince sul pisello veglia pur sul doppio strato
e Maria al piano basso in angolino ha confinato.
Smonta ante, cerca al Brico e si ingegna a più non posso
"Porca vacca che stanchezza! chi la toglierà di dosso?

Fiducioso è il suo amico che ha già  profetizzato
"Qualche giorno a rigirarsi e poi vedrai ha dimenticato"
 "Più del dolore poté il digiuno" lui ripesca come motto
Vera è la sua predizione ....al terzo dì è un uomo cotto!

Qualche notte di ristoro mentre intanto arriva Vanda
a unirsi ai nostri amici "in cotal sperduta landa".
Lei è la mamma di Ubaldo, al suo primo nipotino,
senza indugio né incertezze, tosto posta si è in cammino.

Arrivato è infine il giorno del controllo stabilito
mentre Alberto va da Christie e non muove manco un dito
La paletta giace inerte, "Che abbia niente da comprare???"
-ho i miei dubbi-  alla sua Popa, lui è intento a divagare.

Ma Martino è ancor tranquillo, affatto pronto alla sortita
a quanto pare ha poca fretta d'iniziar la nuova vita.
E così all'indomani il ricovero è aggiornato
a mercoledì 18 maggio, tutto quanto rinviato.

Lunga è molto la giornata in cui il parto viene indotto
ma Martino non ha voglia di beccarsi un sol diciotto!
Non è un voto di rispetto, lascia un po' a desiderare
poi si sa che al "calcio in culo" a tutti viene da pensare.

- Son Martino, e pure augusto, primo erede in dotazione
quasi quasi mi concedo la cesarea operazione.
Son Martino il primo nato della stirpe dei Messia
meglio non far fare sforzi alla cara mamma mia.

E così tarabaralla tra le finte e tante prove
siamo giunti anche per lui allo sperato diciannove.
A cinque mesi di distanza dopo la Eva -Vittoria
Ecco infine qui Martino ....ed inizia nuova storia.


Prima che il Piave mormori, richiudo questa piccola pagina dei nostri destini incrociati aperta il 4 maggio 1987, con la boucle che si è bouclé oggi 19 maggio 2017.
Solo una pagina della nostra lunga storia insieme con i nostri meravigliosi cinque figli, .
Welcome aboard dear friend…..