Il primo ricordo che ho di Venezia è legato a una biennale di tantissimi anni fa.
Posso riassumerlo con il titolo di un’opera esposta “Sdraiato sull’erba a guardare gli uccelli”.
Non so se fosse stata l’opera o il titolo ad aver colpito la mamma e mia sorella che avevano visitato la mostra (mentre io, troppo piccola per questo tipo di esperienze ero rimasta a casa).
Un titolo così al giorno d’oggi non avrebbe l’effetto dirompente che ebbe allora, anzi probabilmente rimarrebbe ignorato, ma alla fine degli anni cinquanta inizio sessanta riuscì a scuotere le menti delle mie congiunte che di riflesso provocarono un trauma in quella mia di infante.
Per diverso tempo Venezia rimase nel mio immaginario come un eden un misto tra un luogo magico, bucolico, piena di prati verdi e passerotti e quello scrigno di arte e cultura vissuto da mamma che aveva studiato a Cà Foscari.
Studentessa delle scuole medie vidi brillare una cometa che indicava Venezia come meta della nostra gita scolastica.
L’acqua alta “galeotta”ci arresto' a San Marino e più quel giorno non andammo avante.
Nuovo tentativo al ginnasio e nuova infausta deviazione.
Questa volta guadagnammo qualche chilometro in più e ci fermammo a Rimini.
Gli anni settanta trascorsero in tutto il loro splendore in compagnia dei miei tormenti di adolescente e mi portarono infine la visione della città lagunare.
Visione con tanto di sonoro del Concerto in Do minore per oboe e archi di Benedetto Marcello, proiettata su uno schermo cinematografico.
Anonimo veneziano fu la mia prima Venezia e dopo tantissimi anni, ricordandolo, riesco a percepire ancora tutta l’emozione che il film suscitò nel mio animo sensibile, romantico, sentimentale e attratto dagli amori infelici per giunta in un quadro e cornice unici al mondo.
Venezia era oramai diventata una sorta di mix tra Araba Fenice e Atlantide quando infine gli anni ottanta, dopo aver io varcato e rivarcato le acque dell’oceano, mi portarono a rimirare le acque torbide dei canali finalmente dal vero.
L’8 dicembre 1981 (nessun dubbio sulla data) ci vide scendere dal treno che da Verona ci condusse a Venezia per una visita in giornata.
Nel ricordo si stampò il grigiore del cielo e dell’acqua unito a un fetore impregnante.
Il tutto mi avviluppò cancellando il mito che avevo costruito su questa città. Ripartii senza rammarico e profondamente delusa.
Non avevo capito nulla!
La prima impressione è spesso quella errata, ma c’è di buono che sono sempre pronta a rimettermi in discussione.
Passò un buon trentennio comunque prima che vi rimettessi piede quando in occasione di un raduno familiare decidemmo di fare tappa due notti a Venezia.
Un 1°maggio solatio ci dette il benvenuto; un vaporetto festoso ci accolse e solcando le acque scintillanti ci condusse a Cannaregio, dove l’allora Fidèle de 7 heure ci aveva scovato e riservato l’hotel grazie alle sue ottime conoscenze.
Un angolino di pace ove riposare lontano dal frastuono e allo stesso tempo vicino a tutto, compreso quel gioiellino che è la chiesa della Madonna dell’Orto, cui passai accanto ignara e che ovviamente non visitai.
Sotto il sole, tutto rimanda un’altra impressione e fa gioire e godere diversamente le bellezze che ci circondano.
Mi accorsi di piazza San Marco e ignorai i piccioni che detesto.
Il secondo giorno benché umidiccio e al limite della pioggia non influì sul mio umore ed apprezzai la visita di Murano ritrovando i lampadari che ornano sala e salotto della mia casa natia.
Sensazione di familiarità che mi accompagnò; ripartii così da Venezia, infine riconciliata.
Ma di nuovo non avevo capito molto.
Un nuovo abbondante decennio è trascorso una volta di più e una nuova occasione mi è stata offerta di visitare Venezia, con altri ritmi, altri tempi, altra soddisfazione.
Cinque notti nella città veneta me la hanno resa del tutto familiare.
Ho preso i miei riferimenti e senza bisogno di seminare sassolini ho imparato il percorso dall’hotel all’imbarcadero del vaporetto di fronte la chiesa della Salute.
Ho scoperto che esistevano due direzioni opposte; per caso me ne sono accorta senza aver neppure sbagliato.
Ergo: Non soltanto SBAGLIANDO si impara!
Ho annusato la città, girottolando con una meta cercata con google map che mi fuorviava, traversandola a caso, vivendola per scoprirla e goderla senza la furia famelica da asiatica, tornando e ritornando sui miei passi fino a riconoscere e ricordare scorci, passaggi, negozi e mattoncini.
Ho sorseggiato Venezia insieme a tanti spritz, centellinandola e non inghiottendola.
Quel bonheur!
Palazzo Grassi è stata la prima visita ufficiale con una mostra di arte contemporanea non particolarmente esaltante ma la compagnia era buona e il ricordo è andato a vecchie expo di ben altro genere, qui realizzate, e a una in particolare sul futurismo di cui conservo ancora l’affiche riportatami dalla mamma.
E' seguita la fondazione Querini-Stampalia con una visita piena di dettagli e curiosità forniteci da un custode in vena di socializzazione, e l’impatto con la scala di Scarpa.
Considerando la fine di questo architetto e la mia particolare predisposizione ad inciampare ammetto che ho triplicato la mia attenzione sia salendo che scendendo.
Come non fare una sosta al TEATRO ITALIA, il cui nome spicca ancora sulla facciata mentre il sottotitolo DESPAR si armonizza con cautela e spunta dal vetro di una vetrina, a dimostrazione che la cultura nutre.
Eccome! Supermercato super ben fornito.
Una vista di Venezia dall’alto della terrazza del Fondaco dei Tedeschi.
Visione a 360° a tutto campo su una miriade di tetti e campanili e il riflesso del canal grande nella luce rosata del tramonto in arrivo e che ci lascia a bocca aperta.
La chiesa della Madonna dell’orto questa volta non è passata inosservata.
Cima da Conegliano ci ha dato il primo benvenuto e Tintoretto, lì sepolto ha fatto gli onori di casa.
Che meraviglia! uno dei tanti musei con altra vocazione primaria, così come la Basilica dei Frari con monumenti, statue e quadri.
L’altare maggiore con la pala dell’Assunta di Tiziano da poco restaurata è sicuramente il fulcro della basilica.
È comunque il crocifisso ligneo duecentesco posto alla sinistra dell’altare maggiore, opera di un autore sconosciuto e attribuito alla Scuola umbra, che ha attirato maggiormente la mia attenzione.
Il clima di una mitezza incredibile per una metà ottobre, accompagnato da un sole radioso, ci ha invogliato per una gita alle isole.
Passando per il lido, abbiamo poi raggiunto Burano caratterizzata dalle casette dai mille colori oltre che dai merletti, una delizia cromatica in cui perdersi alla ricerca della casa di un tal Bepi; ma il vero coup de foudre ce lo riserva Torcello.
Alla fine di una passeggiata lungo un canale costellato di canneti, molto selvaggio e semideserto (che mi ha ricordato altri spazi in altre terre) e attraversato da un bel ponte del diavolo ci imbattiamo nell’ennesima chiesa museo e nei suoi mosaici mozzafiato.
L’ultima giornata è dedicata all’unica visita che avevo mentalmente programmato, tutto il resto invece é stato frutto dei buoni consigli di una cugina che ama moltissimoVenezia e sa come farla amare, che ci ha guidati e poi dato dritte per continuare da soli.
La meta era vicinissima: pochi minuti a piedi separavano la casa di Peggy e il nostro hotel a Dorsoduro.
Sempre sotto un sole radioso abbiamo per primo visitato il giardino accolti dalla Donna che cammina di Alberto Giacometti.
Impossibile raccontare la collezione Guggenheim, deve essere visitata.
Con tenerezza ho ritrovato le sculture di Calder che mi hanno ricordato una expo a Beaubourg in compagnia della figlia che ci ha invitati a Venezia.
Una sorta di boucle boucléé che mi lega a questa città con il rapporto madre-figlia-madre.
Questi Calder sono una versione molto personalizzata: un paio di orecchini e la testata del letto di Peggy, che fa letteralmente sognare.
Nella stessa saletta un quadro di un certo, per me sconosciuto, Bro e il suo autunno a Courgeron che mi ha attirata e incuriosita.
Gli faccio persino una doppia visita per mostrarlo a C.V. che non lo ha notato, cosi come all’Impero delle luci di Magritte, cui è passato accanto rimanendo nel buio.
Ritroviamo la luce del giorno e ci deliziamo con un nuovo piatto di tagliolini al nero di seppia prima di prendere l’ultimo vaporetto.
Parto sentendo già la mancanza di questa città di cui solo non rimpiango lo strazio del ponte di Rialto con i suoi improponibili banchetti.
Un vero scempio che non dovrebbe essere ammesso nel cuore di una città, ancor meno in quello di una come Venezia.
Diseducativi e in antitesi con questo gioiello di cultura.
All’improvviso rivedo l’orribile finta anforetta grigia dall’imboccatura sigillata con cera rossa acquistata a San Marino in occasione della prima visita mancata a Venezia e portata in souvenir a mamma.
La teneva sul cassettone e lei non ha mai avuto il coraggio di buttarla.
Io si, ma decenni dopo quando lei non poteva più farlo.
Peccato non averla salvata per farla colare a picco nelle acque del Canal grande dal ponte di Rialto.
Sarebbe stata una degna fine e la boucle ancora una volta bouclée.
Stupendo!
RépondreSupprimerChe dire... quando un sogno, alla fin fine -e capita di rado nella realta- come tale si realizza.
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