perché...

... racconto spinta da una brezza leggera

... spiffero in tutto le accezioni del termine

... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum

... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi

... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente

e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me

... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!

... "if" Kipling

... "if" allora "dubito ergo sum"


jeudi 1 décembre 2011

EN VADROUILLE...

Je lis la page d’un carnet de voyage relatant de Portofino.
Portofino a renvoyé ma pensée à un autre village ligurien : Porto Venere à côté des Cinque terre.

Nous rentrions d’un voyage en Toscane avec des copains français.
La première halte, en arrivant en Italie, avait été Camogli et en quittant mon pays, je voulais offrir à mes amis une dernière vue spectaculaire sur ce Mare Nostrum.
Cela faisait un énorme laps de temps depuis que j’avais visité Porto Venere pour la dernière fois et je le trouvai bien sûr changé.
Accès presque impossible en voiture, j’avais dû bien négocier avec le gardien du parking pour qu’il accepte de nous  laisser garer la voiture, le temps d’une petite visite, d’une petite collation.
Léger repas dans un petit resto, conseillé dans notre guide gourmande (et non), où la moitié des commensaux étaient de langue transalpine.
Partout, une foule déconcertante en ce dimanche de fin avril.
Je commençais à me repentir d’avoir eu l’idée de cette étape, mais on y était et,..bon, on allait continuer notre petit tour.
Nous avions grimpé jusqu’à la petite église de San Pietro, bâtie sur le reste d’un ancien temple probablement érigé en l’honneur de Venus  Ericina (d’où peut être le nom Porto Venere) et là en sortant de l’église la vue sur la mer au travers d’un arc à pic sur l’étendue bleue, un spectacle à couper le souffle.
Je restai, le regard scotché, perdu au-delà de cette fenêtre en pierre, mon esprit errant au loin dans l’espace et dans le temps.

La prima visita di Porto Venere di cui trattengo una visione nitida e dettagliata nella memoria risale a quarant’anni fa, il 28 aprile 1971.
Ne ho già, altrove, raccontata l’occasione: una gita scolastica del liceo, dipingendone a fosche tinte la giornata e il suo contesto: sciopero dei tabaccai (vero dramma per me fumatrice e per i miei compagni di classe, per lo più adepti della sigaretta) e sottolineato, tra le varie conseguenze, il favoloso guadagno: un’Amicizia DOC (l’amica ex-genovese).
Non mi ero addentrata in descrizioni paesaggistiche né in liriche esaltazioni di tanta bellezza.
All’epoca però so di aver considerato che quel lord Byron non era, poi così scemo se vi aveva soggiornato: “Bel posticino davvero!”
Ho ancora le foto di quella giornata, tutti in fila su un muretto, un gruppo di noi ragazze su uno scoglio, una mitica foto di qualche compagno in costume, reduce da un bagno d’inizio stagione, occasione per cercare di impressionare noi ragazze.
C’è anche chi mi aveva impressionato, non tanto per l’atletismo - i bicipiti all’epoca mi lasciavano molto indifferente, e, in effetti, il genere maschile che mi affascinava ai tempi aveva più del reduce da Woodstock con tanto di chitarra al collo, emaciato e post-sessantottino che del cultore del muscolo e super sportivo.
Mi aveva colpito pur o forse essendo tutto il contrario di quanto i miei canoni si prefiggevano, ma onestamente non saprei più dire il perché.
Innamoramenti adolescenziali, impossibili e assurdi di cui ero una specialista.
Porto Venere però, a parte quest’uscita in comitiva, è stata per lo più una meta velica, una visita e vista dal mare, dalla barca, un luogo legato insieme a tanti altri porti a ricordi dell’infanzia e della gioventù a bordo del Sara.
Sara, vascello fantasma e non.  Un nome garanzia: quello di mia madre e di tutte le barche di mio padre dalla fine degli anni cinquanta in avanti.
Unica eccezione, un piccolissimo interludio con un'imbarcazione che aveva avuto diritto a essere chiamata come me.
Era nata e stata battezzata Emily, modello Gaia, disegno Sparkman & Stephens, costruita nei cantieri Benello di Livorno, e-"alle barche non si cambia mai nome"-diceva babbo, ma per farmi contenta mi aveva assecondata.

Sapevamo tutti comunque che sarebbe rimasta poco con noi, il tempo che fosse pronto il nuovo CC di Cuthbertson & Cassian, che doveva rimpiazzare il “vecchio Sara”, ma che tardava a essere varato, e babbo, senza barca, non poteva vivere.

Fu l’unica barca mercenaria, assoldata per colmare il vuoto di un’attesa prolungata.

La barca della mia prima crociera, ancora bimbetta, fu appunto il primo Sara, il glorioso due alberi tutto in teck, affondato nel settembre 1969 durante una regata notturna alle Formiche di Grosseto, cui succedette, interregno a parte, il nuovo Sara, il C.C. sul quale ho veleggiato fino alla vigilia delle mie nozze e nel cui pozzetto è ancora riuscita a far guazzetto la mia primogenita che non aveva ancora spento la sua prima candelina.

L’anno seguente era già arrivato l’ultimo Sara, quello che, uscito dai normanni cantieri di Fécamp, era disceso, ai primi dell’anno, attraverso i canali per insaporirsi, contaminarsi o purificarsi (secondo i punti di vista) nel Mare Nostrum e guadagnare le coste toscane, ove grazie alla sua deriva mobile poteva insinuarsi in anfratti diversamente non raggiungibili da un’altra normale barca di quella stazza e lunghezza.

Pochi mesi più tardi, l’estate 1982 ebbe il privilegio di cullare i primi sonni marini di Turista-fai-da-te, che all’epoca faceva ben poco da sé, a parte piangiucchiare ogni tanto e si lasciava trasportare in un baby pullman, dove continuava a dormire ovunque e soprattutto all’ombra protettrice dell’albero maestro e al suono delle sartie che sbattevano nel caos di Porto Azzurro all’isola d’Elba.

Quest’ultimo Sara, un Via 36 in alluminio, imbarcazione superrivoluzionaria che quella mente eccelsamente aperta e lungimirante del babbo aveva scovato, lo ha accompagnato fino ai primi anni di questo nuovo millennio, fin quando l’augusto genitore, con la sua consueta lucidità, nel 2004 decise che era arrivato il momento di separarsi.

Una barca doveva essere intrattenuta, coccolata, curata e lui sentiva che non era più in grado, da solo, di occuparsene come avrebbe voluto e dovuto e … ovviamente questa, ancora una volta è un’altra storia.

 

Mon regard égaré recherchait au travers de la fenêtre dans l’étendue bleue la caresse du vent qui gonfle les voiles, le gout du sel qui brule les lèvres, la douceur de la réminiscence qui rend la vie moins pesante.

 

Au revoir Porto Venere et Golfo della Spezia, autrement dit Golfe des Poètes, au revoir Lord Byron, Shelley, D.H. Lawrence, vous les Anglais qui avez séjourné ici, au revoir aussi à beaucoup d’autres artistes subjugués par tant de charme.

Au revoir aussi, un jour, babbo caro, tu es et seras toujours dans le bleu du grand large, le blanc émerveillant des voiles, le souffle du vent qui décoiffe mes cheveux, le sel de l’eau de mer, le sel de la sapidité de la vie ; toi et tes leçons de tolérance, esprit dans lequel tu nous as élevées sans pouvoir faire atteindre à tes, trop petits, disciples la hauteur de leur maître.

Merci de m’avoir accompagnée si longuement dans la vie, de m’avoir toujours soutenue, appréciée, valorisée et de m’avoir appris jusqu’à ton dernier souffle.

Esprit qui a fait gonfler la voile de mon bateau magique qui me fait toujours naviguer et avancer dans le souvenir de ton enseignement lumineux.

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