La "Rentrée del C.A.E.R mi porta a ripercorrere vecchi sentieri e a ritrovare la FAC.
Quindici anni che ci siamo separate e nulla é più come allora.
Tutto cambia,Πάντα ῥεῖ, anche noi non siamo più le stesse.
Lei si é rifatta un look tanto da stentare a riconoscerla; io dovrei seguire il suo esempio.
Al posto del vialetto di entrata, fiancheggiato da alberi, buio, cimiteriale: di una tristezza tipica dei tanti viali delle Rimembranze, che portava ai vecchi edifici, situati più in alto, e del vecchio parcheggio, svettano nuovi palazzi moderni luminosi aerei.
Uno dei due immobili appena varcato il cancello, a destra, tutto in vetri, accoglie la tavola rotonda del C.A.E.R -Raconter le travail aujourd'hui-.ospiti due giovani scrittori italiani: Simona Baldanzi e Alberto Prunetti.
Due italiani che animano la conferenza rispondendo alle domande di Carlo Baghetti e Carmela Lettieri, in italiano, poi prontamente tradotti in francese da Martin Ringot et Judith Obert.
Vale la pena di alzarmi presto, correre in stazione a prendere il treno per godermi un po' di "sacro e sano idioma" visto che i due autori non solo vengono dall'Italia, ma più precisamente dalla mia Toscana.
Lei é del Mugello, ben più a nord delle mie terre, lui di Piombino, decisamente più vicino al mio "feudo".
Entrambi figli di operai, parlano di un mondo che conoscono dal di dentro, di un mondo che hanno vissuto sulla loro pelle e ancora ne portano i segni.
Lei é" Figlia di una vestaglia blu" come il titolo del suo romanzo.
La vestaglia blu, un termine coniato dalla Baldanzi, "Nessuno-ci ha detto- le chiamava cosi le operaie della fabbrica di jeans, piuttosto erano note come le Fratine, dal nome del proprietario", ma, per lei, sua madre e tutte le sue colleghe, che alimentano la storia e smuovono ricordi, sono colorate con il blu dei loro grembiuli da lavoro, con il blu che stinge dalla loro pelle.
Al blu delle vestaglie della fabbrica si mescola l'arancione delle tute dei minatori che forano le montagne del Mugello per far passare la linea dei treni ad alta velocità. Le tute arancioni, come le clementine di Calabria, regione da cui per lo più provengono, patria lontana che ricordano con una cartina geografica appesa al muro di una loro baracca, al campo base, entrano nella sua vita di studentessa.
Simona Baldanzi li ha lungamente frequentati e si é laureata con una tesi su questi minatori.
Il risultato finale é quello di un romanzo in cui, partendo da una storia personale e inserendovi il lavoro di un'inchiesta, tutto si amalgama formando un opera di valenza universale.
Simona Baldanzi porta bene il suo nome, accanto a una presenza calma, pacata se ne affianca un'altra decisa, determinata. Serena e riflessiva, abituata a prendere la parola, ma scevra da enfasi, dopo un suo intervento e quello del collega trova spesso qualcosa da aggiungere. Mai un appunto banale o scontato.
Lui a differenza di Simona che é una donna dei monti, viene dal mare e ne porta con sé la solarità. Da quel magnifico Mare Nostrum che mi culla nei ricordi, il mare delle isole toscane, da Capraia a Gorgona, dal Giglio a Giannutri fino alla magica e sempre sorprendente Isola d'Elba.
Alberto Prunetti é nato qui. Non in mezzo al mare, sull'isola d'Elba, ma sulla terraferma di fronte all'isola, nella molto meno ridente e poco turistica Piombino, geograficamente nota per i traghetti che da qui partono per Portoferraio e economicamente conosciuta per le acciaierie fonte di impiego locale.
Se non ho frainteso, Alberto cresce a Scarlino, "mitica" patria dei fanghi rossi, brutti da vedere e inquinanti da morire.
Manca al suo palmares un soggiorno a Rosignano Solvay con le sue spiagge bianche e il mare dal colore che fa concorrenza ai Tropici. Ma ahimè non é tutto oro quello che riluce e il candore della sabbia non é dovuto a milioni di conchiglie frantumate.
Neppure l'ombra di una, totale assenza di alghe o di pesci.
Le spiagge riluccicano e splendono grazie alla soda.
"Mille cose risolve per te bicarbonato Solvay"( pubblicità anima nera del commercio)
Dice che sia ottimo per digerire, ma certi scempi sono difficili da far andar giù.
Con Alberto Prunetti ci si immerge nel mondo della industria chimica, seguendo in un doppio cammino, la ricostruzione del periplo di suo padre nei vari siti italiani in cui ha lavorato, lasciandoci un pezzo di salute e l'evoluzione fisica di quest'uomo, vittima dell'amianto, fino alla totale perdita della vita.
Il suo libro, dal titolo " Amianto. Una storia operaia ", é un romanzo che diventa lo strumento per ottenere il riconoscimento della malattia professionale, causa della morte di suo padre.
Lo strumento per liberare dal senso di colpa legato alla malattia chi é malato o chi ci vive accanto.
Lo strumento per elaborare il lutto.
Potere salvifico della scrittura, anche se occorrono cinque anni per scrivere il libro!
Forte di questa lunga gestazione Alberto Prunetti trova facilmente le parole per incoraggiare un lettore francese che ha vissuto una storia analoga alla sua e gli confessa di non trovare il coraggio per aprire la prima pagina.
Il momento giusto arriverà pure per lui.
Due ore e mezzo di un incontro che corrono, leggere.Non perdo una parola di quanto viene detto nel mio idioma e non ne perdo una neppure di quelle che escono dalla bocca di Judith Obert che assicura la traduzione delle risposte di Prunetti.
Madame Obert lascia a bocca aperta quando riprende il filo della matassa che Alberto ha srotolato.
Sono impressionata dalla sua capacità di riprodurre il pensiero dell'autore anche quando é lunghissimo, perche-ops! - Alberto preso dall'entusiasmo non si é reso conto di essere partito per una lunga "tirade".
I due romanzi appartengono alla narrativa working class, scritti da chi di questo mondo ne fa parte e che lo racconta appunto dal di dentro, mescolando generi e partendo da esperienze proprie.
Non necessariamente deve essere una narrativa del lavoro o del precariato, ma la narrativa della classe operaia che si riappropria del diritto di raccontarsi.
-Ma la classe operaia non esiste più !-sembra concordare un gran numero di persone, polemizza Alberto
-ma cos’é poi la classe ?-gli chiedono altri
-La classe é nel tuo DNA -ribatte Alberto Prunetti
Non posso che concordare con lui.
Grande la mia Grande Tosca.... se potessi, ti assumerei, guarda... Quanta maestria, quanta capacità a restituire lo spirito dell'incontro, a far risalire le peculiarità dei singoli attori di questa giornata.
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