Spalanco la finestra, peraltro già socchiusa in modo da lasciar entrare l’umido della notte, la rugiada del mattino, lasciar fuoriuscire i cattivi pensieri e i brutti sogni, perfino gli incubi che l’oscurità reca, e respiro a pieni polmoni.
Ancora una bella giornata, solatia, forse un po’velata, ma indiscutibilmente primaverile.
Gli uccellini cinguettano, si rincorrono tra i rami e il mio pensiero vola sulle loro piccole ali a un 12 maggio di quattordici anni fa.
Una telefonata, non dico totalmente inattesa e inimmaginabile, comunque sempre troppo precoce, e una corsa in aeroporto per raggiungere la mia vecchia casa il più presto possibile.
Ai tempi transumavo con minor frequenza e rigorosamente scortata o accompagnata, secondo l’umore o le preferenze.
Talora prendevo il treno, ma il viaggio era lunghissimo affidato alle cure degli Chemins de fer,e in questa occasione mi premeva essere a casa il prima possibile.
In ogni caso non facevo mai lunghi viaggi in auto da sola.
Ho iniziato a compierli solo più tardi.
Segno di emancipazione tardiva, molto tardiva, insieme alla fac….ma come sempre si tratta di altre storie.
Di quel lontano 12 maggio ho dei flash accompagnati da black out.
Mi rivedo all’aeroporto di Nizza in attesa del trasferimento sul volo per Firenze, mentre non ricordo assolutamente la prima tratta Marsiglia-Nizza, peraltro sempre in aereo.
Mi rivedo in attesa in aeroporto, uno dei tanti luoghi ancora fumosi e fumogeni e so di aver acquistato il mio primo pacchetto di sigarette, dopo anni che avevo smesso di fumare.
Atterraggio a Peretola, confuso nell’oblio.
La sagoma dell’aeroporto alle spalle e poi mi vedo di nuovo,seduta in auto con Maria e Roberto che erano venuti a prendermi per accompagnarmi a casa.
La campagna sfilava sulla mia sinistra ed io mi sentivo protetta dall’affetto e dalla presenza dei miei amici.
Poi casa; la mia mamma che dice, sospirando di sollievo:”finalmente sei arrivata”abbracciandomi e riposandosi su me.
La casa di mia sorella a Marina, quella casa che l’aveva vista chiudere gli ultimi mesi di una vita, in una malattia durata lo spazio di un autunno, un inverno e un inizio di primavera.
L’albero nel giardino davanti casa testimoniava della rinascita della natura. Un albero che sembrava destinato a seccare, che aveva invece ripreso forza e vigore mentre lei si spengeva.
Lo stesso albero che ancora a Natale, lei si domandava se mai lo avrebbe rivisto in foglie e fiori.
Le tracce della malattia erano totalmente scomparse, volatilizzate e lei riposava serena, quieta, luminosa.
Rivestita con una lunga tunica che la faceva assomigliare a una sposa; le lunghe dita affusolate che s’intrecciavano con una rosa e riposavano sul ventre e il sole che le incendiava i capelli.
La morte aveva realmente liberato la sua anima dalla carcassa impestata dalla malattia e anche il suo corpo aveva riacquistato la bellezza e la dignità che il morbo aveva intaccato, una materia finalmente libera di tornare a correre nei prati a dialogare con i cavalli e gli uccellini.
I cavalli non avrebbero mai avuto il permesso di entrare al cimitero, ma gli uccellini, liberi di sorvolare lo spazio aereo vennero tutti l’indomani a cinguettare la loro serenata di buon viaggio,in altri spazi, altre dimensioni, altri universi dove ora la immagino serena.
Il ritorno a casa non lo ricordo, lo feci con CV, lo so, ma non ne ho memoria.
Rivedo invece CV arrivato trafelato in compagnia di Jennie, che per giungere in tempo a salutarla a casa aveva battuto tutti i record di velocità nell’attraversare costa azzurra, frontiera e costa tirrenica.
Ricordo solo giorni bui e tristi a casa, in cui il mio spirito vagava inquieto, propriamente anima in pena, senza trovare pace.
Anima dolente e vuota, ripiena di un vuoto incolmabile.
Con chi più avrei potuto condividere i nostri ricordi d’infanzia?
Poi una mattina un uccellino venne a posarsi sul davanzale della mia finestra.
Mai accaduto prima.
Un tenero passerotto picchiettava con il becco sul vetro e mi cinguettava.
Mi portava sue notizie e mi rasserenò…..
Stamani ascoltando gli uccellini guardo il gelsomino che ho piantato nel mio giardino pensando a lei quasi quattordici anni fa, ne annuso il profumo e sorrido.
Certo non è così profumato come il gelsomino di casa, quello che, mezzo morto, tantissimi anni fa, lei aveva resuscitato con un taglio sapiente e rinvigorente.
Cresce bene però, e quest’anno è in piena esplosione.
Odo un cinguettio che si staglia più forte, sento un frullo in mezzo agli alberi, penso alla mia mamma che recitava a me e mia sorella i poemi di Emily Dickinson….
Risorge nella mia memoria la leggerezza delle parole della poetessa americana
Un sepalo, un petalo e una spina
In un comune mattino d'estate,
Un fiasco di rugiada, un'ape o due,
Una brezza,
Un frullo in mezzo agli alberi -
Ed io sono una rosa!
In un comune mattino d'estate,
Un fiasco di rugiada, un'ape o due,
Una brezza,
Un frullo in mezzo agli alberi -
Ed io sono una rosa!
…ed io vorrei tanto essere una rosa, mentre mi sento invece un carciofo con le foglie coriacee, le spine e il cuore tenero.
Cara la mia dolce mutti che per me sarà sempre una rosa. La rosa più bella e profumata e la rosa eterna.
RépondreSupprimerTi voglio bene
Sono commossa....è scritto benissimo
RépondreSupprimerSai proprio intenerirmi.
RépondreSupprimerTocchi proprio al cuore tenero del carciofo senza sfiorare le punte spinose.