Non me la sono sentita di unirmi al coro di voci che ha ricordato Fabrizio De André lo scorso 11 gennaio, nel ventesimo anniversario della sua morte.
Genova: un’intera giornata a Palazzo Ducale dedicata a questo “suo figlio” con documentari, interviste, filmati proiettati no-stop, omaggi di colleghi e l’incontro pomeridiano dal titolo “Il mio Fabrizio” in presenza di amici e familiari.
Ho seguito in disparte queste celebrazioni dallo schermo del mio computer, d’accordo con suo figlio Cristiano che preferisce ricordare il 18 febbraio e la sua nascita, piuttosto che l’11 gennaio e la sua morte.
De André non ha bisogno di un giorno speciale per essere ricordato; ogni giorno può essere buono per creare l’occasione di parlare di lui.
Mi ha accompagnato per anni, da quando semi adolescente lo avevo scoperto grazie a mia sorella e ha continuato ad accompagnarmi, compagno di viaggio in auto, nelle mie così ribattezzate “transumanze”.
Per questo 18 febbraio ho ripescato una mia vecchia pagina che parlava di lui, l’ho ripulita dal surplus e gliela dedico.
A come Addio Autoroute anche se so o almeno spero che si tratti di un Au revoir, B come Bordighera, C come Cervo, D come Diano marina, E come Evviva come vado veloce, F come Finale ligure, G come Genova.
Genova: pausa riflessiva. Ti attraverso, cavalco i tuoi ponti e a ritroso nello spazio e nel tempo, ritrovo il mio immortale paladino: F come Fabrizio, E come Estasi, D come De André, C come Canto, B come Bouleversée o come Brassens che anche tu cantavi,
A come Antichi Amori … entrambi.
A, pure come Amore che vieni Amore che vai -Matrimonio indimenticabile, un fine agosto- titolo ripreso e pari pari incollato sul tabellone che designava la posizione degli invitati ai tavoli laddove si sarebbero dovuti sedere.
La sposa dopo trent’anni di vita genovese, non poteva non omaggiare questo meraviglioso cantante e poeta. Lasciando questa città per la sua nuova vita, accostata la porta della casa, non paterna, ma coniugale, quella del suo primo matrimonio è tornata a ridere gioiosa nella sua Umbria.
Il filo con Genova è sempre attaccato per tantissime ragioni e motivi e De André ne ha come accompagnato la transizione.
Inutile forse precisare che Amore che vieni Amore che vai era il nome del tavolo degli sposi novelli ma soprattutto rinnovati.
B come Bocca di rosa, purtroppo non il nome del mio tavolo, che rispondeva a un molto più prosaico Pescatore, più soft e meno rischioso. Non ho ricordi di pésca, se non quella di beneficenza e a parte andare a caccia di granchi con il retino sui moli della mia infanzia, il mio rapporto con il mondo ittico oramai si ferma agli esemplari che metto nel piatto, o al mio cognome che mi riporta al mare.
L’unico, forse, non sono certa degli altri, pescatore al nostro tavolo era il fratello dellasposa, mio vecchio compagno di liceo.
B come Bocca di rosa, mi è mancato.
La sposa non ha osato, con ragione forse, posso capirla, far partecipare il titolo di questa divertente quanto irriverente canzone all’organizzazione delle sue nozze.
Per me e il mio itinerario è ben altra cosa.
Nessuno, poiché viaggio da sola, può risentirsi se traverso Genova ascoltandola all’ossessione fin quando arrivo alla prima stazione di servizio dopo il capoluogo ligure dove, cascasse il mondo, faccio sosta.
Per chi non sia un adepto del tragitto, tollero anche il precisare che la stazione di rifornimento si chiama Sant’ Ilario, ma per chi non conoscesse il testo di Bocca di rosa non mi va di riprodurlo; giusto ricordare che la protagonista era scesa alla stazione del paesino di Sant’ Ilario.
Io pure scendo non dal treno ma dall’auto e in uno dei miei tanti rituali chiamo la mia Amica ex genovese sul suo telefonino, certa così di trovarla ovunque lei sia e alla sua fatidica domanda “dove sei?» la scontatissima risposta “alla stazione di Sant’ Ilario” dove…
tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava
d’un missionario, recito tutto d’un fiato.
Ridiamo, faccio una sosta di supervisione alle toilette e riparto.
Due terzi di strada sono oramai conquistati ed io incomincio a risentire della stanchezza e dell’ansia.
Non voglio pensare. Mi concentro sulla strada.
C come Carrara. Mi sento quasi a casa.
T come Torre del Lago e come Tosca, pucciniana e non, dopo aver passato la più frequentata V come Viareggio e Vicina alla meno frequentabileT della pineta di Tombolo.
Sempre più V di Vicinissima a casa, e Z di Zero chilometri di autostrada. Sono oramai alla barriera di pedaggio, pago e mi immetto sulla superstrada.
Dieci minuti e sarò a casa, non voglio pensare a nulla.
De André continua a farmi compagnia. Dalle cave degli anarchici carrarini, sono le note del Bombarolo che continuano senza sosta a riecheggiare nell’abitacolo. Un po’ di sano animo anarchico o voglia di far esplodere il paesello che mi accoglie con il suo solito cartello non sense di “paese denuclearizzato”?
Mi viene ancor più voglia di giocare, io pure, con il detonatore.
....magari la prossima volta faccio i fuochi d'artificio, e poi se non bastasse vado allo zoo, apro la gabbia e allora:
« Gare au gorille !! »