Gli Stati Uniti hanno tenuto banco, hanno invaso la scena
attirato tutte le luci dei riflettori…insomma erano per così dire “on stage”.
Uso il termine stage
in corsivo, ci metto pure le virgolette per sottolineare la provenienza
straniera di questo termine entrato a far parte del vocabolario italiano e
usato a torto e a traverso grazie all’errata pronunzia.
Stage, per
l’uso che ne fanno in genere gli italofoni vorrebbe avere il significato di
“tirocinio” “praticantato” insomma quella esperienza lavorativa dove puoi
lavorare tanto, tantissimo come un regolare assunto ed essere pagato poco o
anche nulla in virtù di questa meravigliosa opportunità concessa di fare
esperienza (e qui devo spezzare una lancia in favore degli stages français in cui gli stagiaires sono regolarmente pagati)
Il significato, come dicevo, dovrebbe essere questo nella
mente dell’italiano che la pronuncia (e non la scrive)….
Se la scrivesse e basta non ci sarebbero problemi di
confusione, ma in genere non è sotto questa forma che l’homo italicus fa uso di parole straniere e pronunciando “stage” finisce per dargli tutta un’altra
valenza.
L’italiano alterna a momenti di forte e feroce sciovinismo
(come durante le partite di calcio in cui riesuma persino la bandiera….storia
vecchia e trita, lo so, lo ammetto, ma non per questo meno vera) ad accessi di
esterofilia sfegatata (da “I LOVE NY” mentre è decisamente più interessante “I
LAV MILAN”) che esercita appunto sfoggiando un repertorio di lingua straniera
dove si trova di tutto, di più e di ridicolo pure.
Una forte predisposizione per l’inglese, non perché sia
la lingua più facile, ma piuttosto perché, nonostante decenni siano passati “Tu
vo’ fa l’americano” concetto sempre vincente e di successo, spinge ad
anglicizzare qualsiasi termine straniero, con la falsa speranza forse di nobilitarlo
e soprattutto vendersi “come poliglotta”.
Francese lingua di cultura, romantica, degli “chansonniers”ma meno legata all’innovazione,
alla tecnologia, al lavoro, sicuramente nell’immaginario …. e
allora lo stage,
parola francese che ti permette di entrare nel mondo del lavoro, anglicizzata in
un accento che modifica la “A” in “EI”, ti fa entrare tutt’al più nel mondo
dello spettacolo...
Stage in
inglese significa, infatti, palcoscenico, e se si cerca un’opportunità di
lavoro la “work esperienze”, si deve andare a caccia piuttosto di una “internship”.
USA dunque “on
stage”, sul palcoscenico, sotto i riflettori della scena mondiale con
Sandy, femmina ciclonica, la sconfitta di Mitt Romney, la nuova vittoria di
Barack Obama, eletto per quattro nuovi anni alla presidenza di questo paese, gli
scandali dei generali statunitensi, le dimissioni del capo della CIA….
È tempo di cambiare aria, fare un giretto nella vecchia
europa...e allora “pourquoi pas Paris?”
Paris!!! toujours Paris!!!
Ma a Parigi in questo momento….
Un tour a Parigi in questo momento non può escludere la
mostra di Hopper: expo della rentrée,
evento non solo della nuova stagione artistica che apre l’autunno ma anche grande
mostra-evento dell’anno tanto che le code per accedervi non sono certo
trascurabili e la pazienza è necessaria e di rigore.
Il giorno dell’apertura sono stati battuti tutti i record
di visitatori con più di 5000 entrate per ammirare le opere dell’artista
americano.
È la prima volta che, a Parigi, l'americano Edward Hopper(1882 1967),
è l’oggetto di una grande retrospettiva.
La rassegna, che si articola in due grandi parti: gli
anni della formazione e la maturità dell’opera di Hopper, permette di scoprire il
percorso di questo artista, conosciuto per aver dipinto la classe media
americana, attraverso 128 opere tra pitture a olio, acquarelli e stampe.
Un’appassionante mostra che rivela uno sguardo
inquietante su scene di quotidiano americano.
Oltre Hopper, esposizione in questo momento a Parigi del fotografo Elliott Erwitt,
la cui mostra si è aperta venerdì 9 novembre e rimarrà fino al 13 gennaio a Élephant Paname , recente spazio
dedicato all’arte, inaugurato il 14 settembre di quest’anno situato nel
quartiere dell’Opera.« Personal Best / Personal Choice »é una selezione di opere dell’artista che riunisce più di 80 cliché di Erwitt e rende omaggio a questo fotografo americano tra i più noti del XX secolo.
Erwitt di origine ebreo-russa ha vissuto la sua infanzia in Europa tra la Francia dove nasce nel 1928 e l’Italia, prima di emigrare con i genitori negli Stati Uniti poco prima della guerra.
L’opera di Erwitt è caratterizzata da leggerezza e uno sguardo benevolo con cui inquadra immagini di bambini, cani, star e personaggi famosi (solo per ricordare due foto celebri, sono sue la foto di Marylin sopra una bocchetta d’aria e quella del Che Guevara con il sigaro)
Ovvio che Parigi offre tantissime altre mostre di grande risonanza e con artisti molto più casalinghi…si potrà ritrovare Canaletto a uno dei miei musei preferiti, al Jaquemart-André, il russo Chaïm Soutine al museo nazionale dell’ Orangerie, l’ultimo Raffaello al Louvre e Van Gogh e Hiroshige alla Pinacoteca… e questa non è certo una lista completa di quello che si può trovare nella capitale francese…decisamente “on stage”culturalmente parlando!!!
I wanna be a part of you ...Paris Paris ...queste mostre non potranno sfuggirmi !
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