Siamo di nuovo confinati, ma oramai non è più una novità, non mi stupisco più, non sento il bisogno di sottolineare da quanto tempo le mura domestiche e il giardino sono il mio orizzonte quotidiano pur se inframezzato da squarci di cielo romano, una piccola pausa da aspetti poliedrici.
Ho smesso di contare ma non ho perso del tutto il conto.
Il nuovo confinamento ufficiale ha preso inizio un giovedì a mezzanotte, l’ultimo giovedì del mese di ottobre.
Lo ricordo perché stava per concludersi la seconda settimana delle vacanze scolastiche di Ognissanti; la mia amica aveva previsto per l’indomani venerdì un atelier al Museo Granet a beneficio di sua figlia e il programma saltava così miseramente.
Le scuole avrebbero riaperto i battenti lunedì 2 novembre e questa chiusura ben prima del w.e. (al sabato sarebbe stata già più tollerabile) l’aveva irritata profondamente.
Si trattava dunque di giovedì 29: il conteggio a ritroso non è troppo difficile.
Ecco un nuovo fantastico giovedì!
La notizia mi ha lasciata abbastanza indifferente scivolandomi addosso morbidamente; la non interferenza con i miei progetti, diciamolo pure, ha fatto una notevole differenza.
Programmi ne avevo ben pochi, gli unici di una certa rilevanza erano già naufragati per l’ostracismo di C.V. che aveva posto il veto a treni per la capitale e di trasferimenti in auto, neppure a parlarne: troppo lunghi.
La mia routine avrebbe potuto continuare secondo il suo ritmo cadenzato: casa, giardino, qualche supermercato rapido e per lo svago passeggiate in collina e il mio fisioterapista martedì e venerdì a Aix.
Le uscite per la spesa rimanevano consentite e quelle mediche pure per cui non avevo motivo di preoccuparmi che questo nuovo confinamento intralciasse il buon svolgimento della mia miserrima settimana.
Solo a descrivere, scrivere e soprattutto rileggermi sono colta da angoscia sconfinante in depressione.
Che piattume, che aridità, che orizzonte vuoto, abissale, sconfinato, da deserto.
Deserto dei Tartari.
Non so se mi sia concesso il paragone con l’epopea del tenente Drogo.
Incurante di una risposta che solo chi mi legge potrebbe darmi (e che comunque arriverebbe troppo tardi) me ne approprio.
Ho proprio l’impressione di rinsecchire, di liofilizzarmi di inaridirmi, pur se non manco di liquidi e di nutrimento.
Le giornate sempre più corte e il freddo che arriva riducono il tempo passato in giardino a preparare l’arrivo dell’inverno, a sognare una nuova primavera quando finalmente sarà possibile porre a dimora quelle piante che ora metterebbero a repentaglio la loro sopravvivenza a causa delle gelate frequenti sulla mia collina.
Le buche per riceverle sono già state scavate e le ho parzialmente riempite di terriccio fertile grattato sotto le querce.
Aggiungo quello che io ritengo (forse a torto) nutrimento: foglie secche che dovranno decomporsi e trasformarsi in humus, cenere riciclata dalla mia stufa che pulisco ogni mattina con perizia, fondi di caffè che non finiscono nel compostaggio generale.
Insomma un bel mix nutritivo.
E poi passo ai fornelli.
Sono tornata a cucinare non tanto per sfamarmi quanto per creare e distrarmi.
Con C.V. ci rubiamo il mestolo e ci sfidiamo a colpi di ramaiolo.
Ognuno ha le proprie specialità.
Una delle sue sono gli gnocchi.
Ma come non dire la mia?
Purtroppo questo piatto dà adito a scontri dialettici.
Superato il conflitto della scelta delle patate, per le quali mi sarebbe piaciuto utilizzare buone patate vecchiotte a pasta bianca di montagna (che qui non trovo) la scelta è caduta sulla varietà bintje che mi sono trascinata a spalla dal mercato.
La preparazione passa quindi nelle sue mani, in tutti i sensi.
Ma non parliamone, non nominiamoli, altrimenti il conflitto linguistico si invelenisce di nuovo.
C.V. prepara i gnocchi
Rabbrividisco solo a scriverlo.
Quel che è peggio è che il correttore automatico mi sostiene e devo forzare per ottenere questa grafia.
Devo dunque nuovamente scrivere l’articolo “i”.
La pseudo cultura del nord che si basa su un detto, dalle origini non ben precisate che recita “ Ridi ridi che mamma ha fatto….gnocchi” è il suo riferimento, unito all’affermazione di scarso valore “…a casa mia si diceva così”
Inutile proporre uno sguardo sullo Zingarelli, alla Treccani, chiedere lumi all’accademia della Crusca.
Scherziamo?!
Loro non hanno voce in capitolo.
Con molta faziosità C.V. sostiene che i toscani sono autoreferenziali.
Lui invece no, ovviamente.
I toscani, fanno le regole, se la raccontano e vorrebbero imporsi ma con quale diritto?
Immagino che se esprimesse il suo pensiero per intero arriverebbe a sostenere che Manzoni invece di “sciacquare i panni in Arno”, avrebbe dovuto affogarci in questo fiume.
Lasciare i suoi Promessi sedersi sulla cadrega e la madre di Cecilia scendere dalla soglia d’una di quelle porte.
Che Uscio e uscio!
Mi insorgo perché l’articolo “i” unito a gnocchi mi produce un attacco di allergia.
Non demorde.
Io neppure.
Finisce che lui mangia i gnocchi (nuova forzatura del correttore) al pomodoro e io gli gnocchi al burro e salvia.
Beati i francesi che hanno un solo articolo plurale maschile (e anche femminile per semplificare), anche se, ahimè turpitudine estrema, da loro diventano les gnocchis.
Il Larousse riporta le due forme con e senza S, plurale alla francese o come in italiano.
Ma, attenzione, RACCOMANDA, sia ben chiaro, la forma francesizzata.
Il confinamento sta per essere alleggerito, siamo oramai allo scadere di un mese e M.Le Président, lascia un po’ le redini, per preparare il Natale.
Di nuovo non credo ci saranno molti cambiamenti nel mio ritmo quotidiano.
Non so come imbandiremo la tavola per il pranzo natalizio del 25 (in casa nostra non usa il cenone, che in ogni caso sarebbe “un cenino”, dato il previsto numero ridotto dei commensali).
Gnocchi NO sicuramente!
Vorrei salvaguardare la pace del Natale.
Il Panettone lo gradirei, ma solo di pasticceria, di una delle tante milanesi ben referenziate.
......e allora neppure Torta co’ bischeri per par condicio....e per evitare possibili fraintendimenti .
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