al passaggio dei primi fanti il 24 maggio.
“La leggenda del Piave”
- G.Gaeta
Il vento soffia, sbatacchia, ribolle, sconquassa.
Soffoca gli spifferi che, dominati, sgattaiolano, scantonano, svicolano raso terra, sollevano polvere, la lasciano ricadere..e si chiudono piano piano la porta alle spalle.
Tanto tempo che non spiffero, presa tra un turbine e un vortice, stretta in una morsa che non lascia la presa.
La data mi balza all'occhio, la “canzone” mi risuona nelle orecchie e comme d'hab mi lascio trascinare da un'ondata di ricordi...
Ricordi … che non ostante tutto non risalgono tanto lontani nel tempo né in ogni caso, in forma diretta e personale, fino a quel 24 maggio di 95 anni fa...
I lustri di saggezza che mi compongono non sono così d'epoca...
...a quel tempo il Capitano era un bimbetto portato a spasso, per il quartiere San Martino della ex repubblica tosco- marinara, da una tata con i gonnelloni e senza mutandoni.
Vera sans coulotte, e per nulla rivoluzionaria, godeva del privilegio di poter alleggerire la sua vescica, graziosamente sollevando una cocca della gonna, allargando la distanza tra i piedi, divaricando le gambe, dischiudendo le cosce e lasciando scorrere un gentil fiotto che correndo nel centro della via finiva diretto nello scolmatoio.
Il giovane futuro Capitano aveva una spilletta appuntata sul bavero del cappottino, bandierina, effige del periodo bellico in questione.
Qualcuno gliela aveva strappata con violenza e cattiveria e la tata aveva reagito con forza e decisione da vera Bradamante.
In casa non erano certo dei guerrafondai, nessun militare nelle schiere, piuttosto nel ramo della magistratura, avvocatura, con qualche variante per una nota di colore di un giocatore di carte incallito e un nonno ingegnere, quest’ultimo il padre del futuro Capitano (per diletto, futuro Medico per vocazione), ma rispettosi dei militari al fronte, dei reduci disadattati che fecero ritorno.
La Signorina, ben lontana dall’essere semplicemente immaginata, vagheggiata, doveva attendere ancora quasi un lustro prima di schiudere gli occhi e piantare il primo vagito protestatario.
La sua “futura mamma” attendeva con pazienza lettere dal fronte e soprattutto il rientro del“futuro padre”con cui anelava convolare a giuste nozze, mentre lui per sfuggire ai pidocchi delle trincee si era librato nell’aere su quanto mai azzardatissimi velivoli.
Caccia, bombardieri, cacciabombardieri?
Non penso che fossero dei Caproni, usciti dalla fucina del “Senza cozzar dirocco”.
(Il motto, scolpito all’ingresso dell’ex vecchia ditta mi colpì tanti anni dopo… il nonno oramai volava in altri cieli, noi ci lanciavamo in quelli canadesi…e come sempre questa è un’altra storia. )
I velivoli della “Grande Guerra”noi ragazzi li abbiamo sempre identificati con un nome e un cognome storico ed eroico e quando parlavamo dell’aereo del nonno materno facevamo riferimento a un “Francesco Baracca”.
Dimentichi o semi-ignari probabilmente della statura dell’italico eroe degli alti spazi azzurri, eravamo colpiti da un vocabolo memorizzato per quell’idea di poca stabilità che ci rimandava il “baracca” che ben si confaceva ai racconti del nonno.
Su nei cieli, tra vuoti d’aria, spifferi, correnti e aria da tutte le parti, la leggenda familiare racconta che il nonno in preda a un mancamento, sentendosi venir meno, prima di cozzare e diroccare ebbe l’accortezza di allungare la mano, spezzare una tavoletta di cioccolata e consumarne un po’.
Più efficaci delle arachidi di Super-Pippo, degli spinaci di Popeye, il nonno si riprese, riagguantò i comandi e…il cioccolato assurse al ruolo di rimedio di tutti i mali familiari, tanto da trovar posto in ogni cassetto vicino a un qualsiasi letto.
Lo stemma della sua famiglia, di origine maremmana, (senza palle medicee) ostentava buoi, (non so se pii; il nonno lo era in ogni caso e molto devoto a Padre Pio che avrebbe conosciuto in seguito, lustri successivi, ma anche questa nota non c’entra nulla con la storia, si inanella solo con le parole).
Il nonno non pensò mai di cambiarlo, né di modificarlo magari impreziosendolo di una tavoletta nera, fondente o meglio al latte perché, se la memoria non mi fa difetto, credo ricordare che la salvifica cioccolata fosse ben fatta della varietà - milk
Stemma o non stemma, il cioccolato è comunque rimasto, nella storiografia familiare e nei comodini, fino ad ammuffirci, come l’ultimo dimenticato che ho gettato nella spazzatura, resistendo alla tentazione di mantenerlo come cimelio del mio babbo.
Cioccolato, sinonimo di panacea, come le famose Droste con cui mamma tornò alla vita. La prima e unica cosa che riuscì a mangiare dopo essersi vista in versione svolazzante con lunghe ali bianche, tra stuoli di cherubini, serafini…e soprattutto dopo avercela vista, in questa versione, il “Dottore”in occasione di una lunga malattia.
Per essere all’altezza della stirpe, adeguarmi alle sue tradizioni, ho preso l’abitudine di mangiar preventivamente cioccolato, fin dalla più tenera età, per scongiurare mali che raramente mi han toccata, tenendo ben lontano da me le loro distanze forse solo e semplicemente per sana e robusta costituzione.
Nel dubbio mi guardo bene dal cambiare abitudini e continuo imperterrita a preferire orangettes, amorosamente confezionate da CV, gianduiotti Caffarel, chicchi al caffè di Gobino e variazioni anche più modeste al posto del Prozac. Il risultato è garantito!
La canzone o leggenda del Piave che stamani è risuonata nelle mie orecchie tra sciacquettii e sciabordii ha messo insieme tasselli, formato un puzzle disordinato, riesumato nonni, bisnonni, aerei, cioccolato, una bimba con le trecce che amava i cavalli, e perfino un costume da bambino da bersagliere.
Rifacimento, in miniatura, accurato, veritiero, perfetto di una divisa di questo corpo dell’esercito: il cappello con le piume, l’uniforme con i bottoni sono usciti da uno dei tanti armadi, neppure aperti, solo sfiorati con lo sguardo, della casa avita.
Quasi due settimane a smuover polvere, han mosso, rimosso e smosso souvenir d’infanzia…e ricordi lasciati in cassetti oramai vuoti o pieni di altre cianfrusaglie.
Le lettere del nonno alla nonna in quel secondo decennio del secolo scorso, e le di lei risposte, giacciono sotto le coperte nel fondo di un armadio accuratamente adagiate in una scatola. Queste le ho viste, toccate, rimesse al loro posto, incerta sul loro destino…
Chissà invece se nella prima anta alta, a sinistra dell’armadio verde della “stanzina”, la stireria, vi è sempre riposto quel costumino militare?
Bello, completo, mirabilmente e fedelmente copiato e ricreato, un gioiellino da celebrazione del XX settembre.
Se esiste ancora, tra un po’ più di sette anni per il 150esimo anniversario di Porta Pia lo rispolvero e lo faccio indossare al “futuro nipote”.
Magari a lui piacerà…
Io alla sua età lo detestavo!
A carnevale sognavo di paramentarmi di azzurro, rosa, un cono con le frange e la bacchetta fatata. Volevo mostrarmi in sembianze di fata e rilucere di femminilità….
E invece tutto quello che mi era proposto erano nere e verdastre piume di struzzo, un’uniforme grigia e l’immancabile trombetta.
Il tutto spacciato come la quintessenza di “classe” “raffinatezza”, “bellezza”; riproduzione perfetta, accurata e impareggiabile, solo perché ovviamente faceva parte della dotazione familiare!
Così drappeggiata mi spedirono perfino a un concorso in maschera, ma credo che se mi avessero tenuta a casa sarei stata più contenta.
Mi sentivo così infelice e triste in abiti maschili. Già di mio, uno scriccioletto, spennacchiata, fisico ingrato agli albori dell’età ingrata.
La mamma aveva in ogni modo cercato di convincermi che il mio costume era splendido, che sarebbe stato il più bello e il più ammirato…( chissà forse da un’erede del Generale Lamarmora ?) che dovevo essere felice di poter rivestire questo “pezzo da museo”.
Nonostante l’opera di convincimento alias lavaggio del cervello, rimasi impermeabile e al concorso mi lasciai prendere da sconforto plurimo accanto a mascherine frizzanti, petillant, bambinette in costumi fruscianti, coquette civettuole e femminee…
Ne ricordo una vestita da “Le mille bolle blu” (Mina, credo già non più Baby Gate, imperversava all’epoca) e un’altra da Diana cacciatrice adorna di veli sovrapposti sulla corta tunica in una variante di tonalità marroni, la faretra in spalla e lunghi capelli neri, sciolti, inanellati a ricadervi sopra. La rivedo con il passo slanciato, elegante, scattante scivolare sulla passerella della sfilata.
Come competere io, con le mie piume, la mia trombetta, e in più a passo di corsa, come il reggimento reclama???
Non avevo nessuna chance!
“Le mille bolle blu”a quel tempo furono considerate troppo originali e non abbastanza “rispettose” dei canoni dell’epoca.
La Dea della caccia, ebbe un gran successo, con quel tocco di marziale che non guasta, di colore che attira, di dettaglio che compiace, di femminilità che vince.
Oggi non partecipo più a concorsi di “mascherine”…
In ogni caso dopo essermi rivestita per anni con camicie militari credo di aver imparato la lezione, che pur penso di aver intuito già all’epoca…al bando il troppo militare, di cui ne conserverei giusto un tocco e in caso, opterei per un bel costume da Bradamante, cavaliere color pervinca, uscito diretto dalla fantasia rivisitatrice di Italo con tanto di fiasco e fiaschetta per assicurarmi il fiotto gentile in diretta!
Personaggio migliore non avrei potuto sceglierlo, e forse non sono io che l’ho scelto, ma lui che ha scelto me…
Vorrei chiederlo a Suor Teodora, alla mia Prof che lotta contro il drago…e in attesa di nuove risposte e risollevarmi dall’ansia di questo passato rimosso, dalla depressione in cui potrei cadere pensando ai miei traumi infantili, alla mia femminilità repressa, mi curo tuffando una squisita orangette nell’ennesimo caffè mattutino e prendo atto prima della parola fine che l’ennesima boucle a été bouclée!.
che bella storiellina!!! Ma la mia cioccolata non ti piace invece? Ho ricevuto sms! mwahkkk
RépondreSupprimerla tua cioccolata me gusta mucho, ma rispetto al cacao ho tendenza ad essere molto campanilista e a parte il cacao meravigliao (chissà se lo conosci?) faccio reclame solo a prodotti italici!
RépondreSupprimerManda foto del costume. Poi ne riparliamo
RépondreSupprimerAncora una bellissima storia ricciana/bouclée et bien bouclée! Hai il genio gattesco: ricadi sempre sui tuoi piedini!! Anch'io la voglio vedere una foto della Grande Tosca son le piume, l'elmo e tutti quanti!
RépondreSupprimer...e poi andiamo insieme a caccia del Drago!!!
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