1 NOVEMBRE-
La tempesta mi ha sconcertata: ho messo le
vele in stallo, lasciando che il My flower
girasse come una trottola, virasse di bordo e ho atteso che tornasse una certa
calma. E così halloween è arrivato e passato senza che io avessi poggiato piede
su terra per il mio sabba con le mie streghe…
Era destino che non arrivassi a tempo, come avrei voluto,
come mi ero ripromessa, ma questa è una grande verità: “In mare non si possono
mai fare troppi progetti”.
Quante volte le condizioni climatiche hanno deciso per
noi e rivoluzionato i nostri piani.
Ricordo una piovosa e fredda estate nel porto di
Marsiglia dove, volenti o nolenti fummo costretti a rimanere per una settimana ormeggiati
in banchina, con un Mistral che impazzava e infuriava e anche se non aveva messo
imperatori in pericolo o affondato ferry, aveva impedito entrate e uscite dal vecchio porto e comunque non era il caso
di azzardarci fuori.
Rinunciammo all’idea di arrivare a Barcellona e se non
sbaglio non arrivammo più lontani di Sète, ma con il tempo contato il Capitano
non poteva prendere rischi di non tornare in tempo dai suoi pazienti e di
lasciare noi magari in qualche porto lontano.
Quella lunga inutile e oziosa settimana, finimmo per
passare la maggior parte del tempo sottocoperta e sotto i plaid bevendo
cioccolata calda che mamma ci preparava e ascoltandola leggere libri di
Wodehouse che si era portata dietro per distrarsi. Di uno, non so se il titolo
fosse l’Imperatrice di Blandings o qualcosa del genere, ma la storia si
svolgeva ben al castello di Blandings e
la protagonista era l’Imperatrice, una scrofa nera, occhio diritto e fiore all’occhiello
di Lord Emsworth, il suo sventato proprietario.
Storie esilaranti e spassose che cercavano di renderci un
po’ di buon umore che il freddo, l’inattività e tutto il resto tentavano di
toglierci. In più già ritardati durante la navigazione, non so più per come e
perché, eravamo giunti a Marsiglia più
tardi del previsto e avevamo mancato l’usuale incontro con una delle cugine
della mamma che abitava a una cinquantina di chilometri.
Non c’erano telefonini per annunziarci e solo arrivati in
porto da una cabina ci mettevamo in contatto con lei, e questa volta per
scoprire che stava per partire in Italia per riaccompagnare una nipote più che
adolescente, ma che giammai i genitori avrebbero lasciato viaggiare da sola.
Delusione doppia e anche tripla perché la cugina in
questione era una donna eccezionale, spassosissima e una cuoca sublime.
C’eravamo perse una sua cena… e pazienza, ma non poter
godere della sua compagnia non fosse altro che per qualche ora aveva
rattristato tutta la ciurma, compreso il Capitano che per lei aveva notevole
simpatia.
Questa cugina della mamma, molto più grande di età di
lei, che noi chiamavamo regolarmente zia, era una donna minuta, piccolina, più
piccola della mia mamma che già era considerata una nanerottola ma dotata di un
humour e uno charme fuori del comune che la innalzavano a vette senza limiti.
Nata agli albori del secolo, era passata attraverso due
guerre, vi aveva lasciato due mariti e all’epoca viveva con il terzo che finì
per lasciare vedovo anche perché più giovane di lei di una decina d’anni.
Oltretutto di
natura un po’ cagionevole e debole di polmoni, lei non volle mai smettere di
fumare e il fumo non le allungò certo la vita.
La prima sera dunque fummo più tristi del solito: tutto
congiurava per toglierci il buonumore e ce ne andammo a letto mogi mogi.
Quale non fu la sorpresa, essere svegliati notte tempo dopo
mezzanotte, da richiami diretti non si capiva se a mia madre o alla barca, il
nome era il medesimo.
Come asserivamo perfidamente noi e come non smentiva il Capitano,
“più semplice e senza rischi di confusioni”, uno stesso nome lo tirava fuori da
ogni impaccio e se doveva scegliere… la preferenza andava sempre alla “Sara”.
La barca o la moglie? Buona domanda?
Aprimmo il boccaporto e quale sorpresa trovarsi di fronte
la zia e la nipote, infreddolite sulla banchina che cercavano di attirare la
nostra attenzione, svegliarci e far abbassare la passerella, rimontata la
notte, per salire a bordo.
Le due malcapitate erano sì partite e arrivate anche fino
a Ventimiglia.
Ma qui al controllo documenti della frontiera (Schengen era ancora molto futuro, da venire) la zia si era resa conto di non avere il suo nella borsa e a nulla erano valse le sue insistenze, erano stare rispedite indietro e così erano ritornate al punto di partenza o quasi.
Ma qui al controllo documenti della frontiera (Schengen era ancora molto futuro, da venire) la zia si era resa conto di non avere il suo nella borsa e a nulla erano valse le sue insistenze, erano stare rispedite indietro e così erano ritornate al punto di partenza o quasi.
Ma dalla stazione di Marsiglia a quell’ora non c’erano
più treni per raggiungere casa. Di chiamare il marito in soccorso non ne aveva
nessuna voglia e sicuramente l’idea di una nottatina in famiglia le aveva ben
arriso, perché in realtà la zia ci aveva atteso a lungo prima di decidersi a
capitolare alle insistenze della sorella che d’Italia la pressava per avere
indietro la figlia.
Anzi mi sono sempre chiesta se in realtà non lo avesse
fatto apposta di lasciare il passaporto a casa per avere la scusa di tornare e
vederci.
Conoscendola ne sarebbe stata pure capace!
Dose tripla di cioccolata per scaldarsi, risa e
gozzoviglie e anche un po’ di sonno tardivo per prepararsi a ripartire l’indomani…e
così terminammo la notte.
Una nuova notte mi attende, un nuovo giorno e chissà
quanti ancora prima di sbarcare, di risalire il Saint Lawrence, arrivare alle
mie Thousand Islands, perdermi tra loro alla ricerca dell’isola che non c’è?
Ma domani è un altro giorno, una nuova alba…e stanotte una
nuova notte di luna non proprio piena come il 29, ma ancora abbastanza tonda da non
giovare ai miei sonni.
Aucun commentaire:
Enregistrer un commentaire