30 OTTOBRE
Sandy stamani è stata declassata a ciclone post tropicale.
Le prime notizie di morti, alluvioni e sorprendentemente
incendi arrivano con mesti cinguettii.
Man mano che la giornata avanza altre notizie, immagini
che non guardo, la diga che si è rotta, la centrale nucleare e i suoi rischi e
il numero dei morti in aumento.
Infine qualche
notizia in diretta, la figlia dell’amica che dall’alto del suo appartamento al
42°piano ha sentito i suoi bravi brividi nella schiena con il building che si
muoveva (…e non oso pensare alle ansie materne e a come abbiano scricchiolato
le vertebre della genitrice).
Non era però sola e questo deve aver portato non pochi conforti…a lei e alla madre.
Ora con la luce
del mattino, già ben avanzato, è pronta ad avventurarsi per guardarsi intorno.
La capisco, non si può trovarsi a NY in occasione di un evento “storico” di
tale portata e restarsene barricati in casa, tanto più ora, dopo che Sandy si è
allontanata per fare danni altrove, anche se non gode più del titolo di
Uragano.
L’altra notizia mi giunge da una delle mie scrittrici benamate.
Stesse
impressioni, solo che il suo di palazzo non doveva essere troppo alto, e non
oscillava e in ogni caso, lei era alloggiata al 3°piano e non trentanove più in
alto.
Stridii di sirene, pompieri, alberi caduti, notte da
tregenda e la stessa curiosità stamani di mettersi in pista.
La seguo sul suo blog e tra noi c’è una certa
corrispondenza, nel senso che ogni tanto, io, spinta da una sua pagina, le
scrivo qualche decina di migliaia di parole e lei mi risponde con qualche semplice
decina. Non è la quantità quella che conta! Pur se nel mio caso, la mia
quantità è, solo, di alta qualità, of
course!
Capitata sul suo blog dopo un po’ di assenza (i famosi
giorni caotici e rimescolanti) avevo scoperto la sua partenza l’indomani per
NY. Ne avevo così approfittato per farle un po’ di auguri, sollecitarla a far
vedere la luce al quarto tomo della “saga animalista”
che attendo con impazienza e già che c’ero farle un piccolo resoconto delle
nozze di Miss J.
Miss J!!!
Per lei ci vorrebbe un romanzo per tentare di
raccontarla!
L’equivalente in carne e ossa di Sandy, quella di NY, un
vero ciclone, senza l’opzione “declassamento”.
Lei è indeclassabile!
Da piccola aveva già manifestato parte di queste caratteristiche
ma crescendo e con il mostruoso peso della primogenitura sulle spalle si era
molto placata.
Era diventata pacifica e pacioccona e si era ben
ambientata nel mondo scolastico, dopo tre anni di scuola materna, due dei quali
passati a cercar scuse per rimanere a casa.
Il terzo anno non so se si fosse rassegnata o avesse
finito per capitolare, ma non protestava più.
Oramai non partiva più da sola ma in compagnia del
fratello, grande entusiasta della baldoria scolastica e non so se il suo ardore
l’avesse contagiata o si fosse resa conto che uscito lui, non aveva altra
scelta che seguirlo.
E allora meglio
precederlo!
Poi il grande passaggio in prima elementare e un enorme
cambiamento.
Aveva cambiato struttura scolastica. La sua scuola
elementare era proprio davanti casa, sarebbe potuta andarci da sola, come,
infatti, poi avvenne e soprattutto andava a scuola solo mezza giornata e a
mezzogiorno poteva venire a casa e mangiare, da sola, con me.
La scuola solo mattutina la soddisfaceva e la vide studentessa
modello.
Iniziava a socializzare, aveva le sue due compagne che abitavano
a un vero tiro di schioppo da casa nostra, con cui potersi ritrovare. La sua
vita iniziava a costruirsi su basi di una piccola ma solida indipendenza,
autonomia e serenità, con i suoi riferimenti, i suoi fari: un pezzo di famiglia
non troppo lontana da poter frequentare regolarmente e l’altra toscana da ritrovare
a ogni occasione di discesa a sud e soprattutto nel lungo interludio delle grandi
e prolungate vacanze estive, regolarmente trascorse nella casa dei nonni.
Due cugine della sua stessa età, una milanese, una
toscana con cui crescere e confrontarsi.
Una placida vita di paese, in un paesetto intorno a
Malpensa
E poi arrivò il Canada, una mini Sandy che le sconvolse
la vita e probabilmente la ammutolì… tanto che ce ne volle di tempo
perché recuperasse tutto il suo vigore .
Una certa eccitazione la ebbe pure lei, (potenza del
magnetismo di Disney- land sognata e
promessa) ma il quotidiano rifletteva altre luci da quelle degli spettacoli di
Epcot center.
Lei, l’americana di famiglia, tornava sul suo continente
e il primo micro viaggio che facemmo fu riportarla nella terra delle sue
origini in Pennsylvania, per fargliele conoscere.
Di americano aveva però solo un passaporto, sicuramente,
da molti, ambito ( che la lascia assolutamente indifferente, salvo farle fare
code all’immigration attraverso
passaggi privilegiati) e il nome Miss J,
ma della lingua conosceva solo una decina di parole. Non è overseas che aveva imparato a parlare e comunque non è certo da me
che avrebbe imparato l’english.
L’idioma
improponibile che io utilizzo serve per le emergenze e conversazioni
surrealiste, di preferenza con cani che mi rispondono, inorriditi bark, bark.
L’atterraggio durante march-break,
concesse loro due settimane di tregua prima di immettersi in un nuovo sistema
scolastico ma questo intermezzo permise solo un recupero dal jet-lag,
soprattutto per me, e un adattamento all’aria frizzante canadese, per loro (io
a quell’aria frigorifizzante non mi ci sono mai abituata)
Due settimane per visitare la scuola, già frequentata dal
figlio di un collega di CV, e la ricerca di tutti i pezzi dell’uniforme:
scamiciato verde per lei con camicia bianca e golf verde con tanto di stemma
che dovetti cucirci sopra: il Summa
summarum, motto della scuola e un montgomery nocciola per ripararsi (?) da
rigori inimmaginabili, per lui pantaloni grigi stessa camicia e stesso golf e
sopra non ricordo più.
Dimenticavo le scarpe dovevano essere mocassini classici e
marroni per entrambi.
L’idea dell’uniforme non li entusiasmava poi tanto, ma
neppure li perturbò troppo, e a me, superato il primo momento di
disorientamento per questa novità imprevista e onerosa (soprattutto il cappotto
che oltretutto non mi pareva neppure così caldo, rispetto ai bei tessuti che
portavo dall’Italia) facilitò e complicò la vita allo stesso tempo.
La facilitò perché non c’era da perdere tempo a decidere
“cosa mi metto?” e la mattina quando lo school-bus passava a prenderli alle 7h12, ogni
secondo contava, ma allo stesso tempo la complicò: guai a dimenticarsi lavaggio
e asciugatura nella dryer alla sera :
se per le camice c’era un cambio, scamiciato e pantalone esistevano in pièce unique !
L’impatto non fu facile, propulsati in un nuovo universo,
a metà anno scolastico, senza neppure rudimenti minimi della lingua.
Miss J oltretutto si rese conto che
l’unica frase con cui avrebbe potuto pavoneggiarsi “I love chicken ” a scuola non le era di nessuna utilità.
Qui si mangiava solo quello che ti portavi da casa e alla
cafeteria potevi rifornirti solo di
latte (certo per esercitarsi avrebbe potuto ampliare il suo vocabolario e
azzardare “I love milk”…ma lei il
latte, chiaramente, lo detestava) o di minestra in scatola stile Campbell’
Soup, che lei lasciò senza rimpianti a Warhol, …. “niente a che vedere con le
minestrine di mamma!”
I suoi pasti erano perlopiù dei momenti di depressione,
senza quasi nessuno con cui comunicare.
Apriva così la sua
lunch-box, che cercavo di riempire
con prodotti diversificati e bigliettini rincuoranti e consumava il suo pranzo
spesso da sola.
Il fratello aveva già trovato una banda, dove intrupparsi
e, lingua dei gesti alla mano e panino nell’altra trovava il modo di nutrirsi e
farsi capire…e farsi pure fraintendere. Rimase negli annali familiari e della
scuola la volta in cui la maestra lo beccò con l’estintore in mano(di cui tutte
le scuole sono dotate) e temette che avesse velleità incendiarie… ricominciò
così il “rapporto della teacher” ma
non fu più quotidiano perché: primo, non andavo a prenderli, lo school bus mi sostituiva, secondo, non erano così fiscali e mi riservavano
le lamentele agli incontri genitori-insegnanti, alle varie giornate open-door
e alle migliori serate cheese & wine, in cui le lagnanze scivolavano giù più serenamente e in buona
compagnia.
La lingua fu la prima grande barriera in un mondo, dove la
maggior parte dei ragazzi già si conosceva e, bene o male, gli altri stranieri presenti,
un po’ d’inglese già lo parlavano; lei no e quindi non era come loro, era
diversa.
La differenza e l’esclusione esistono a tutti i livelli e
Miss J, in più fille sage et gentille, ebbe il suo bel filo da torcere con le
giovani canadesi, già young girls.
La scuola bene o male terminò con una festa di fine
giugno in una sala piena di bandiere, dove arrivai in ritardo e senza capire
nulla e furono promossi in 3° e 5° elementare,anzi in 3th e 5th grade..
Tempo di vacanze infine e prima grande delusione: non
ritornammo nella terra degli avi. Di vacanze neppure a sognarsene, parlo per
noi adulti, CV lavorava no-stop sulla firma del contratto, tornava sempre tardi
e più che qualche week end lungo non riuscimmo a concederci. Per loro andò un
po’ meglio.
Obbiettivo primario era impossessarsi della lingua e
così…summer school, summer activities e summer camp.
Turista-fai-da-te si
lanciò a capofitto in ogni attività divertendosi come non mai.
Miss J sopportò
pazientemente di andare a scuola d’estate, tanto più che ai corsi di
Ottawa-city fece conoscenza di una bimbetta italiana che le portava una ventata
di ricordi, profumati di casa.
Devo ammettere che la lontananza può fare strani scherzi
e far rilucere anche le superfici più opache. Anni prima, lo ricordo ancora e
bene, gli anni ’80 erano appena iniziati, la mondializzazione era un fenomeno di
limitata ampiezza ed io mi ero incantata davanti a un negozietto di prodotti alimentari
a Philadelphia.
Ai tempi tutto quello che una decina di anni dopo sarebbe
diventata, oltreoceano, merce comunissima, sembrava appartenere a un reparto delicatessen da boutique scelta e ancora
inesistente.
Parlo di semplice pane e formaggio.
Il pane me lo forniva una backery del Delaware , il minuscolo stato senza tasse dove in
settimana frequentavo un college e alla domenica andavo a comprare panini, che ricordavano vagamente delle
rosette, per la forma.
Profumavano o sembravano
profumare di pane, sempre meglio comunque del pan carré, unico prodotto che
potesse essere considerato un surrogato dello sfilatino che riempiva gli
scaffali dei supermarket.
Calde, appena sfornate le pseudo-rosette potevano
illudere e provocare una certa, tangibile, piccola soddisfazione.
Per il formaggio avevo trovato un mercatino di produttori
e rivenditori dove tra Amish e coltivatori vari, un genovese mi vendeva
parmigiano grattugiato.
Non ho mai visto la forma, la stampigliatura reggiano, né
padano ma ogni volta che ne acquistavo un po’, mi giurava che quello che mi
impacchettava era pura polvere, diciamo, di periferia ma, ripeto lo giurava,
per me… senza le croste!
Il cuore del parmigiano non credo l’avesse mai visto o
quantomeno servito agli avventori che da lui si “deliziavano” di improponibili
panini ripieni definiti Italian hoagies che avrebbero inorridito chiunque venisse
dalle italiche terre.
Il meglio comunque me lo riservò il negozietto di Philadelphia.
Qui, una domenica di fine ottobre, leggermente
appesantita dal mio pumpkin home
made, che a giorni avrebbe visto la luce, mi fermai di fronte a una misera
vetrinetta, quanto mai spoglia in cui faceva bella o misera mostra un pezzo di
formaggio.
Riconobbi l’etichetta per averla vista in qualche reclame
perché per essere onesti, a casa mia non circolavano formaggi di questo tipo,
per giunta industriali, ma solo cose serie, artigianali, genuine.
La botteguccia, con una bandierina bianca rossa e verde,
aveva attirato il mio sguardo di futura mamma, emotivamente vulnerabile e
quella specie di avanzo di forma, ingiallita e decisamente vetusta aveva avuto
il potere di smuovere sentimenti nostalgici. Ah il mio Bel Paese che non avevo,
né avrei mai mangiato in vita mia….Che emozione però! Trentadue anni più tardi
il ricordo, la sensazione, l’emozione, sono sempre più che vivi.
Ma come cantava Caterina Caselli, mio idolo giovanile… “il
fuoco di un cerino ti sembra il sole che non hai” e la valenza è generale.
Non ho mai più ceduto a simili sirene allettatrici, non
me n’è mai più venuta la voglia, come quella pure di fare comunella con altri
espatriati. Non ho mai pensato, non so se da individualista o soprattutto da toscana,
che la sola provenienza fosse un fattore di agglutinazione.
Mia figlia non mi assomigliava abbastanza o comunque con
altra età, altra esperienza e per un complesso di abbandono della propria terra
per lungo tempo non risolto ha continuato a ricercare esuli simili a lei che
investiva di valore aggiunti sia che li possedessero ma per lo più non avevano
affatto.
Maria, la bimba aveva un fratellino dell’età più o meno di
quello di Miss J con un nome che la
incuriosiva e lasciava perplessa ogni volta che sentiva la madre chiamarlo
all’uscita di scuola.
Ben educata, non osava chiedere come mai un maschietto si
chiamasse Genny, e di certo quello scavezzacollo era un maschietto, non una
femmina maschiaccio.
Un giorno poi, col tempo e con un po’ di familiarità
l’arcano fu svelato Genny era il diminutivo di Gennarino, come il corvo di
Amelia, la fattucchiera che ammalia e il santo della città da cui la famiglia
proveniva.
A Miss J questa
contaminatio non andò mai giù e
quando percepisce l’ironia di “Gennarino”, strizza l’occhio che diventa, nero e
torvo come quello del corvo.
Le attività estive, sempre offerte dalla città di Ottawa,
con canoa, giochi, divertimenti e occasione di stare con altri bimbi fecero la
felicità del solito entusiasta di famiglia e Miss J le tollerò con rassegnazione, pensando al mio mare-nostrum,
di cui quell’estate era stata privata, così come dei cugini.
Nota positiva dell’estate furono in compenso le visite
che si succedettero a casa nostra a un ritmo più che vivace cosicché ci fu sempre
un gran movimento: ex tate, amici, nonni, quelli del nord si susseguirono per
la gioia e felicità di tutti.
Ultima attività dell’estate il summer-camp per il quale partì
zaino in spalle con tante altre ragazzine, alcune anche della sua scuola e qui Miss J dette prova del peggiore regresso
immaginabile.
Visse la sua settimana come un vero calvario, ogni giorno
tappezzato da stazioni di via crucis. Telefonate che non fecero che peggiorare
la situazione e finalmente tornò a casa, triste e provata.
Credo proprio che le mancassero le sue amiche, le sue
piccole abitudini, le uscite all’oratorio dove andava con le sue compagne, da
sola, o la messa dei bimbi cui partecipava in maniera autonoma, la scuola che
raggiungeva a piedi senza bisogno di accompagnatori, potevo seguirla dalla
finestra e le mancava anche la fermata del pullman davanti casa per andare ai
corsi di nuoto con il mezzo dell’associazione che la recuperava insieme a una
compagna. E anche se la prima volta fu un’esperienza un po’ traumatica forse
più per me che per lei, perché il pullman tornò senza di loro, che si erano
traccheggiate negli spogliatoi là si sentiva a casa e protetta.
Tutto era a portata di mano lì in quell’insulso paesetto del
varesotto, come nel mio di toscana e non è stato mai più così.
La tempesta sale verso il Canada ed io ho perso ogni
speranza di arrivare.
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