perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


mardi 19 février 2019

Il "mio" De André

Non me la sono sentita di unirmi al coro di voci che ha ricordato Fabrizio De André lo scorso 11 gennaio, nel ventesimo anniversario della sua morte. 
Genova: un’intera giornata a Palazzo Ducale dedicata a questo “suo figlio” con documentari, interviste, filmati proiettati no-stop, omaggi di colleghi e l’incontro pomeridiano dal titolo “Il mio Fabrizio” in presenza di amici e familiari.
Ho seguito in disparte queste celebrazioni dallo schermo del mio computer, d’accordo con suo figlio Cristiano che preferisce ricordare il 18 febbraio e la sua nascita, piuttosto che l’11 gennaio e la sua morte.
De André non ha bisogno di un giorno speciale per essere ricordato; ogni giorno può essere buono per creare l’occasione di parlare di lui.

Mi ha accompagnato per anni, da quando semi adolescente lo avevo scoperto grazie a mia sorella e ha continuato ad accompagnarmi, compagno di viaggio in auto, nelle mie così ribattezzate “transumanze”.
Per questo 18 febbraio ho ripescato una mia vecchia pagina che parlava di lui, l’ho ripulita dal surplus e gliela dedico.

A come Addio Autoroute anche se so o almeno spero che si tratti di un Au revoir, B come Bordighera, C come Cervo, D come Diano marina, E come Evviva come vado veloce, F come Finale ligure, G come Genova.
Genova: pausa riflessiva. Ti attraverso, cavalco i tuoi ponti e a ritroso nello spazio e nel tempo, ritrovo il mio immortale paladino: F come Fabrizio, E come Estasi, D come De André, C come Canto, B come Bouleversée o come Brassens che anche tu cantavi,
A come Antichi Amori … entrambi. 
A, pure come Amore che vieni Amore che vai -Matrimonio indimenticabile, un fine agosto- titolo ripreso e pari pari incollato sul tabellone che designava la posizione degli invitati ai tavoli laddove si sarebbero dovuti sedere.
 La sposa dopo trent’anni di vita genovese, non poteva non omaggiare questo meraviglioso cantante e poeta. Lasciando questa città per la sua nuova vita, accostata la porta della casa, non paterna, ma coniugale, quella del suo primo matrimonio è tornata a ridere gioiosa nella sua Umbria. 
Il filo con Genova è sempre attaccato per tantissime ragioni e motivi e De André ne ha come accompagnato la transizione. 
Inutile forse precisare che Amore che vieni Amore che vai era il nome del tavolo degli sposi novelli ma soprattutto rinnovati. 
B come Bocca di rosa, purtroppo non il nome del mio tavolo, che rispondeva a un molto più prosaico Pescatore, più soft e meno rischioso. Non ho ricordi di pésca, se non quella di beneficenza e a parte andare a caccia di granchi con il retino sui moli della mia infanzia, il mio rapporto con il mondo ittico oramai si ferma agli esemplari che metto nel piatto, o al mio cognome che mi riporta al mare.
L’unico, forse, non sono certa degli altri, pescatore al nostro tavolo era il fratello dellasposa, mio vecchio compagno di liceo. 
B come Bocca di rosa, mi è mancato.
La sposa non ha osato, con ragione forse, posso capirla, far partecipare il titolo di questa divertente quanto irriverente canzone all’organizzazione delle sue nozze.
Per me e il mio itinerario è ben altra cosa. 
Nessuno, poiché viaggio da sola, può risentirsi se traverso Genova ascoltandola all’ossessione fin quando arrivo alla prima stazione di servizio dopo il capoluogo ligure dove, cascasse il mondo, faccio sosta.
 Per chi non sia un adepto del tragitto, tollero anche il precisare che la stazione di rifornimento si chiama Sant’ Ilario, ma per chi non conoscesse il testo di Bocca di rosa non mi va di riprodurlo; giusto ricordare che la protagonista era scesa alla stazione del paesino di Sant’  Ilario. 
Io pure scendo non dal treno ma dall’auto e in uno dei miei tanti rituali chiamo la mia Amica ex genovese sul suo telefonino, certa così di trovarla ovunque lei sia e alla sua fatidica domanda “dove sei?» la scontatissima risposta “alla stazione di Sant’ Ilario” dove… 
tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava
d’un missionario, recito tutto d’un fiato.
Ridiamo, faccio una sosta di supervisione alle toilette e riparto.
Due terzi di strada sono oramai conquistati ed io incomincio a risentire della stanchezza e dell’ansia.
Non voglio pensare. Mi concentro sulla strada.
C come Carrara. Mi sento quasi a casa. 
T come Torre del Lago e come Tosca, pucciniana e non, dopo aver passato la più frequentata V come Viareggio e Vicina alla meno frequentabileT della pineta di Tombolo.
Sempre più V di Vicinissima a casa, e Z di Zero chilometri di autostrada. Sono oramai alla barriera di pedaggio, pago e mi immetto sulla superstrada. 
Dieci minuti e sarò a casa, non voglio pensare a nulla.
De André continua a farmi compagnia. Dalle cave degli anarchici carrarini, sono le note del Bombarolo che continuano senza sosta a riecheggiare nell’abitacolo. Un po’ di sano animo anarchico o voglia di far esplodere il paesello che mi accoglie con il suo solito cartello non sense di “paese denuclearizzato”?
Mi viene ancor più voglia di giocare, io pure, con il detonatore.
....magari la prossima volta faccio i fuochi d'artificio, e poi se non bastasse vado allo zoo, apro la gabbia e allora:
« Gare au gorille !! » 

lundi 4 février 2019

Moda e Politica colori di tendenza

Nella moda il colore fa tendenza, ma anche in politica lascia il suo segno.
Camicie rosse, brune, nere, verdi perfino gialle hanno attraversato la Storia.
Dalle prime camice rosse di garibaldina memoria, nate in Uruguay alla metà dell’800 e che si avvicinano a passi da gigante ai due secoli di vita, passando attraverso quelle brune e nere, oramai quasi centenarie, di triste e lugubre memoria, a camicie verdi quelle della Lega Nord dei tempi di Umberto Bossi, al grido di “Padania Libera”, fino alle più recenti gialle in contrapposizione a ultime camicie rosse nate ad oriente, in Tailandia in questo ultimo inizio di secolo.
Piccolo dettaglio sul modello; le orientali, più che camicie erano magliette: girocollo, con il collo a V, polo (da quello che sono riuscita a distinguere guardando le foto delle manifestazioni), le camicie rosse garibaldine invece ben a forma di camicia più o meno ampia o di blusa, il camiciotto degli operai e artigiani (se ne trovano esemplari nel Museo di Mentana)
Queste nate a occidente sono tutte munite di collo, tra cui non manca pure, per la legge degli opposti, quello rialzato, tipico degli indumenti da lavoro, definito “collo alla coreana”.
Coreano d’occidente!


Tempi di ristrettezze economiche, tutto si accorcia e si riduce dal potere d’acquisto alla tenuta vestimentaria utilizzata per ribellarsi, contestare, farsi sentire.
Con le mezze maniche della loro uniforme di lavoro di infermieri e soprattutto infermiere, ecco le Blouses Blanches che rivendicano il “riconoscimento” della loro professione, uno stipendio più consistente ed effettivi più adeguati nelle strutture mediche.
Smanicati arrivano i gilè: Gilets Jaunes per primi, con le loro richieste.
Da quelle iniziali contro l’aumento della tassa sui carburanti e contro l’abbassamento del limite di velocita di 10 km all’ora sulle strade non a doppia corsia, fino ad una lista senza fine di cui è difficile tenere il conto completo.
Di gruppi di Gilets Jaunes ce ne sono a decine di vari ordini e tendenze, tanto che recentemente transitando nei pressi del Tribunale di Grande Istanza e vedendo un corteo di piccoli individui rivestiti di un gilè giallo, per una frazione di secondo ho pensato si trattasse di un corteo di nani che manifestava, prima di rendermi conto dell’assurdità del mio pensiero fuorviato e condizionato dall’attualità e distinguessi anche gli insegnanti accompagnatori di una scolaresca.

Con una punta di rosso i gilè diventano arancioni, i Gilets Orange
Sono lavoratori indipendenti del settore Lavori Pubblici, che hanno protestato per la prevista fine della detassazione del gasolio destinato a veicoli agricoli e macchine operatrici. 
La marcia indietro del governo per i prossimi sei mesi ha fatto ripiegare il gilè.
In stand-by in attesa di un passo falso governativo pronto ad essere ritirato fuori.

Con tanto rosso ecco i Gilets Rouges, sulla stessa linea dei Gialli, ma legati a un sindacato.
I gilè rossi sono iscritti o simpatizzanti della CGT (Confederazione Generale del Lavoro).

Si aggiungono i Gilets Roses delle assistenti materne che temono per la possibile diminuzione della loro indennità di disoccupazione.
Hanno recentemente manifestato, sabato scorso, la loro preoccupazione.

Gilets Verts su Face Book: facilmente intuibile le idee veicolate. 
Per lo più sono militanti ecologisti e cittadini preoccupati per la protezione dell’ambiente.
Giallo è bello” dicono “Verde è più rinfrescante” aggiungono.

Gilets Bleus sempre su Face Book che rifiutano ogni forma di violenza e di odio, da non confondere con i "Gilets Bleus (Police)"che di odio e di violenza, di straordinari, di straodinarissimi non pagati ne hanno fin sopra i capelli, fin sopra i caschi.
Ma STOP!
Altrimenti si finisce sui caschi blu dell’ONU.
E perché no invece! Caschi Blu della Cultura potrebbero cadere a puntino!

Non mancano i non-colore Gilets Blancs, la loro pagina su Face Book riconoscibile da un logo raffigurante un pugno chiuso e la scritta revolution , precisa che “se ne fregano del colore», quello che chiedono è che la polizia non utilizzi più i flash ball.
Attenzione vanno cercati come Gilets Blancs senza articolo determinativo, perché sotto il nome Les Gilets Blancs (preceduto dunque da articolo) si trovano altri aderenti con propositi più pacifisti.

Dagli indumenti si passa agli accessori, con i Foulards e le Stylos Rouges.
Fazzoletti rossi in sintonia con i Gilets Bleus per il corteo di fine gennaio a Parigi contro le derive dei Gilets Jaunes, per un ritorno alla calma e un rispetto dei valori repubblicani.

Penne rosse, quelle dei professori, un collettivo di insegnanti in collera che hanno manifestato davanti al ministero dell’Educazione, richiedendo un ridotto numero di alunni per classe, (se ne ritrovano infatti talora anche 31/32 alle medie e fino a 36/37 al liceo), la fine della soppressione di cattedre, nonché aumenti di stipendio per compensare la perdita del loro potere di acquisto.
I loro stipendi sono tra i più bassi d’Europa, si lamentano.
Certo in confronto a quelli di un insegnante in Germania per non parlare nel Liechtenstein, il paragone fa rabbrividire ….ma in un match Francia-Italia, è ancora l’Italia che vince, distinguendosi per stipendi più bassi specialmente a fine carriera.

Non sono certa se alla succitata lista si sia aggiunto il gruppo delle Guêpières Noires (se si sia realmente costituito in movimento sotto questo nome e con tanto di uniforme in pizzo) per protestare contro il riconoscimento, da parte del Consiglio Costituzionale, della conformità alla Costituzione della legge che stabilisce la penalizzazione dei clienti delle prostitute.
Questa penalizzazione dei loro clienti rende il loro lavoro più precario e rischioso e non solo a detta delle lavoratrici del sesso.
Accessorio anche per loro piuttosto che indumento?
Perché non optare per Jarretières Noires, magari di minor effetto rispetto a un bustino fru-fru e sexy, ma sicuramente più pratiche da infilare anche direttamente sopra un jeans per scendere in piazza a protestare.

Attenzione dunque al colore che si sceglie e cura particolare al dettaglio e all’accessorio!