perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


jeudi 1 novembre 2012

DIARIO di BORDO...una lunga pagina di ricordi



30 OTTOBRE
Sandy stamani è stata declassata a ciclone post tropicale.
Le prime notizie di morti, alluvioni e sorprendentemente incendi arrivano con mesti cinguettii.
Man mano che la giornata avanza altre notizie, immagini che non guardo, la diga che si è rotta, la centrale nucleare e i suoi rischi e il numero dei morti in aumento.
 Infine qualche notizia in diretta, la figlia dell’amica che dall’alto del suo appartamento al 42°piano ha sentito i suoi bravi brividi nella schiena con il building che si muoveva (…e non oso pensare alle ansie materne e a come abbiano scricchiolato le vertebre della genitrice).
Non era però sola e questo deve aver portato non pochi conforti…a lei e alla madre.
 Ora con la luce del mattino, già ben avanzato, è pronta ad avventurarsi per guardarsi intorno. La capisco, non si può trovarsi a NY in occasione di un evento “storico” di tale portata e restarsene barricati in casa, tanto più ora, dopo che Sandy si è allontanata per fare danni altrove, anche se non gode più del titolo di Uragano.
L’altra notizia mi giunge da una delle mie scrittrici benamate.
 Stesse impressioni, solo che il suo di palazzo non doveva essere troppo alto, e non oscillava e in ogni caso, lei era alloggiata al 3°piano e non trentanove più in alto.
Stridii di sirene, pompieri, alberi caduti, notte da tregenda e la stessa curiosità stamani di mettersi in pista.
La seguo sul suo blog e tra noi c’è una certa corrispondenza, nel senso che ogni tanto, io, spinta da una sua pagina, le scrivo qualche decina di migliaia di parole e lei mi risponde con qualche semplice decina. Non è la quantità quella che conta! Pur se nel mio caso, la mia quantità è, solo, di alta qualità, of course!
Capitata sul suo blog dopo un po’ di assenza (i famosi giorni caotici e rimescolanti) avevo scoperto la sua partenza l’indomani per NY. Ne avevo così approfittato per farle un po’ di auguri, sollecitarla a far vedere la luce al quarto tomo della “saga animalista” che attendo con impazienza e già che c’ero farle un piccolo resoconto delle nozze di Miss J.
Miss J!!!
Per lei ci vorrebbe un romanzo per tentare di raccontarla!
L’equivalente in carne e ossa di Sandy, quella di NY, un vero ciclone, senza l’opzione “declassamento”.
Lei è indeclassabile!
Da piccola aveva già manifestato parte di queste caratteristiche ma crescendo e con il mostruoso peso della primogenitura sulle spalle si era molto placata.
Era diventata pacifica e pacioccona e si era ben ambientata nel mondo scolastico, dopo tre anni di scuola materna, due dei quali passati a cercar scuse per rimanere a casa.
Il terzo anno non so se si fosse rassegnata o avesse finito per capitolare, ma non protestava più.
Oramai non partiva più da sola ma in compagnia del fratello, grande entusiasta della baldoria scolastica e non so se il suo ardore l’avesse contagiata o si fosse resa conto che uscito lui, non aveva altra scelta che seguirlo.
 E allora meglio precederlo!
Poi il grande passaggio in prima elementare e un enorme cambiamento.
Aveva cambiato struttura scolastica. La sua scuola elementare era proprio davanti casa, sarebbe potuta andarci da sola, come, infatti, poi avvenne e soprattutto andava a scuola solo mezza giornata e a mezzogiorno poteva venire a casa e mangiare, da sola, con me.
La scuola solo mattutina la soddisfaceva e la vide studentessa modello.
Iniziava a socializzare, aveva le sue due compagne che abitavano a un vero tiro di schioppo da casa nostra, con cui potersi ritrovare. La sua vita iniziava a costruirsi su basi di una piccola ma solida indipendenza, autonomia e serenità, con i suoi riferimenti, i suoi fari: un pezzo di famiglia non troppo lontana da poter frequentare regolarmente e l’altra toscana da ritrovare a ogni occasione di discesa a sud e soprattutto nel lungo interludio delle grandi e prolungate vacanze estive, regolarmente trascorse nella casa dei nonni.
Due cugine della sua stessa età, una milanese, una toscana con cui crescere e confrontarsi.
Una placida vita di paese, in un paesetto intorno a Malpensa
E poi arrivò il Canada, una mini Sandy che le sconvolse la vita e probabilmente la ammutolì… tanto che ce ne volle di tempo perché recuperasse tutto il suo vigore .
Una certa eccitazione la ebbe pure lei, (potenza del magnetismo di Disney- land sognata e promessa) ma il quotidiano rifletteva altre luci da quelle degli spettacoli di Epcot center.
Lei, l’americana di famiglia, tornava sul suo continente e il primo micro viaggio che facemmo fu riportarla nella terra delle sue origini in Pennsylvania, per fargliele conoscere.
Di americano aveva però solo un passaporto, sicuramente, da molti, ambito ( che la lascia assolutamente indifferente, salvo farle fare code all’immigration attraverso passaggi privilegiati) e il nome Miss J, ma della lingua conosceva solo una decina di parole. Non è overseas che aveva imparato a parlare e comunque non è certo da me che avrebbe imparato l’english.
L’idioma improponibile che io utilizzo serve per le emergenze e conversazioni surrealiste, di preferenza con cani che mi rispondono, inorriditi bark, bark.
L’atterraggio durante march-break, concesse loro due settimane di tregua prima di immettersi in un nuovo sistema scolastico ma questo intermezzo permise solo un recupero dal jet-lag, soprattutto per me, e un adattamento all’aria frizzante canadese, per loro (io a quell’aria frigorifizzante non mi ci sono mai abituata)
Due settimane per visitare la scuola, già frequentata dal figlio di un collega di CV, e la ricerca di tutti i pezzi dell’uniforme: scamiciato verde per lei con camicia bianca e golf verde con tanto di stemma che dovetti cucirci sopra: il Summa summarum, motto della scuola e un montgomery nocciola per ripararsi (?) da rigori inimmaginabili, per lui pantaloni grigi stessa camicia e stesso golf e sopra non ricordo più.
Dimenticavo le scarpe dovevano essere mocassini classici e marroni per entrambi.
L’idea dell’uniforme non li entusiasmava poi tanto, ma neppure li perturbò troppo, e a me, superato il primo momento di disorientamento per questa novità imprevista e onerosa (soprattutto il cappotto che oltretutto non mi pareva neppure così caldo, rispetto ai bei tessuti che portavo dall’Italia) facilitò e complicò la vita allo stesso tempo.
La facilitò perché non c’era da perdere tempo a decidere “cosa mi metto?” e la mattina quando lo school-bus passava a prenderli alle 7h12, ogni secondo contava, ma allo stesso tempo la complicò: guai a dimenticarsi lavaggio e asciugatura nella dryer alla sera : se per le camice c’era un cambio, scamiciato e pantalone esistevano in pièce unique !
L’impatto non fu facile, propulsati in un nuovo universo, a metà anno scolastico, senza neppure rudimenti minimi della lingua.
 Miss J oltretutto si rese conto che l’unica frase con cui avrebbe potuto pavoneggiarsi “I love chicken ” a scuola non le era di nessuna utilità.
Qui si mangiava solo quello che ti portavi da casa e alla cafeteria potevi rifornirti solo di latte (certo per esercitarsi avrebbe potuto ampliare il suo vocabolario e azzardare “I love milk”…ma lei il latte, chiaramente, lo detestava) o di minestra in scatola stile Campbell’ Soup, che lei lasciò senza rimpianti a Warhol, …. “niente a che vedere con le minestrine di mamma!”
I suoi pasti erano perlopiù dei momenti di depressione, senza quasi nessuno con cui comunicare.
 Apriva così la sua lunch-box, che cercavo di riempire con prodotti diversificati e bigliettini rincuoranti e consumava il suo pranzo spesso da sola.
Il fratello aveva già trovato una banda, dove intrupparsi e, lingua dei gesti alla mano e panino nell’altra trovava il modo di nutrirsi e farsi capire…e farsi pure fraintendere. Rimase negli annali familiari e della scuola la volta in cui la maestra lo beccò con l’estintore in mano(di cui tutte le scuole sono dotate) e temette che avesse velleità incendiarie… ricominciò così il “rapporto della teacher” ma non fu più quotidiano perché: primo, non andavo a prenderli, lo school bus mi sostituiva, secondo, non erano così fiscali e mi riservavano le lamentele agli incontri genitori-insegnanti, alle varie giornate open-door e alle migliori serate cheese & wine, in cui le lagnanze scivolavano giù più serenamente e in buona compagnia.
La lingua fu la prima grande barriera in un mondo, dove la maggior parte dei ragazzi già si conosceva e, bene o male, gli altri stranieri presenti, un po’ d’inglese già lo parlavano; lei no e quindi non era come loro, era diversa.
La differenza e l’esclusione esistono a tutti i livelli e Miss J, in più fille sage et gentille, ebbe il suo bel filo da torcere con le giovani canadesi, già young girls.
La scuola bene o male terminò con una festa di fine giugno in una sala piena di bandiere, dove arrivai in ritardo e senza capire nulla e furono promossi in 3° e 5° elementare,anzi in 3th e 5th grade..
Tempo di vacanze infine e prima grande delusione: non ritornammo nella terra degli avi. Di vacanze neppure a sognarsene, parlo per noi adulti, CV lavorava no-stop sulla firma del contratto, tornava sempre tardi e più che qualche week end lungo non riuscimmo a concederci. Per loro andò un po’ meglio.
Obbiettivo primario era impossessarsi della lingua e così…summer school, summer activities e summer camp.
Turista-fai-da-te si lanciò a capofitto in ogni attività divertendosi come non mai.
Miss J sopportò pazientemente di andare a scuola d’estate, tanto più che ai corsi di Ottawa-city fece conoscenza di una bimbetta italiana che le portava una ventata di ricordi, profumati di casa.
Devo ammettere che la lontananza può fare strani scherzi e far rilucere anche le superfici più opache. Anni prima, lo ricordo ancora e bene, gli anni ’80 erano appena iniziati, la mondializzazione era un fenomeno di limitata ampiezza ed io mi ero incantata davanti a un negozietto di prodotti alimentari a Philadelphia.
Ai tempi tutto quello che una decina di anni dopo sarebbe diventata, oltreoceano, merce comunissima, sembrava appartenere a un reparto delicatessen da boutique scelta e ancora inesistente.
Parlo di semplice pane e formaggio.
Il pane me lo forniva una backery del Delaware , il minuscolo stato senza tasse dove in settimana frequentavo un college e alla domenica andavo a comprare  panini, che ricordavano vagamente delle rosette, per la forma.
 Profumavano o sembravano profumare di pane, sempre meglio comunque del pan carré, unico prodotto che potesse essere considerato un surrogato dello sfilatino che riempiva gli scaffali dei supermarket.
Calde, appena sfornate le pseudo-rosette potevano illudere e provocare una certa, tangibile, piccola soddisfazione.
Per il formaggio avevo trovato un mercatino di produttori e rivenditori dove tra Amish e coltivatori vari, un genovese mi vendeva parmigiano grattugiato.
Non ho mai visto la forma, la stampigliatura reggiano, né padano ma ogni volta che ne acquistavo un po’, mi giurava che quello che mi impacchettava era pura polvere, diciamo, di periferia ma, ripeto lo giurava, per me… senza le croste!
Il cuore del parmigiano non credo l’avesse mai visto o quantomeno servito agli avventori che da lui si “deliziavano” di improponibili panini ripieni definiti Italian hoagies  che avrebbero inorridito chiunque venisse dalle italiche terre.
Il meglio comunque me lo riservò il negozietto di Philadelphia.
Qui, una domenica di fine ottobre, leggermente appesantita dal mio pumpkin home made, che a giorni avrebbe visto la luce, mi fermai di fronte a una misera vetrinetta, quanto mai spoglia in cui faceva bella o misera mostra un pezzo di formaggio.
Riconobbi l’etichetta per averla vista in qualche reclame perché per essere onesti, a casa mia non circolavano formaggi di questo tipo, per giunta industriali, ma solo cose serie, artigianali, genuine.
La botteguccia, con una bandierina bianca rossa e verde, aveva attirato il mio sguardo di futura mamma, emotivamente vulnerabile e quella specie di avanzo di forma, ingiallita e decisamente vetusta aveva avuto il potere di smuovere sentimenti nostalgici. Ah il mio Bel Paese che non avevo, né avrei mai mangiato in vita mia….Che emozione però! Trentadue anni più tardi il ricordo, la sensazione, l’emozione, sono sempre più che vivi.
Ma come cantava Caterina Caselli, mio idolo giovanile… “il fuoco di un cerino ti sembra il sole che non hai” e la valenza è generale.
Non ho mai più ceduto a simili sirene allettatrici, non me n’è mai più venuta la voglia, come quella pure di fare comunella con altri espatriati. Non ho mai pensato, non so se da individualista o soprattutto da toscana, che la sola provenienza fosse un fattore di agglutinazione.
Mia figlia non mi assomigliava abbastanza o comunque con altra età, altra esperienza e per un complesso di abbandono della propria terra per lungo tempo non risolto ha continuato a ricercare esuli simili a lei che investiva di valore aggiunti sia che li possedessero ma per lo più non avevano affatto.
Maria, la bimba aveva un fratellino dell’età più o meno di quello di Miss J con un nome che la incuriosiva e lasciava perplessa ogni volta che sentiva la madre chiamarlo all’uscita di scuola.
Ben educata, non osava chiedere come mai un maschietto si chiamasse Genny, e di certo quello scavezzacollo era un maschietto, non una femmina maschiaccio.
Un giorno poi, col tempo e con un po’ di familiarità l’arcano fu svelato Genny era il diminutivo di Gennarino, come il corvo di Amelia, la fattucchiera che ammalia e il santo della città da cui la famiglia proveniva.
A Miss J questa contaminatio non andò mai giù e quando percepisce l’ironia di “Gennarino”, strizza l’occhio che diventa, nero e torvo come quello del corvo.
Le attività estive, sempre offerte dalla città di Ottawa, con canoa, giochi, divertimenti e occasione di stare con altri bimbi fecero la felicità del solito entusiasta di famiglia e Miss J le tollerò con rassegnazione, pensando al mio mare-nostrum, di cui quell’estate era stata privata, così come dei cugini.
Nota positiva dell’estate furono in compenso le visite che si succedettero a casa nostra a un ritmo più che vivace cosicché ci fu sempre un gran movimento: ex tate, amici, nonni, quelli del nord si susseguirono per la gioia e felicità di tutti.
Ultima attività dell’estate il summer-camp per il quale partì zaino in spalle con tante altre ragazzine, alcune anche della sua scuola e qui Miss J dette prova del peggiore regresso immaginabile.
Visse la sua settimana come un vero calvario, ogni giorno tappezzato da stazioni di via crucis. Telefonate che non fecero che peggiorare la situazione e finalmente tornò a casa, triste e provata.
Credo proprio che le mancassero le sue amiche, le sue piccole abitudini, le uscite all’oratorio dove andava con le sue compagne, da sola, o la messa dei bimbi cui partecipava in maniera autonoma, la scuola che raggiungeva a piedi senza bisogno di accompagnatori, potevo seguirla dalla finestra e le mancava anche la fermata del pullman davanti casa per andare ai corsi di nuoto con il mezzo dell’associazione che la recuperava insieme a una compagna. E anche se la prima volta fu un’esperienza un po’ traumatica forse più per me che per lei, perché il pullman tornò senza di loro, che si erano traccheggiate negli spogliatoi là si sentiva a casa e protetta.
Tutto era a portata di mano lì in quell’insulso paesetto del varesotto, come nel mio di toscana e non è stato mai più così.
La tempesta sale verso il Canada ed io ho perso ogni speranza di arrivare.

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