C come coincidenze
C come Carmen
C come c…!
Tutto inanellato e legato con il solito filo che quando
si tira, srotola la matassa e da il via a una serie di reazioni a catena (non di
San Antonio, perché oggi è il 1 novembre e si festeggiano tutti santi
indistintamente)
Il mio biglietto per una Carmen al cinema, ritrasmessa
dal Met, gentilmente offerto da una delle mie AA (una delle Anonyme), che, in
previsione della sua assenza, me lo ha per tempo ceduto, é ben custodito nel
portamonete, al sicuro nella mia borsa.
CV si è offerto di accompagnarmi alla stazione: un treno per
l’andata poi un CV (Chauffeur Volontario) a riprendermi all’uscita, tanto da
non dover guidare nel buio.
Tutto pronto, perfetto organizzato.
Pronta per uscire … manca solo la borsa che è
misteriosamente scomparsa.
Cerca ovunque, ricerca, cerca per l’ennesima volta,
mentre CV si innervosisce perché il tempo stringe e rischio di perdere il
treno.
Il suo aiuto consiste nel mettermi fuori dei gangheri,
protestando e irritandomi oltremisura, totalmente irriconoscente del mio
costante aiuto quando è lui a perdere qualcosa.
Non è possibile che la borsa sia sparita l’avevo a tracolla
quando sono rientrata due ore prima.
Appare quasi miracoloso il ritrovarla, appesa alla
spalliera di una seggiola dove pendeva, nascosta da una giacca di CV. Il piumino
rimasto in terra fino a un’ora prima dove giaceva da almeno due giorni e poi collocato
in un posto(ritenuto arbitrariamente) più consono, viene stramaledetto
sottovoce… “ma perché non era appeso nell’armadio?”
Partiamo e riesco a rendermi conto che la tessera del
treno è rimasta nell’altra borsa.
Il treno è irrimediabilmente perduto, la mia calma è a
dura prova e vacilla.
Le proteste m’irritano: il sentirmi infamare mi disturba oltremisura.
Preferirei un’indipendenza locomotiva che mi è, ahimè, negata.
Tralascio il resoconto ma la giornata sta virando di
colore.
Nessun tentativo di raggiungere la stazione nel
villaggio, sarebbe tempo perso e CV si fionda in direzione di quella
successiva, alla rincorsa del treno, tanto è lì che lui deve andare per fare
due spese.
Quel treno per Yuma? Solo un po’ più tardi come orario.
Non è il 3:10 (p.m.) ma il 4:34.
Ovviamente in orario. Da manuale!
Il treno è già pronto in stazione, ma il tempo di fare il
biglietto me lo fa inesorabilmente perdere anche perché prima di riuscire ad
arrivare in fondo all’acquisto alla macchinetta automatica, l’operazione si
annulla per ben quattro volte.
Tentare di inserire la carta di credito nella fessura
della tessera ferroviaria non serve a terminare fruttuosamente la manovra.
Prima comunque che me ne renda conto e che il velo dell’ottusità, che m’impedisce
di ragionare, cada, trascorre la buona manciata di minuti di troppo.
La calma che ho ostentato solo a metà è dovuta alla
certezza che c’è lo Yuma bis delle 5:00 che, in compenso, è in ritardo!
È tutto cronometrato nel calcolo delle coincidenze:
quelle che ti fanno trovare nel posto giusto (o sbagliato non saprei dirlo) nel
momento preciso.
A tutto, come sempre c’è un perché.
Arrivo davanti al cinema, per una volta senza code
esterne davanti alla porta, e mi chiedo, dove entrare? L’opera non fa parte di
queste cinque o sei code deserte. In compenso c’è un certo movimento più in
alto nella strada, ma io seguo il mio filo rabberciato e mi presento davanti
alla cassa, semi deserta, dove un signore si sente dire che in caso di
annullamenti dell’ultimo minuto forse potrebbe ottenere un biglietto, ma che
per il momento non c’è nulla di disponibile.
Staranno parlando dell’opera?
Chiedo informazioni a mia volta per sapere, dove
dirigermi e mi sento confermare che devo uscire e rientrare là dove ho visto
gente affollarsi.
Un attimo di esitazione e affretto il passo arpionando il
signore che, già nella strada, se ne stava andando con un “excusez moi monsieur” .
Avevo intuito bene.
“Era tutto esaurito”mi conferma lui.
“Non è l’Antonacci…”sussurro io.
Ma lui è felice di aver acquistato il mio biglietto, che
non avevo comprato e il cui ricavato andrà alla legittima proprietaria, mentre io
me ne ritorno alla stazione.
La strada è lunga e il giorno declina.
Prima che riesca a comprare un nuovo ticket, il treno
delle 5:30 riparte e il prossimo è solo quaranta minuti dopo.
Lascio il binario triste e solitario e m’istallo nella
hall della stazione tutta rinnovata e accogliente.
Piena di colore, di movimento e di note musicali
fuoriuscenti da un pianoforte, tutto fa allegria. La sosta mi rinfranca.
Un giovane mulatto esercita le sue dita e trae accordi
avvolgenti e avvincenti.
Ascolto pezzi di conversazioni, ma non vale la pena di
ritagliarle con le forbici argentate che dondolano alla mia cintura, virtuale
come loro.
Partenza in ritardo, come la legge del C… comanda.
Murphy law?
« Anything that can go wrong, will go wrong »
Non credo, anche se a prima vista così potrebbe apparire.
Ma quando scendo alla mia stazioncina è notte fonda e i tre
chilometri in salita che mi attendono nel buio, uniti al chilometro per
attraversare il villaggio da un estremità all’altra, mi mettono una certa
apprensione e mi fanno intravedere molto scuro e poco chiarore..
La strada é tortuosa e nonostante non porti da nessun’altra
parte che sulla cima della collina (peraltro ben abitata) è notevolmente
frequentata da auto che salgono e che scendono.
Lascio il villaggio, le sue luci, l’ultimo gruppo di case,
e il buio inizia ad avvolgermi.
Prossima tappa lo spiazzo del riciclaggio ben illuminato,
ultimo spazio utile, dove fermarmi e telefonare, prima che ogni segnale
scompaia e il telefono muto possa solo servire da torcia.
Anche questo tragitto è poco rischiarato, gli sporadici
lampioni, leggermente separati se osservati dall’ottica mobile, appaiono dall’ottica
pedestre fin troppo distanziati.
Mi dibatto tra le mie paure, dubbiosa se cedere e inviare
un messaggio di risposta a quello di CV (l’ossimorico Cavalier Villano) che mi
ha chiesto di precisare luogo e orario del ripescaggio.
Ma io ho deciso di non essere ripescata, né con il retino
né con la lenza e nella mia nassa ho deciso di sguazzarci da sola.
Il riciclaggio si avvicina, lo so che è là dietro la
curva. Per sicurezza cammino nel fossetto - scolmatoio al lato della strada e
per prudenza supplementare, al rumore dell’auto che mi arriva alle spalle mi
soffermo e mi arrampico sul ciglio erboso.
Non sono animata da nessuna velleità di diventare una
frittata.
Ho le ali ai piedi e arrivo in un soffio all’amletico
bivio, quello del Pont des putis. La scelta non consiste tra andare a sinistra
o continuare sempre a diritto per la mia strada., ma piuttosto tra fermarmi e
chiamare al soccorso o proseguire nel buio più nero.
Non mi soffermo neppure al crocevia che in realtà è un
semplice trivio.
Un attimo di silenzio profondo e totale rompe la mia
indecisione, mi fa allungare l’ennesimo passo e sprofondare nella notte.
L’I-phone ha la sua utilità mi illumina lo pseudo
sentiero del fossato, mi fa evitare radici e inciampi vari.
Scantono una nuova curva e la luna appare a rischiararmi
il cammino, ma per gli intralci del fossetto è ancor meglio utilizzare
l’I-phone, tanto più che ha pure una sua utilità da catarifrangente.
Scricchiolii, latrati di cani in lontananza, mentre mi
chiedo che razza di idea mi sia venuta di imbarcarmi in una situazione del
genere, e contemporaneamente mi auto-conforto dicendomi che è la festa di
Ognissanti, che sono tutti là a vegliare su di me.
Una, due,tre auto mi illuminano la schiena con gli
abbaglianti. Il poncho fucsia e turchese che sventola dalle mie spalle deve
farmi assomigliare a un drago cinese….e d’altronde è proprio da là che Fidèle, la terzogenita me lo ha
riportato. Altrettante auto mi illuminano di fronte. Meglio fermarsi ancora e
farle passare tutte prima di riprendere il cammino.
Il numero civico della casa alla mia sinistra mi annuncia
che ho percorso più di un chilometro della strada in salita: siamo al 1327 e mi
restano 1173 metri prima di arrivare alla cappella di San Germain e altri 700
per raggiungere casa.
Nuovo arrivo di auto alle mie spalle mi fermo per
lasciarle sorpassarmi ma la seconda si ferma. Un fuoristrada con due giovani
che mi seguono visto che ho ripreso la marcia e mi propongono di darmi uno
strappo fino a casa. Il giovinastro che guida ha una voce un po’ stridente e la
ragazza al suo fianco rimane immobile senza proferire parola (sarà mica
mummificata, impagliata?). Ringrazio e declino l’invito, sostenendo che ho
bisogno di aria e di marcia per farmi sbollire l’ira.
Malfidata come sono, figuriamoci se sarei salita in auto
di sconosciuti, che oltretutto con l’idea di impagliatura mi hanno evocato l’Hitchcockiano
Norman Bates…
Riprendo a salire chiedendomi se ho fatto bene a
rifiutare quello che magari era un invio del cielo, l’unica auto che si sia
fermata a domandare se avessi bisogno di aiuto, ma il dubbio è subito scacciato.
Nuova serie di curvette e poi il curvone prima
dell’ultima salita, uno dei punti più infelici da percorrere a piedi,-li’ non
c’è più neppure il fossetto. Mi preparo per i prossimi 500 metri di agonia,
prima dei secondi 500 più dolci perché in piano che mi porteranno alla
cappella, quando una nuova auto questa volta che scende rallenta e dal
finestrino abbassato esce una vocetta che inizia rassicurante a declinare le
sue generalità… “Je suis la boulangère du
village…”
Lei non me la lascio certo sfuggire, la conosco, è la più
giovane delle due figlie della vecchia fornaia.
Agitata che mi possa accadere qualcosa, al buio, in una
stradaccia così pericolosa…non se ne darebbe pace.
Per farla contenta e realizzare la sua B.A.le concedo il
piacere di prestarmi soccorso.
Ma solo fino
alla cappella!
Là potrà fare inversione di marcia, rischiando meno di
quello che ha appena rischiato facendola lì, la manovra, dove mi ha fatto
salire e lasciandomi la soddisfazione degli ultimi 700 metri a piedi.
700 metri! E per iniziare una preghierina al santo dei
cacciatori, cui è dedicata la cappella, ché mi protegga nell’ultimo tratto, mi
preservi da incontri scontri con cinghiali.
Rientro quatta quatta dalla porta della veranda, accolta
solo da Replay che ne approfitta per una richiestina extra di crocchette.
CV , credendosi solo, vocalizza al piano superiore irripetibilia.
Decido di dare un segno della mia presenza che lo lascia
quantomeno dubbioso su chi sia presente in casa.
Unico laconico commento, come appura che sono ben io,é “ah
non sei andata”ma nessuna domanda su come io abbia fatto ritorno e io, mi
guardo bene dal fornire precisioni e dettagli.
Ognuno si trincera sul proprio Aventino.
Ripercorro in auto la strada ieri e di nuovo oggi,
guardandola con occhi diversi, specie stasera che vi transito con il buio.
Guardo tra l’incredula e l’ orripilata il fossetto che sfioro
quasi con le ruote, conto i lampioni, gli spazi bui e mi dico che l’altra sera
dovevo avere le aureole di tutti i Santi ad illuminarmi…altro che I-phone
catarifrangente!
Addio Carmen, Habanera con il suo “L'amour est un
oiseau rebelle….”
Mi consolerò con un habanero piccante per riprendermi dalle emozioni!
Aucun commentaire:
Enregistrer un commentaire