Je lis la page d’un carnet de voyage relatant de Portofino.
Portofino a renvoyé ma pensée à un autre village ligurien : Porto Venere à côté des Cinque terre.
Nous rentrions d’un voyage en Toscane avec des copains français.
La première halte, en arrivant en Italie, avait été Camogli et en quittant mon pays, je voulais offrir à mes amis une dernière vue spectaculaire sur ce Mare Nostrum.
Cela faisait un énorme laps de temps depuis que j’avais visité Porto Venere pour la dernière fois et je le trouvai bien sûr changé.
Accès presque impossible en voiture, j’avais dû bien négocier avec le gardien du parking pour qu’il accepte de nous laisser garer la voiture, le temps d’une petite visite, d’une petite collation.
Léger repas dans un petit resto, conseillé dans notre guide gourmande (et non), où la moitié des commensaux étaient de langue transalpine.
Partout, une foule déconcertante en ce dimanche de fin avril.
Je commençais à me repentir d’avoir eu l’idée de cette étape, mais on y était et,..bon, on allait continuer notre petit tour.
Nous avions grimpé jusqu’à la petite église de San Pietro, bâtie sur le reste d’un ancien temple probablement érigé en l’honneur de Venus Ericina (d’où peut être le nom Porto Venere) et là en sortant de l’église la vue sur la mer au travers d’un arc à pic sur l’étendue bleue, un spectacle à couper le souffle.
Je restai, le regard scotché, perdu au-delà de cette fenêtre en pierre, mon esprit errant au loin dans l’espace et dans le temps.
La prima visita di Porto Venere di cui trattengo una visione nitida e dettagliata nella memoria risale a quarant’anni fa, il 28 aprile 1971.
Ne ho già, altrove, raccontata l’occasione: una gita scolastica del liceo, dipingendone a fosche tinte la giornata e il suo contesto: sciopero dei tabaccai (vero dramma per me fumatrice e per i miei compagni di classe, per lo più adepti della sigaretta) e sottolineato, tra le varie conseguenze, il favoloso guadagno: un’Amicizia DOC (l’amica ex-genovese).
Non mi ero addentrata in descrizioni paesaggistiche né in liriche esaltazioni di tanta bellezza.
All’epoca però so di aver considerato che quel lord Byron non era, poi così scemo se vi aveva soggiornato: “Bel posticino davvero!”
Ho ancora le foto di quella giornata, tutti in fila su un muretto, un gruppo di noi ragazze su uno scoglio, una mitica foto di qualche compagno in costume, reduce da un bagno d’inizio stagione, occasione per cercare di impressionare noi ragazze.
C’è anche chi mi aveva impressionato, non tanto per l’atletismo - i bicipiti all’epoca mi lasciavano molto indifferente, e, in effetti, il genere maschile che mi affascinava ai tempi aveva più del reduce da Woodstock con tanto di chitarra al collo, emaciato e post-sessantottino che del cultore del muscolo e super sportivo.
Mi aveva colpito pur o forse essendo tutto il contrario di quanto i miei canoni si prefiggevano, ma onestamente non saprei più dire il perché.
Innamoramenti adolescenziali, impossibili e assurdi di cui ero una specialista.
Porto Venere però, a parte quest’uscita in comitiva, è stata per lo più una meta velica, una visita e vista dal mare, dalla barca, un luogo legato insieme a tanti altri porti a ricordi dell’infanzia e della gioventù a bordo del Sara.
Sara, vascello fantasma e non. Un nome garanzia: quello di mia madre e di tutte le barche di mio padre dalla fine degli anni cinquanta in avanti.
Unica eccezione, un piccolissimo interludio con un'imbarcazione che aveva avuto diritto a essere chiamata come me.
Era nata e stata battezzata Emily, modello Gaia, disegno Sparkman & Stephens, costruita nei cantieri Benello di Livorno, e-"alle barche non si cambia mai nome"-diceva babbo, ma per farmi contenta mi aveva assecondata.
Unica eccezione, un piccolissimo interludio con un'imbarcazione che aveva avuto diritto a essere chiamata come me.
Era nata e stata battezzata Emily, modello Gaia, disegno Sparkman & Stephens, costruita nei cantieri Benello di Livorno, e-"alle barche non si cambia mai nome"-diceva babbo, ma per farmi contenta mi aveva assecondata.
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