perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


dimanche 26 décembre 2010

VER-BUM

La parola: con lei mi diletto, gioco, compongo.
La palabra, la parole, the word, o logos, verbum.
Verba volant scripta manent.
Mi raggomitolo sotto le coperte, alla ricerca del sonno, e sprofondo in riflessioni filosofiche cogitando sul senso della parola scritta. Alla ricerca forse dell’immortalità con la scrittura?
 Scolaretta elementare mi rivedo lanciarmi nell’assemblaggio di parole in forma di poesia, unica forma che frequentavo con piacere, perché, lo ammetto, a quei tempi la prosa mi faceva difetto, effetto,allergia e non allegria come adesso. Senza saperlo, non confessandomi di essere già alla ricerca di una forma di eternità fin dalla allora…  quando eternità però significava attendere due ore dopo i pasti per potersi  tuffare in mare. 
E ora invece mi rimanda a volte con una certa angoscia al suo opposto….ma
Correvano gli anni sessanta, io a perdifiato libera nei campi, nelle pinete e sulla spiaggia non correvo certo indaffarata come adesso sempre in ritardo su tutto persino sul normale quarto d’ora accademico, per questo preferisco tornare a correre in questo leggero passato, chiave di lettura del presente Se ci ripenso, come faccio ora con questo salto nella mia preadolescenza, mi stupisco profondamente ricordando come all’epoca non fossi mai in ritardo, anzi avessi sempre due lunghezze di anticipo. Che ora stia recuperando ed evacuando la troppa organizzazione passata? Uscita da scuola mentre aspettavo di passare a tavola mi anticipavo con i compiti di casa.Ancor fresca della lezione applicavo la regola, rileggevo, ripetevo, ripassavo … passando poi dritta  al piatto di spaghetti rigorosamente al pomodoro. La variante due, nonché unica, era per la domenica quando la Tata con più tempo a disposizione per cucinare, ce li condiva con il ragù di carne,che io detestavo intensamente … et  tertium non datur. Le declinazioni di colore- verdi di pesto ligure, gialle di carbonara laziale o rosse di radicchio veneto- le avrei scoperte solo più avanti; la globalizzazione era ancora lontana da noi e ancor piu’ dal nostro desco, e i piatti “esotici” non trovavano spazio sulla nostra mensa, di sane tradizioni locali, al cui mantenimento e regia,Tata vegliava, e sulle quali regnava sovrana.   L’accesso alla cucina era VERBOTTEN .(O tempora o mores!...fortunati se ci ripenso, ora che lo scettro del mestolo è solo mio!...almeno nel quotidiano). Noi minorenni potevamo entrare in cucina solo dopo cena per contribuire con la nostra opera a finire il riordino. Ci attendevano l’asciughino e le posate appena lavate che dovevamo lustrare e riporre nel cassetto. Bassa manovalanza a costi e a rischi zero: non rischiavamo di rompere nulla, ci rompevamo solo … 
Rapide! Rapide! Ci attendeva un posto in prima fila per Carosello. 
Per questo spettacolo non mi sedevo mai troppo presto, ma non per colpa mia, il ritardo era solo legato all’orario della cena il più delle volte posticipato in attesa che babbo terminasse il giro di visite ai suoi pazienti. In compenso ero sempre in anticipo per il programma pomeridiano della TV dei ragazzi. Per paura di perdermi anche un solo minuto di questo divertimento riservato a noi giovincelli, che ci veniva realmente distillato con il contagocce, mi sedevo davanti allo schermo acceso, che, a seconda della mia super tempestività, lasciava scorrere immagini di pecore o città con un sottofondo di musichetta soporifera, oppure offriva una quanto mai monotonissima immagine del logo RAI dei lontani sixties prima dell’avvento del colore. Un’immagine dallo sfondo a quadretti bianchi neri e grigi, cerchi, in alto la scritta RAI e una grande N nel centro.
 Residuo di glorie Napoleoniche o premonizione del Nulla che sarebbe diventata?
meno fantasiosamente lo stesso simbolo che campeggiava sul pacchetto verde delle venti 
senza filtro.
Mi sedevo e aspettavo. Non mi addormentavo nonostante pecore e ninnananne dell’intervallo, perché impegnata a sferruzzare e a deliziarmi con la merenda, amorosamente preparata dalla Tata, secondo i miei desideri. Alternativamente a scelta potevo contare su pane burro e salamino, pane burro e pasta d’acciughe, pane burro e zucchero.(Tutt’a un tratto capisco il perché del mio colesterolo).Pane e Nutella (forse era questo il vero significato di N sullo schermo…?)arrivò sul mercato nel 1964 e in casa nostra assai rapidamente, perché Tata benché molto tradizionalista per i piatti destinati alla famiglia, con noi piccoli si sbizzarriva di più e soprattutto si lasciava tentare dalla pubblicità
 Nell’ante-Nutellam comunque, periodo delle mie elementari, mi scoprii una vena poetica. Se mi sovvengo bene, frequentavo la terza elementare e Pasqua si avvicinava.
Stimolata dalla festa, e ispirata da un misto di religiosità, non fuorviata dall’uovo e dalla sua sorpresa che pur,entrambi, amavo, mi lasciai andare a comporre, larvatamente condizionata da fonti classico-tradizional-paesane e deposi
È Pasqua per tutti,
è Pasqua buone genti
sentite le campane
vicine e lontane
squillare gioiose
nell’aria sì pura:
voc’è della natura
che si contenta e gode!
Ancor oggi mi chiedo di cosa dovesse godere la Natura, di esser meno strapazzata? d’accordo, l’aria a quanto pare era ancora pura o così mi pareva. Ma perché le campane esprimessero la voce della natura o perché la natura si manifestasse stile medium attraverso il suono delle campane, non mi è affatto chiaro, oppure sì, tutto si spiega e come sempre la chiarificazione si trova nell’ingerenza della chiesa nel mio Paese e nel suo potere su tutti e su tutto.Presa dallo slancio, continuai con una versione meno classicheggiante, anzi molto pop-art per il senso desacralizzante, per intenderci:
Din don din dan
squillò una campana.
 Un angioletto curioso
scese sulla terra
“ma che chiasso è mai questo!”
 Esclamò con voce sibilante
 Alla luce del poi potrei affermare di essere stata ossessionata dalle campane, a dir vero, abitavamo non lontani dalla chiesa e quando queste si mettevano a imperversare non davano requie, eppure non ricordo che quelle della mia infanzia abbiano mai più che tanto tormentato i miei sonni..    La seconda creazione ovviamente mi piaceva molto di più. L’angioletto libero padrone delle sue idee, e non pecora ancorché appartenente al gregge divino mi divertiva e mi rassicurava. La libertà di pensiero e di espressione erano valori intoccabili per me allora come ora e l’idea che nessuna longa manus celeste fosse discesa a boicottare l’angioletto o a confondermi le idee era per me fonte di grande sicurezza e di fiducia nel mondo. Devo ammettere e precisare che il mio mondo dell’infanzia è stato un mondo di fiabe, un mondo roseo, di certezze, di sicurezze ancorché a volte turbato da nuvole, il cui grigiore mi è apparso solo tanti anni dopo. Chiusi su questo sibilo di esse strascicata, che tanto mi aveva fatto ridere. Mi esaurii in queste due composizioni e per un bel po’ non produssi più. O meglio ci provai per esternare le inquietudini dell’adolescenza, ma già lei mi parve così brutta con tutto il suo peso di incertezze di un’età ingrata in cui non si è né carne né pesce e in cui non si trova mai il posto giusto dove collocarsi e non giudicai opportuno aggiungere bruttura a bruttura. Ragion per cui le produzioni lamentose dell’epoca presero rapidamente la via della spazzatura ancorché terminate o abortite. Ripresi a comporre negli anni della liberazione. Il vento sessantottino aveva ben poco modificato la mia vita: vivevo in una famiglia illuminata e la libertà non mi era mai mancata,nessun altri che me a porci i tanti freni. Ma l’aria nuova che si respirava intorno aveva aggiunto del frizzante all’atmosfera e mi sentii di nuovo la voglia di esprimermi,in versi,rime baciate per lo più, in cui ironizzavo su personaggi storici e del presente. Non mi ricordo più neppure una strofa e gli originali chissà dove sono finiti?Forse in soffitta tra i miei libri del liceo, perché queste composizioni,tutte rigorosamente prodotte nelle ore di lezione avevano visto la luce nelle pagine del mio diario scolastico. Ricordo solo vagamente che una delle mie vittime era stata Lucrezia dei veleni. E poi…veri anni di buio e di silenzio stampa. Scritti cartacei solo per comunicare d’oltreoceano quando ancora internet non aveva semplificato la vita e ridotto le distanze. Poi la grande sfida della FAC(ma per questa ci vuole non un capitolo ma un romanzo intero) E quest’anno di nuovo la rima baciata che è esplosa in occasione di una celebrazione lieta e festosa:le nozze di mia nypote. Per lei mi sono applicata e il poema mi ha soddisfatta,a tal punto che non passa ricorrenza speciale per la quale non mi prodighi,richiesta e non. Ieri, grande giro di boa,ho veramente superato me stessa e ho composto,senza rima lo ammetto,ma in lingua straniera. E il ancora una volta me l’ha dato la mia vecchia prof della FAC ,quella della riconciliazione con la scrittura. Ora potete pure immaginarvi un’amena vecchietta dai capelli bianchi raccolti in chignon, che stenta a ricordarsi che cosa abbia mangiato a pranzo, ma che ha in compenso ben chiaro nella sua testa tutti i suoi ex allievi,nomi,volti,difetti,virtù … e siete certi di sbagliarvi,perché la mia prof è ben più giovane di me,biologicamente potrei anche essere sua madre,ora è castana ma quando l’ho conosciuta avrebbe impressionato il drago e lo avrebbe messo in fuga ancor prima che San Giorgio togliesse la spada dal fodero. Il colore è cambiato ma la verve  è intatta. Ho letto il breve riassunto del suo intervento prossimo futuro alle giornate su Calvino,dove il rigore tutto francese dei plans, delle méthodes, il rigore cartesiano si batteva in un cozzar d’armi con l’ardore delle sue parole e dei suoi pensieri. Un combat di Agilulfo che ancora una volta ha saputo trascinarmi, farmi rompere gli indugi e mi ha così ispirata
Tu m’as mis l’eau à la bouche
Mi hai fatto venire l’acquolina in bocca
J’en ferais une bouchée de tes textes
dei tuoi testi ne farei un boccone
Bien plus appétissants qu’une bouchée à la Reine
 più appetitosi dei saltimbocca alla Romana
Plus oxygénants  qu’un bouche à bouche
più ossigenanti di un bocca a bocca
Qui  me laissent bouche bée
che mi lasciano a bocca aperta
Qui m’embouchent un coin
che mi tappano la fantasia
Je ferai sauter les bouchons… !
 e ne fanno saltare i tappi
….mais peut être c’est mieux de me la boucher
forse farei  meglio a cacciarmene uno in bocca
De la bouche à la boucle
Dalla bocca alla buccola
Le saut est bref
 il salto è breve
La boucle est bouclée
il cerchio si stringe,
Merci madame Obert
Grazie Judith che cessi la grève !
Per paura dei soliti traduttori che fuorviano il pensiero dell’autore, mi sono, come ai bei vecchi tempi, anticipata e conseguentemente tradotta. Potrebbe sembrare una versione poco fedele del testo originale,ma chi più di me può sapere cosa io volessi dire? Solo il mio inconscio; ed è ben lui che ha composto coadiuvato dal vecchio angioletto che, un po’spennacchiato e con qualche piuma in meno,forse non più nitida come allora, è tornato a esprimersi e a fare le boccacce.

Aucun commentaire:

Enregistrer un commentaire