perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


samedi 31 décembre 2011

STRENNA di CAPODANNO!

Piccola strenna di capodanno per i miei ram-polli,pollizzoli e affini non tutti attenti e costanti lettori...ma so per certo che qualcuno di loro ama i miei fiabeschi racconti.
Per non fare ingiustizie , questa strenna,la offro a tutti loro…e
Chi mi ama…mi legga!

Potere del racconto
Ho scoperto con anni luce di ritardo, il potere taumaturgico della scrittura, la sua forza liberatrice e da quando posseggo il mio blog, ammetto che ne uso, abuso, ne faccio scorpacciate e anche overdose.
Mai letali però!
Il mio rapporto con lettura, scrittura, racconto non è sempre stato facile.
Se scrivere, era, per me studentessa, (storia vecchia) un incubo, leggere non era certo minor angoscioso problema. 
La lettura da bambina non mi piaceva. Guardavo i libri con sospetto e mi ci avvicinavo solo se arricchiti da belle illustrazioni a colori.
Nonostante le immagini comunque, cercavo di mantenere distanze di sicurezza tra me e loro.
Ricordo ancora con disappunto, un’incauta amica di mia madre che per il mio nono compleanno osò regalarmi un libro. Che idea!-pensai. Mi ricordo ancora con dovizia di particolari come il fatto mi avesse profondamente marcato. Cosa me ne facevo del libro? Che cosa potevo farmene di un libro? Oltretutto non era neppure un libro di novelle, l’unico genere che tutt’al più avrei potuto tollerare.
Si trattava invece di un romanzo.
Orrore!
Di un certo J.K. Jerome, illustre sconosciuto.
La copertina, illustrata, non era per nulla attraente.
Nessuna presenza delicata, eterea, femminile.
Se proprio non potevo avere una fata, almeno mi fosse concessa una principessa.
Invece nulla di tutto ciò. Insulsi maschietti vestiti ridicolamente e un titolo che non prometteva nulla di buono: “Tre uomini in barca”.
Ero forse affetta da misandria?
Mi era perfino toccato ringraziare, per giunta con un bel sorriso, mentre dentro di me schiumavo di rabbia e del libro, ne avrei fatto volentieri uso come oggetto contundente o in alternativa come oggetto da riporto per il nostro cane, che, pigro nel muoversi, così come io ero pigra nel leggere, non riportava nulla, anzi se ne rimaneva sprofondato nella sua cuccia imbottita, ghignando perfidamente perché il libro era destinato a me ed ero io che avrei dovuto leggerlo.
Ebbene sì questo era il triste destino che mi attendeva e l’utilizzo che dovevo farne.
Detestando fin da bambina ogni forma di spreco, mi rassegnai all’idea di cedere a quella stupida lettura.
I miei ricordi a questo punto si confondono.
 Il trauma subito mi impedisce i ricordare la storia del libro. Probabilmente un blocco psicologico dal quale non sono mai guarita. L’unica frase che riaffiora nella mia mente è: l’unica malattia che potei concludere di non avere era il ginocchio della lavandaia. Frase molto sibillina che mi ha, a lungo, incuriosita.
Cosa mai era questo ginocchio della lavandaia?
Ho continuato per tanto tempo a ripromettermi di andare a indagare da un’esperta in materia, la lavandaia appunto, senza peraltro riuscire a trovare il coraggio per formulare la domanda che mi pareva sfiorasse l’indiscrezione.
Margherita, colei che rendeva lo splendore, il candore alla nostra biancheria, veniva puntuale da noi tutti i lunedì mattina per lavare i panni. La rivedo in concaio, dove troneggiava un’enorme conca da cui prendeva appunto il nome questa stanza, sbattere le lenzuola nella pila e poi infine uscire in giardino per appenderle al filo ad asciugare a un tiepido sole o un leggero venticello.
La nostra casa, per l’epoca, era piena di comodità e tecnologicamente all’avanguardia, ma di lavatrici elettriche nessuno voleva sentirne parlare. Finché durava Margherita, nessuno si sognava di sostituirla con una macchina. Chi avrebbe mai avuto il coraggio di licenziarla?
Me la ricordo sempre vestita di nero, credo che le fosse morta una figlia, e con i capelli già grigi annodati in una treccia fissata a crocchia sulla testa.
Gli abiti erano un po’ lunghi e le coprivano il famoso ginocchio, così non potevo vedere come fosse e, ripeto, la buona educazione ricevuta m’impediva domande indiscrete.
Sono cresciuta così con un doppio trauma quello del libro e quello della famosa malattia che sospettavo mi avesse colpito, al polso però e non al ginocchio. A forza di lavare i miei fazzoletti nel lavandino del bagno il polso mi era diventato dolente e poi per peggiorare la già precaria situazione, lo avevo vieppiù sforzato sfogliando le pagine, girando i fogli del libro incriminato.
Un’infanzia con l’allergia per la lettura ma la passione della piccola lavanderina.
Come tanti bambini amavo l’acqua, soprattutto per giocarci piuttosto che per lavarmi e mi deliziavo a imitare Margherita, scimmiottandola. Trovavo eccitante appendere il bucato allo stendi panni e mi rispecchiavo in una splendida cartolina, indirizzata a me e ricevuta da una delle vecchie zie del babbo, dove era raffigurata una bimbetta riccioluta e sorridente molto stile Judy Garland che tra un risolino e l’altro appendeva culottes e fazzolettini.
Non mi assomigliava per niente, lei florida, bruna e riccioluta, io magrolina, biondiccia e spennacchiata, ma quelle mollette per i panni che correvano tra le nostri agili dita ci avevano fatto fraternizzare. Imparai la difficile arte dell’appendere ad asciugare per poi stirare con la minor fatica possibile.
 Avevo una carriera aperta!
Peccato che poi inventassero le asciugatrici di quelle che evitavano le pieghe.
Dovevo imparare a riciclarmi.
L’adolescenza con i suoi turbamenti, i suoi sconvolgimenti ormonali, mi guarì dalla misandria (ammettendo che ne avessi sofferto) e rivoluzionò i miei gusti. Oramai se anche, sulla copertina di un libro troneggiavano figure maschili non me ne preoccupavo più oltremisura, la copertina era diventata un dettaglio di una certa importanza nella scelta del libro, ma pur sempre un dettaglio e soprattutto avevo imparato ad amare i libri.
Li amavo a tal punto che spesso non avendo abbastanza tempo libero per dedicarmi alle letture, arrivavo persino a privarmi di momenti di socializzazione per potermi concentrare sul volumetto del momento e quando la pila di libri raggiungeva un’altezza ragguardevole ero costretta perfino a straordinari.
Così da una semplice giornatina, per prolungare il misero fine settimana di trentasei ore (è da considerare che andavamo a scuola dal lunedì al sabato compresi) finivo per allontanarmi dalle mie uscite social – scolastiche- quotidiane per un periodo ben più lungo.
In genere un po’ prima delle feste natalizie, mi trovavo nella condizione di dover strusciare un po’ più forte il termometro sotto il braccio, annunciare con voce prostrata che la mia temperatura aveva raggiunto i trentasette virgola due gradi, che ovviamente non potevano definirsi febbre, ma erano comunque sintomo di un principio di qualcosa di sospetto che non dovevo sottovalutare, pena ben più tragiche conseguenze, ivi compreso un demoralizzante natale in pigiama, quindi dopo la dolente dichiarazione, non mi rimaneva che confinarmi a letto.
Nessuno mi credeva, ma neppure mi contraddiceva.
Venivo abbandonata alla mia sorte di malata che raggiungeva dosi di stanchezza perché a forza di leggere gli occhi mi si cerchiavano. Destino di abbandono vagamente interrotto da un passaggio materno per ricordarmi che come mi fossi rimessa era il caso di riordinare il caos della mia camera, uno paterno che con un occhiata mi radiografava e mi lasciava crogiolarmi nella mia pseudo influenza e quello tenero e affettuosamente preoccupato della Tata che se non mi vedeva mangiare sospettava veri malanni…e io, presa dalle letture, dimenticavo l’ora di pranzo, merenda e cena, facendola cosi’ temere il peggio tanto che arrivava con spremutine fresche d’arance(sempre gradite!)
Verso il giovedì sera annunciavo un miglioramento, il venerdì mettevo il piede fuori dal letto e alla sera mi davo per guarita, sabato però per prudenza era meglio che rimanessi a casa, per non rischiare una ricaduta perché lunedì-fuori questione- dovevo proprio tornare in classe, cosa che regolarmente facevo dopo essermi fatta rilasciare il doveroso certificato medico per gli oltre cinque giorni di assenza. Caro babbo che con distaccata pacatezza e condiscendenza mi forniva il foglio di via.
Reintegravo così la scuola per poter recuperare compiti per le vacanze natalizie che non tardavano a iniziare due o tre giorni più tardi, coincidendo generalmente con il giorno del mio compleanno.
Fatte fuori le mie scorte letterarie potevo attendere le strenne natalizie tra cui sicuramente avrei trovato qualche succulento libro con cui deliziarmi e poi avrei sempre potuto fare nuove incursioni in soffitta dove soggiornavano pile di libri gialli d’epoca o frugare nelle tante librerie casalinghe per nuove prede. Materiale a casa non mancava….
Oggi non manco mai di far trovare sotto l’albero di natale, almeno un libro per la delizia dei miei bimbi.
Libri per lo più ameni per rallegrare e feste e lasciar immergere i miei cresciutissimi ragazzi in un po’ di fantasia creativa.
Quest’anno hanno avuto diritto a Odore di chiuso, librino che ha avuto già un discreto successo, e a cui ne auguro ancora, perché mi ha veramente deliziato.
Un atto di onoranza per i centocinquanta anni del mio paese, il racconto è ambientato appunto nel primo dopo-unificazione, e, onoranza mia, visto che ho regalato un libro italiano mentre in genere mi concentro su opere indigene.
Libri inizialmente poco conosciuti che mi avevano ispirato e di cui ho incrementato notevolmente le vendite, regalandoli a figli e non solo….tra questi come non ricordare “Et si c’était vrai” et “Les yeux jeaunes des crocodiles”. I miei due best sellers, o meglio i miei due best bought
Marc Levy forse non saprà mai che la crescita esponenziale, l’esplosione delle vendite del suo primo romanzo, la deve a me che ho comprato e regalato copie di questo libro in quantità industriali, spinto amici a fare altrettanto, stile catena di sant’Antonio senza bisogno di contaminare computer e anche spronato per avere la versione italiana da regalare al di là della frontiera a chi non legge in V.O..
Katherine Pancol ne è invece stata messa al corrente, in occasione di un incontro-dedica,  quando é venuta a Aix en Provence dopo l’uscita di quello che è diventato il terzo libro della saga.
Dopo due ore di paziente coda in fila per incontrarla non ho resistito all’impulso di raccontarle come avessi, anni prima, scovato il suo libro, annusato e decretato che aveva diritto a figurare tra i più venduti, mettendoci pure del mio o…. meglio la mia carta di credito.
Due libri, stesso rituale, stesso destino…con l’unica differenza che Levy non ha sentito e forse mai sentirà parlare di me, Pancol invece dopo l’incontro ravvicinato ha e continua a ricevere mail, cui, ce n’est pas de ma faute, lei risponde, da quando  un bel dì di settembre ho ceduto a un nuovo impulso e le ho scritto sul suo blog.
….e io posso dire che grazie anche a loro ho incrementato e arricchito il mio vocabolario di lingua francese: imparando cosa significasse pêche à la palangrotte, e à tire-larigot, termini che ho memorizzato e che arrivo con una certa infrequenza a utilizzare.
Soprattutto  con loro ho riscoperto ancora una volta il piacere della lettura e trovato il mio divertimento a leggere in una lingua che, per pigrizia, non essendo la mia langue maternelle, disdegnavo un po'.
Insomma il solito DO UT DES, principio dello scambio reciproco! 
Échange plus qu'enrichissant, échange plus qu'équitable!

Cela dit, ou bien, écrit; il ne me reste plus que souhaiter une bonne et heureuse année...
Une année riche de satisfactions, sereine et plein de légèreté....
Une année bien sûr remplie de bonnes et saines lectures....
de préférence de production Mater-n-Elle!!!


4 commentaires:

  1. Errore nel testo: cinderj niente libre quest'anno à Natale... Ma rimane pursempre la Befana!

    RépondreSupprimer
  2. Cinderj erra!
    A lei, come lo dimostra con questo messaggio...
    un libro speciale,
    un libro virtuale,
    un libro virtuoso
    per la sposa e per lo sposo.
    Un libro scollegato,
    cucito e assemblato
    col fil della memoria,
    che non cerca certo gloria.
    Vuol sol comunicare
    amando raccontare
    pensieri, ricordi, imprese
    di una romantica mamma non-inglese...
    sempre a caccia del fiabesco....
    MOLTO PITTORESCO!!!

    RépondreSupprimer
  3. Io sto ancora leggendo l'ultimo di Musso. Poi leggo gli altri! Che emotion leggere questi racconti!!!!!

    RépondreSupprimer