« Le lingue straniere non si perdono mai ! »
Anche se credi di averle dimenticate perché sono anni che
non le studi, non le parli, non le frequenti più, loro sono sempre lì.
Sepolte sotto strati polverosi di madri dure, pie e
ragniformi, sonnecchiano in attesa del “bacio del principe” che le risvegli. E
come la “bella addormentata”, che nonostante i cento anni di magia, apre gli
occhi bella riposata, ( scontato dopo una simile cura del sonno ), fresca e
senza una ruga, pure le parole straniere tornano a rotolare dalle labbra
sempre più sicure, decise, scattanti.
Si annodano e formano collanine di frasi.
“Le lingua straniere non si perdono mai, tornano sempre e
con gli interessi per giunta”.
Questa è una delle mie “grandi teorie”, sciorinata a mo’
di incoraggiamento a studenti sconfortati.
Il recente soggiorno canadese me ne ha data, una volta di
più, la conferma.
Dopo più di venticinque anni nel “hexagone”, immaginavo
che il mio british anzi american ( perché è questo che ho
in qualche modo imparato) fosse alquanto arrugginito.
Oramai relegato per lo più a ruolo di salvagente, entra
nelle mie conversazioni solo raramente, quando non posso fare altrimenti
e di preferenza non oltre le ore 19 per evitare emicrania da sforzo neuronico.
Che sorpresa, quando sbarcata a Toronto, in giro nella
città, nella metro, sui bus, nei negozi, nei coffee shop, nei ristoranti, con
il portiere del grattacielo dove risiedevo, con l'impiegato dell'autonoleggio
(con cui ho discusso in maniera decisamente accesa), con i pompieri della
caserma accanto a casa, (visitati quotidianamente per ragioni strettamente
personali e familiari), mi sono sentita assolutamente a mio agio, con la lingua
che si scioglieva , scorrendo fluida e leggera e soprattutto che soddisfazione rendendomi
conto che comprendevo perfettamente.
Capivo le risposte alle mie domande e pure le frasi
che ex abrupto mi erano indirizzate.
Di che gonfiarmi e fare la ruota come un pavone, prendere
d'un colpo tre chili senza bisogno di cedere alla tentazione di pancakes,
waffles and french toast affogati in litri di maple syrup,
Proprio vero che "le lingue straniere non si perdono
mai"
Ed anche che "ritornano con gli interessi".
La facilità con cui mi destreggiavo in english ne
era ben la riprova e mi faceva pensare all'enorme sorpresa che avevo avuto
l'anno precedente anche con lo spagnolo.
Rudimenti di lingua iberica grazie ad un corso semestrale
alla FAC uniti a un po' di pratica in Colombia e con la famiglia
acquisita di una figlia.
Esperienze molto basic
senza nulla di esaltante o glorificante, che mi avevano lasciato, direi, una
notevole indifferenza..
Il mio spagnolo intanto era rimasto lì al calduccio sotto
le solite membrane a sobbollire e non lontano dalla Terra del Fuoco aveva fatto
eruzione.
Nel mio primo viaggio in Argentina, da Buenos Aires alla
Patagonia avevo avuto modo di rendermi conto che, pur se l'espressione orale
era ancora nettamente insufficiente, la comprensione aveva fatto passi da
gigante.
Per l'orale mancava la pratica, certo!
Gli interessi però avevano fruttificato in comprensione.
Il commento spietato delle mie figlie mi ha leggermente
disturbato.
"Certo che laggiù capisci, mamma, la lingua
argentina é uno spagnolo italianizzato.
O in ogni caso ne ha la stessa cadenza".
In Ontario, comunque, inutile parlare di cadenza.
Capivo.
Capivo e basta.
Il Canada, per me, non aveva frontiere (linguisticamente
parlando).
Ero certa che anche gli Inuit mi avrebbero compresa!
L'arrivo in Quebec mi ha leggermente destabilizzata.
Qui la cadenza era un ben altro problema e di nuovo, come
tantissimi anni fa mi sono sentita a disagio con il mio francese.
Quella che oramai considero la mia seconda lingua tutto a
un tratto suonava alle mie orecchie come una lingua straniera.
Ero pronta a rifugiarmi nell'inglese (anche dopo le
7p.m.),.
Mi ha solo trattenuta la paura di offendere i
Quebecchesi, gente estremamente gentile,cui non volevo fare torto.
Disponibili, gentili, cortesi, pronti ad aiutare:
"
Tout droit, puis à la deuxième lumière tournez à droite"
Come spiegare loro però che io di luci ne vedevo tante,
fin troppe; e dove diavolo era la fantomatica seconda luce cui avrei dovuto
girare a destra?
Avevo dimenticato che les feux rouges, ovvero i
semafori perdono colore dall'altra parte dell'Atlantico!
Il momento più perturbante é stato sicuramente quello di
una mattina a colazione quando abbiamo chiesto alla cameriera di portarci, per
favore, altre posate.
Il suo sguardo interdetto, ci ha in un primo momento
fatto pensare di aver detto qualcosa di sbagliato, tanto grande risuonava il
suo muto stupore.
Come ci siamo ripresi, compresa la franco –francese in
nostra compagnia, abbiamo chiarificato : "Forchetta, coltello,
cucchiaino..... "
La luce questa volta si é accesa sul suo volto.
"Gli utensili!" ha tradotto, finalmente
rassicurata.
E le posate sono miracolosamente apparse, anche se ammetto
di aver temuto per un attimo che la cameriera arrivasse con pinze tenaglie e
cacciaviti o magari nella miglior delle ipotesi con mestoli e schiumarole.
E invece niente di tutto questo, solo una penna e un blocco
note per appuntarsi queste strane parole in previsione di nuovi turisti
franco-stranieri.
Gli utensili perbacco!
perché...
... racconto spinta da una brezza leggera
... spiffero in tutto le accezioni del termine
... un castello d'idee e di pensieri che prendono aria, che gonfiano le vele del vascello fantasma in questo Mare Nostrum
... Per riannodare la matassa srotolata, arruffata, ingarbugliata dei miei ricordi
... Per seguire questo filo di Arianna che mi fa fuoriuscire dal labirinto, illumina la mia mente
e... soprattutto per ridere del mondo del mio microcosmo di me
... perché il riso è terapeutico, fa bene alle coronarie e alle viscere e dev'essere rivalutato anche se nonostante tutto preferisco la pasta!
... "if" Kipling
... "if" allora "dubito ergo sum"
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