J’aime les gens qui se racontent, au moins savent de quoi ils parlent……
Claude Lelouch à la radio (France-info) ce matin 14 septembre2010.
Ascoltavo semi-distrattamente l’intervista a Lelouch in occasione dell’uscita del suo ultimo film « Ces amours là »… e boom sono rimasta colpita dalla sua frase!
Con un viatico come questo, come non scrivere, non raccontare, non raccontarsi?
Non che attendessi la benedizione di Lelouch per attaccare a riversare fiumi d’inchiostro immaginari, il polpastrello oramai non rischia più il blu della stilografica in perdita, bensì quello della cianosi.
Scrivo con un solo dito, a volte ci provo con due o tre ma in tal caso rallento troppo il ritmo, dunque “cui prodest” farlo?
Forse alle articolazioni della mano, uniche probabili beneficiarie, come ai tempi in cui facevo i martelletti …ma i miei virtuosismi alle tastiere non hanno mai passato il primo stadio allora come ora.
La prima tastiera fu rapidamente abbandonata, dopo un anno di odioso solfeggio, un po’ di note e qualche accordo semiarmonioso.
Riesco ancora a smartellare le note di fra martino … do re mi do, do re mi do, mi fa sol … ma vado ben poco più lontana.
Sulla tastiera di nuova generazione, soprattutto di nuova tecnologia mi allargo di più. La tecnica mi fa sempre difetto, ma le note che fuoriescono non dall’incrociarsi delle dita, ma dall’aggroviglio de mes entrailles, de mes tripes, le mie viscere addominali e cerebrali che si mettono senza sprone in movimento, producono un suono ben diverso.
Sha ba da ba da…..
Amo la musica ma non so restituirla né con suoni strumentali, né vocali, ma ancor più amo le parole, con loro sì riesco à jouer con i migliori risultati e soprattutto divertendomi –stupendomi- sorprendendomi- sbigottendomi ogni volta.
Non lo avrei mai creduto!
Per anni ho sofferto dell’incubo del pensierino, della composizione scritta, del tema.
Nei dannati test scolastici non sapevo mai cosa scrivere, cosa dire, né come dirlo.
Se il tema era libero o di fantasia mi perdevo in un guazzabuglio d’idee e di pedanteria, alla ricerca del dettaglio credibile, arrivando a mala pena a entrare nel soggetto e già stanca e desiderosa di mettere il punto finale.
Se il tema era libero o di fantasia mi perdevo in un guazzabuglio d’idee e di pedanteria, alla ricerca del dettaglio credibile, arrivando a mala pena a entrare nel soggetto e già stanca e desiderosa di mettere il punto finale.
Se il tema invece era imposto, dopo l’ansia prolungata di non riuscire a entrare in argomento…arrivavo alla fatidica conclusione in uno stato di semiagonia.
Di concluso c’era comunque poco. L’unica cosa che in realtà aveva fine quando posavo il foglio protocollo sulla cattedra era la mia tortura.
Forse non mi sono mai capita, (ma avrei potuto se mi fossi prestata più attenzione). Probabilmente già allora manifestavo le psicosi dello scrittore, ed ero soltanto affetta da sindrome da pagina bianca.
Bianca come la bandiera che avrei voluto innalzare, chiedendo tregua, pietà, e di esimermi da tanto supplizio.
Il morbo infuria, e sono stanca, sul ponte sventola bandiera bianca.
Il pan ci manca, non potevo gridarlo, sarebbe stato un abuso, un falso storico… la bidella all’ora di ricreazione ci rifocillava con la schiaccia, quella che nel resto d’Italia viene chiamata focaccia, e che la solerte custode del liceo andava ad acquistare per noi poveri studenti reclusi.
In bianco non ho mai consegnato un compito d’italiano.
Non ho mai ottenuto voti disonorevoli.
Il giudizio che mi ha contrassegnato negli otto anni tra scuola media e liceo, tradotto in cifre, é sempre oscillato tra: un dal 5 al 6, un 6 meno meno, fino all’apice di un 6 e mezzo, ma solo ed esclusivamente perché scrivevo correttamente, in maniera noiosa e soporifera ma senza errori di grammatica e di sintassi.
Le idee erano sempre al limite, i miei temi risicati, corti e poveri o almeno così mi apparivano e mi davano i crampi.
Cercavo allora di passare dalla brutta alla bella copia allungando e allargando la mia calligrafia (perché ben di bella scrittura si trattava!) tanto da poter arrivare all’agognata meta della colonna e mezzo … una colonna e mezzo più che infame!
L’unico tema che mi ha vista serena, soddisfatta della mia opera è stato quello che depositai nelle mani della commissione di III liceo classico all’esame di maturità.
Serena perché era l’ultima prova scritta di tal genere che avrei affrontato.
Mai più avrei dovuto scrivere in vita mia.
Soddisfatta perché per una volta mi ero garbata.
Mi ero proprio piaciuta e per una volta ero piaciuta anche alla mia compagna di banco e amica, nonché suo malgrado rilettrice ufficiale e correttrice delle mie bozze.
Ovvio che il mio tema di maturità non aveva potuto leggerlo, né correggerlo. Glielo avevo però raccontato, recitato con tanta fedeltà e convincimento da strapparle le lodi.
Mi sono sempre rimaste in mente le sue parole affettuose e d’incoraggiamento “finalmente hai scritto qualcosa di decente!”
Ne ero convinta anch’io… felice di poter mettere fine alla mia angoscia di scrivere e relativi supplizi, chiudendo con una nota positiva.
Le sue parole, per una vita mi sono servite a cercar di compensare il giudizio tranciante e spietato della commissione.
Se ho ottenuto la maturità quell’anno là fu grazie ai Classici: alla versione di greco e all’orale di letteratura latina.
Platone mieté un numero impressionante di vittime, non me!
A ben poco servì questa magra consolazione se ripenso all’affronto subito nello scritto d’italiano.
Lungi da me velleità letterarie! Quel tema di maturità avrebbe dovuto servire a riscattarmi di anni di sofferenze, di giudizi deprimenti: in quarta ginnasio ebbi la gioia di veder paragonato un mio compito di italiano a “una lista della spesa”.
Non gliene ho mai voluto alla mia prof di allora, anche perché alla fine era riuscita a toccare la mia vera anima, certo più mossa del piattume dei miei scritti.
Ma il responso del voto, fu veramente un rospo duro da ingoiare.
Quattro!
Condito dalle geremiadi del nostro prof di lettere nonché membro interno, che non mi risparmiò il suo sdegno e mi fece sentire vieppiù incapace.
Se scrivo oggi, lo faccio per me, non certo per riscattarmi da un oscuro passato.
Lo faccio perché ciò che ai tempi della scuola era pesantezza, ora è solo divertimento e leggerezza.
Mi libro, volteggio e rido …… e il riso fa bene agli intestini!
La boucle est bouclée! Mes tripes sont libres de s’exprimer !
Sha ba da ba da…..
Aucun commentaire:
Enregistrer un commentaire