perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


lundi 3 novembre 2014

NOTTE di OGNISSANTI



C come coincidenze
C come Carmen
C come c…!
Tutto inanellato e legato con il solito filo che quando si tira, srotola la matassa e da il via a una serie di reazioni a catena (non di San Antonio, perché oggi è il 1 novembre e si festeggiano tutti santi indistintamente)
Il mio biglietto per una Carmen al cinema, ritrasmessa dal Met, gentilmente offerto da una delle mie AA (una delle Anonyme), che, in previsione della sua assenza, me lo ha per tempo ceduto, é ben custodito nel portamonete, al sicuro nella mia borsa.
CV si è offerto di accompagnarmi alla stazione: un treno per l’andata poi un CV (Chauffeur Volontario) a riprendermi all’uscita, tanto da non dover guidare nel buio.
Tutto pronto, perfetto organizzato.
Pronta per uscire … manca solo la borsa che è misteriosamente scomparsa.
Cerca ovunque, ricerca, cerca per l’ennesima volta, mentre CV si innervosisce perché il tempo stringe e rischio di perdere il treno.
Il suo aiuto consiste nel mettermi fuori dei gangheri, protestando e irritandomi oltremisura, totalmente irriconoscente del mio costante aiuto quando è lui a perdere qualcosa.
Non è possibile che la borsa sia sparita l’avevo a tracolla quando sono rientrata due ore prima.
Appare quasi miracoloso il ritrovarla, appesa alla spalliera di una seggiola dove pendeva, nascosta da una giacca di CV. Il piumino rimasto in terra fino a un’ora prima dove giaceva da almeno due giorni e poi collocato in un posto(ritenuto arbitrariamente) più consono, viene stramaledetto sottovoce… “ma perché non era appeso nell’armadio?”
Partiamo e riesco a rendermi conto che la tessera del treno è rimasta nell’altra borsa.
Il treno è irrimediabilmente perduto, la mia calma è a dura prova e vacilla.
Le proteste m’irritano: il sentirmi infamare mi disturba oltremisura.
Preferirei un’indipendenza locomotiva che mi è, ahimè, negata.
Tralascio il resoconto ma la giornata sta virando di colore.
Nessun tentativo di raggiungere la stazione nel villaggio, sarebbe tempo perso e CV si fionda in direzione di quella successiva, alla rincorsa del treno, tanto è lì che lui deve andare per fare due spese.
Quel treno per Yuma? Solo un po’ più tardi come orario.
Non è il 3:10 (p.m.) ma il 4:34.
Ovviamente in orario. Da manuale!
Il treno è già pronto in stazione, ma il tempo di fare il biglietto me lo fa inesorabilmente perdere anche perché prima di riuscire ad arrivare in fondo all’acquisto alla macchinetta automatica, l’operazione si annulla per ben quattro volte.
Tentare di inserire la carta di credito nella fessura della tessera ferroviaria non serve a terminare fruttuosamente la manovra. Prima comunque che me ne renda conto e che il velo dell’ottusità, che m’impedisce di ragionare, cada, trascorre la buona manciata di minuti di troppo.
La calma che ho ostentato solo a metà è dovuta alla certezza che c’è lo Yuma bis delle 5:00 che, in compenso, è in ritardo!
È tutto cronometrato nel calcolo delle coincidenze: quelle che ti fanno trovare nel posto giusto (o sbagliato non saprei dirlo) nel momento preciso.
A tutto, come sempre c’è un perché.
Arrivo davanti al cinema, per una volta senza code esterne davanti alla porta, e mi chiedo, dove entrare? L’opera non fa parte di queste cinque o sei code deserte. In compenso c’è un certo movimento più in alto nella strada, ma io seguo il mio filo rabberciato e mi presento davanti alla cassa, semi deserta, dove un signore si sente dire che in caso di annullamenti dell’ultimo minuto forse potrebbe ottenere un biglietto, ma che per il momento non c’è nulla di disponibile.
Staranno parlando dell’opera?
Chiedo informazioni a mia volta per sapere, dove dirigermi e mi sento confermare che devo uscire e rientrare là dove ho visto gente affollarsi.
Un attimo di esitazione e affretto il passo arpionando il signore che, già nella strada, se ne stava andando con un “excusez moi monsieur” .
Avevo intuito bene.
“Era tutto esaurito”mi conferma lui.
“Non è l’Antonacci…”sussurro io.
Ma lui è felice di aver acquistato il mio biglietto, che non avevo comprato e il cui ricavato andrà alla legittima proprietaria, mentre io me ne ritorno alla stazione.
La strada è lunga e il giorno declina.
Prima che riesca a comprare un nuovo ticket, il treno delle 5:30 riparte e il prossimo è solo quaranta minuti dopo.
Lascio il binario triste e solitario e m’istallo nella hall della stazione tutta rinnovata e accogliente.
Piena di colore, di movimento e di note musicali fuoriuscenti da un pianoforte, tutto fa allegria. La sosta mi rinfranca.
Un giovane mulatto esercita le sue dita e trae accordi avvolgenti e avvincenti.
Ascolto pezzi di conversazioni, ma non vale la pena di ritagliarle con le forbici argentate che dondolano alla mia cintura, virtuale come loro.
Partenza in ritardo, come la legge del C… comanda.
Murphy law?
« Anything that can go wrong, will go wrong »
Non credo, anche se a prima vista così potrebbe apparire.
Ma quando scendo alla mia stazioncina è notte fonda e i tre chilometri in salita che mi attendono nel buio, uniti al chilometro per attraversare il villaggio da un estremità all’altra, mi mettono una certa apprensione e mi fanno intravedere molto scuro e poco chiarore..
La strada é tortuosa e nonostante non porti da nessun’altra parte che sulla cima della collina (peraltro ben abitata) è notevolmente frequentata da auto che salgono e che scendono.
Lascio il villaggio, le sue luci, l’ultimo gruppo di case, e il buio inizia ad avvolgermi.
Prossima tappa lo spiazzo del riciclaggio ben illuminato, ultimo spazio utile, dove fermarmi e telefonare, prima che ogni segnale scompaia e il telefono muto possa solo servire da torcia.
Anche questo tragitto è poco rischiarato, gli sporadici lampioni, leggermente separati se osservati dall’ottica mobile, appaiono dall’ottica pedestre fin troppo distanziati.
Mi dibatto tra le mie paure, dubbiosa se cedere e inviare un messaggio di risposta a quello di CV (l’ossimorico Cavalier Villano) che mi ha chiesto di precisare luogo e orario del ripescaggio.
Ma io ho deciso di non essere ripescata, né con il retino né con la lenza e nella mia nassa ho deciso di sguazzarci da sola.
Il riciclaggio si avvicina, lo so che è là dietro la curva. Per sicurezza cammino nel fossetto - scolmatoio al lato della strada e per prudenza supplementare, al rumore dell’auto che mi arriva alle spalle mi soffermo e mi arrampico sul ciglio erboso.
Non sono animata da nessuna velleità di diventare una frittata.
Ho le ali ai piedi e arrivo in un soffio all’amletico bivio, quello del Pont des putis. La scelta non consiste tra andare a sinistra o continuare sempre a diritto per la mia strada., ma piuttosto tra fermarmi e chiamare al soccorso o proseguire nel buio più nero.
Non mi soffermo neppure al crocevia che in realtà è un semplice trivio.
Un attimo di silenzio profondo e totale rompe la mia indecisione, mi fa allungare l’ennesimo passo e sprofondare nella notte.
L’I-phone ha la sua utilità mi illumina lo pseudo sentiero del fossato, mi fa evitare radici e inciampi vari.
Scantono una nuova curva e la luna appare a rischiararmi il cammino, ma per gli intralci del fossetto è ancor meglio utilizzare l’I-phone, tanto più che ha pure una sua utilità da catarifrangente.
Scricchiolii, latrati di cani in lontananza, mentre mi chiedo che razza di idea mi sia venuta di imbarcarmi in una situazione del genere, e contemporaneamente mi auto-conforto dicendomi che è la festa di Ognissanti, che sono tutti là a vegliare su di me.
Una, due,tre auto mi illuminano la schiena con gli abbaglianti. Il poncho fucsia e turchese che sventola dalle mie spalle deve farmi assomigliare a un drago cinese….e d’altronde è proprio da là che Fidèle, la terzogenita me lo ha riportato. Altrettante auto mi illuminano di fronte. Meglio fermarsi ancora e farle passare tutte prima di riprendere il cammino.
Il numero civico della casa alla mia sinistra mi annuncia che ho percorso più di un chilometro della strada in salita: siamo al 1327 e mi restano 1173 metri prima di arrivare alla cappella di San Germain e altri 700 per raggiungere casa.
Nuovo arrivo di auto alle mie spalle mi fermo per lasciarle sorpassarmi ma la seconda si ferma. Un fuoristrada con due giovani che mi seguono visto che ho ripreso la marcia e mi propongono di darmi uno strappo fino a casa. Il giovinastro che guida ha una voce un po’ stridente e la ragazza al suo fianco rimane immobile senza proferire parola (sarà mica mummificata, impagliata?). Ringrazio e declino l’invito, sostenendo che ho bisogno di aria e di marcia per farmi sbollire l’ira.
Malfidata come sono, figuriamoci se sarei salita in auto di sconosciuti, che oltretutto con l’idea di impagliatura mi hanno evocato l’Hitchcockiano Norman Bates…
Riprendo a salire chiedendomi se ho fatto bene a rifiutare quello che magari era un invio del cielo, l’unica auto che si sia fermata a domandare se avessi bisogno di aiuto, ma il dubbio è subito scacciato.
Nuova serie di curvette e poi il curvone prima dell’ultima salita, uno dei punti più infelici da percorrere a piedi,-li’ non c’è più neppure il fossetto. Mi preparo per i prossimi 500 metri di agonia, prima dei secondi 500 più dolci perché in piano che mi porteranno alla cappella, quando una nuova auto questa volta che scende rallenta e dal finestrino abbassato esce una vocetta che inizia rassicurante a declinare le sue generalità… “Je suis la boulangère du village…
Lei non me la lascio certo sfuggire, la conosco, è la più giovane delle due figlie della vecchia fornaia.
Agitata che mi possa accadere qualcosa, al buio, in una stradaccia così pericolosa…non se ne darebbe pace.
Per farla contenta e realizzare la sua B.A.le concedo il piacere di prestarmi soccorso.
Ma solo fino alla cappella!
Là potrà fare inversione di marcia, rischiando meno di quello che ha appena rischiato facendola lì, la manovra, dove mi ha fatto salire e lasciandomi la soddisfazione degli ultimi 700 metri a piedi.
700 metri! E per iniziare una preghierina al santo dei cacciatori, cui è dedicata la cappella, ché mi protegga nell’ultimo tratto, mi preservi da incontri scontri con cinghiali.
Rientro quatta quatta dalla porta della veranda, accolta solo da Replay che ne approfitta per una richiestina extra di crocchette.
CV , credendosi solo, vocalizza al piano superiore irripetibilia.
Decido di dare un segno della mia presenza che lo lascia quantomeno dubbioso su chi sia presente in casa.
Unico laconico commento, come appura che sono ben io,é “ah non sei andata”ma nessuna domanda su come io abbia fatto ritorno e io, mi guardo bene dal fornire precisioni e dettagli.
Ognuno si trincera sul proprio Aventino.
Ripercorro in auto la strada ieri e di nuovo oggi, guardandola con occhi diversi, specie stasera che vi transito con il buio.
Guardo tra l’incredula e l’ orripilata il fossetto che sfioro quasi con le ruote, conto i lampioni, gli spazi bui e mi dico che l’altra sera dovevo avere le aureole di tutti i Santi ad illuminarmi…altro che I-phone catarifrangente!
Addio Carmen, Habanera con il suo “L'amour est un oiseau rebelle….”
Mi consolerò con un habanero piccante per riprendermi dalle emozioni!

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