perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


dimanche 5 décembre 2010

TRANSUMANZA

Nuova transumanza.
Uso di termine improprio visto quel che, in effetti, faccio.
Non transumo né ovini, né bovini, né puledri maremmani, ma solo me stessa e non appartengo a nessuna di queste razze.
La mia migrazione non è stagionale, né risente delle condizioni climatiche, ma puramente periodica, poco programmata e programmabile, legata alle necessità familiari e affettive.
Sono però partita da una collina per arrivare al mare e viceversa.
Mi piace il suffisso trans che caratterizza il termine.
Fa volare la mia immaginazione, ne allarga gli orizzonti.
Non tutte le parole composte di trans hanno lo stesso fascino, ma ce ne sono per tutti i gusti e sicuramente anche per i miei.
Alcune ben parlanti che mi riassumono in tutta la mia essenza.
Transumo pensando ai butteri di Maremma e alla loro vera transumanza,
transvalico (anche se travalico) la frontiera franco-italiana
trasbordo ovvero  cambio di bordo in memoria dei miei tempi marini ( quando il cambiare di bordo dipendeva dal vento)
transporto in Italia cognac alla pera, alla castagna, all’arancio,  vecchio, vecchietto, invecchiato, che non invecchierà mai perché lo bevo prima, e anche centenario,
e olio d’oliva toscano in Provenza
transgredisco  alle regole che mi auto impongo, che mi hanno imposto, che non so più da  dove arrivino e
transigo, ovvero vengo a patti e torno a casa.
Fine della transumanza.
Non è così semplice come dirlo o scriverlo.
È pur sempre una trans-i-zione(e non dissimile da una trans-a-zione) e come ogni passaggio che si rispetti ha bisogno dei suoi tempi di adattamento.
C’è sempre una certa difficoltà in questi trapassi, e cerco di renderli più facili con una sorta di ritualità.
Tutto si gioca nel tempo del viaggio e neppure nella sua totalità.
La discesa dal colle al mare è sempre dominata da una mia piccola ansia.
 Cosa mi aspetterà a casa, o meglio chi mi aspetterà in quella che è stata la casa dove sono nata e da cui sono partita ormai trentun anni fa?
Il viaggio di solito inizia il mattino, mai troppo presto perché ho bisogno di tempo per un migliaio di cose inutili e per prepararmi il pic-nic, nutrire i gatti, stanarli dai loro diabolici nascondigli per metterli fuori in giardino, in modo che una volta uscita io pure e inserito l’allarme questo non si metta a suonare all’impazzata.
Bref sono già stanca prima di iniziare!
Parto e subito mi attendono almeno due fermate: una per fare il pieno, l’altra per i dolcetti da portare in regalo. Potrei anche occuparmene la vigilia, ma nonostante i buoni propositi sono bravissima a rimandare e a trovarmi perennemente in ritardo.
Il vero viaggio può infine iniziare, mentre cerco di scollarmi di dosso lo stress della partenza, quello del ritardo, e non parliamo dell’ansia dell’arrivo.
 E’ ancora troppo presto per lei.
Parto di solito da sola, ormai nessuno dei figli è studente e padrone del suo tempo per accompagnarmi, distrarmi lungo il viaggio, eventualmente darmi il cambio alla guida.
 Hanno tutti completato il loro cursus, lavorano lontani: ahimè! o, beata me! a seconda dei giorni e dell’umore.
Altri sono oramai i miei compagni di viaggio; amici musicali che si alternano al notiziario stradale.
 La prima parte del mio viaggio, il primo terzo circa, mi vede autista ligia e attenta, non ho voglia di beccarmi multe sicure al cento per cento che dovrei con certezza pagare: sto attenta alla strada, ai limiti dei pannelli regolatori di velocità, ascolto le informazioni su eventuali incidenti ma non appena trans-valico il confine di stato………….mi scateno.
 Metti un tigre nel motore, recitava lo spot pubblicitario della Esso negli anni in cui i riflessi striati dei miei capelli erano dovuti all’opera del sole e non del tempo…
Ora, epoca più candida, é meglio tenerci una pecorella, basto già io a ruggire.

A come Addio Autoroute anche se so o spero che si tratti di un Au revoir, B come Bordighera, C come Cervo, D come Diano marina, E come Evviva come vado veloce, F come Finale ligure, G come Genova.
Genova: pausa riflessiva. Ti attraverso, cavalco i tuoi ponti e a ritroso nello spazio e nel tempo, ritrovo il mio immortale paladino: F come Fabrizio, E come Estasi, D come De André, C come Canto, B come Bouleversée o come Brassens che anche tu cantavi,
A come Antichi Amori entrambi.
A, pure come Amore che vieni Amore che vai -Matrimonio indimenticabile,un fine agosto- titolo ripreso e pari pari incollato sul tabellone che designava la posizione degli invitati ai tavoli dove si sarebbero dovuti sedere.
 La sposa dopo trent’anni di vita genovese, non poteva non omaggiare questo meraviglioso cantante e poeta. Lasciando questa città per la sua nuova vita, accostata la porta della casa, non del padre, ma quella del suo primo matrimonio è tornata a ridere gioiosa nella sua Umbria.
Il filo con Genova é sempre attaccato per tantissime ragioni e motivi e De André ne ha come accompagnato la transizione.
Inutile forse precisare che Amore che vieni Amore che vai era il nome del tavolo degli sposi novelli ma soprattutto rinnovati.
B come Bocca di rosa, purtroppo non il nome del mio tavolo, che rispondeva a un molto più prosaico Pescatore, più soft e meno rischioso. Non ho ricordi di pésca, se non quella di beneficenza e a parte andare a caccia di granchi con il retino sui moli della mia infanzia, il mio rapporto con il mondo ittico oramai si ferma agli esemplari che metto nel piatto.
 Non pescatrice ma in rapporto con il mare.
 L’unico, forse, non sono certa degli altri, pescatore al nostro tavolo era il fratello  della sposa, mio vecchio compagno di liceo.
B come Bocca di rosa, mi è mancato.
La sposa non ha osato, con ragione, posso capirla, far partecipare il titolo di questa divertente quanto irriverente canzone all’organizzazione delle sue nozze.
Per me e il mio itinerario è ben altra cosa.
Nessuno, poiché viaggio da sola, può risentirsi se traverso Genova ascoltandola all’ossessione fin quando arrivo alla prima stazione di servizio dopo il capoluogo ligure dove, cascasse il mondo, faccio sosta.
 Per chi non sia un adepto del tragitto, tollero anche il precisare che la stazione di rifornimento si chiama Sant Ilario, ma per chi non conoscesse il testo di Bocca di rosa non mi va di riprodurlo; giusto ricordare che la protagonista era scesa alla stazione del paesino di Sant Ilario. Io pure scendo non dal treno ma dall’auto e in uno dei miei tanti rituali chiamo la mia Amica ex genovese sul suo telefonino, certa così di trovarla ovunque lei sia e alla sua fatidica domanda “dove sei?”la scontatissima risposta “alla stazione di Sant’ Ilario” dove… tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava
d’un missionario, recito tutto d’un fiato.
Ridiamo, faccio una sosta di supervisione alle toilette e riparto.
Due terzi di strada sono oramai conquistati ed io incomincio a risentire della stanchezza e dell’ansia.
Non voglio pensare. Mi concentro sulla strada.
C come Carrara. Mi sento quasi a casa. Se tengo il ritmo sostenuto, cinquantacinque minuti e metto il/la tigre-pecora
a riposo.
T come Torre del Lago e come Tosca, pucciniana e non, dopo aver passato la più frequentata V come Viareggio e Vicina alla meno  frequentabile T della pineta di Tombolo.
Sempre più V di Vicinissima a casa, e Z di Zero chilometri di autostrada. Sono oramai alla barriera di pedaggio, pago e mi immetto sulla superstrada.
Dieci minuti e sarò a casa, non voglio pensare a nulla.
De André continua a farmi compagnia.
Questa volta sono le note del Bombarolo che continuano senza sosta a riecheggiare nell’abitacolo. Un po’ di sano animo anarchico o voglia di far esplodere il paesello che mi accoglie con il suo solito cartello non sense di “paese denuclearizzato”?
Mi viene ancor più voglia di giocare, io pure, con il detonatore.
....magari la prossima volta faccio i fuochi d'artificio, e allora.........altro che Luminara di San Ranieri!

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