Una paginetta (solito eufemismo) nata una volta tanto su
richiesta…
Come lasciarsi sfuggire una simile opportunità ?
Impossibile! Almeno per me.
L’occasione del primo centenario festeggiato in famiglia,
la richiesta di cooperare per riempire le pagine di un libro d’oro da offrire
al festeggiato, bibliofilo…
Gas ai motori e avanti tutta!
O meglio mollo
l’ormeggio, isso le vele e…au caso où,
ungo gli scalmi
Non appena finita di leggere la mail, mentre tra elementi
del parentado serpeggiava un non ben identificato virus del panico, io, seduta
al computer, mi davo alla pazza gioia, non necessariamente condivisa dalle mie
cavie, cui avrei poi sottoposto l’ovetto deposto nel mio pollaio, per una
rilettura e consiglio.
Non so più quale
versione sia quella che propongo più sotto in ogni caso non quella ufficiale
del tomo costituito.
Questa sarebbe dovuta apparire sul mio blog in
contemporanea mentre l’altra quella “accettata”giungeva nelle mani del suo
destinatario.
Avevo previsto di pubblicarla su Glob il 4 gennaio, da
lontano.
Sorta di “mise en abyme , un
modo per essere presente pur se assente.
Avevo previsto pure di connettermi via face time con
figlia e nyp presenti.
Nulla di quanto avevo previsto è accaduto.
La figlia e la Nyp entrambe febbricitanti sono rimaste in
toscana.
Nessun altro i-phone mi ha risposto, gli whatsapp si sono
intasati nell’aeree e solo a tardo pomeriggio ho riallacciato il contatto con
chi, lasciato il luogo dell’incontro, aveva ritrovato la connessione e, molto
carinamente, fatta partecipe dell’Happy End.
Nel frattempo io, avevo dimenticato di poster il mio
contributo.
Persa l’occasione ho ipotizzato successive date
commemorative, una settimana, un mese dopo.
Ma dopo non c’è più stato il Cuore di nulla.
Un dopo-Epifania di sangue mi hanno gelato le parole che
neppure il sole dell’equatore riusciva a sciogliere e a far fluire.
Un fine gennaio di dolore, tra l’incredulità dell’accaduto
e la sua brutalità che ci ha colpito tutti in famiglia, mi ha congelata
definitivamente.
Recupero mes
esprits, dopo un triste ma benefico fine settimana romano, in cui, in tanti,
ci siamo ritrovati per ricordare questo Cugino “piccolo” che si è sempre fatto
amare da tutti noi.
Riprendo il filo della mia matassa, rispolvero non so più
quale versione e depongo il mio contributo a quel oramai trascorso 4 gennaio.
ALLELUIA , ALLELUIA!
Quale altra esclamazione potrebbe uscire dalle mia
labbra, per celebrare una simile occasione, se non questo ritornello ?
accompagnato dall’augurio che questo 4 gennaio sia all’insegna del bel tempo,
del sole, del cielo azzurro, con il mare increspato da una leggera brezza, per
scongiurare scaramanticamente il seguito del refrain e riscattarsi da quello
dello scorso anno, plumbeo, sovrastato da nubi minacciose e rischiarato dalle
99 candeline preparate per lo Zio-avvocato.
Non ero presente, ma con il cuore ero là in mezzo
a tutti. E la mia eterea presenza-assenza era accompagnata da quella di babbo
che, a ragione, avrebbe potuto canticchiare il suo celeberrimo“ALLELUIA
ALLELUIA…..
“ALLELUIA ALLELUIA, " cantava con un tono basso e solenne il mio
augusto genitore, concludendo poi sulle stesse note ma con un frasario che non
aveva nulla di sacrale o ecclesiastico “QUESTO CIELO SI RABBUIA”.In tutta la mia esistenza ho sempre creduto che questo preludio di stile elevante, elevato e religioso che terminava su una terragnità meteorologica fosse la manifestazione di una forma di conflittualità religioso-familiare a lui propria.
L’ ho creduto praticamente per tutta la durata della nostra vita in comune, e probabilmente avrei portato questa idea con me fino alla fine dei miei giorni se, per una coincidenza banale, Babbo non avesse deciso, inaspettatamente di dare quel seguito, che mai aveva dato prima, a questo ritornello, ribaltando così le mie convinzioni.
Nella tarda primavera dell’anno del suo centenario, durante una passeggiata senza meta, in auto, lui ed io e con il solo piacere di conversare mentre il mondo ci sfilava accanto, grosse nubi nere all’orizzonte e la sua presenza mi avevano spinto a imitarlo e avevo canticchiato la strofetta sorridendo.
E lui con mia grande sorpresa, aveva continuato:
“La cantava il povero Attilio..”
La mia curiosità risvegliata da questo nome, a me sconosciuto, unita a un certo timore all’idea che babbo non fosse capace di fornirmi le delucidazioni che attendevo, mi avevano messo in fibrillazione.
Avrei mai scoperto l’arcano?
Il semplice ripetere “Attilio ???” con i tre punti interrogativi, che il tono della mia voce scandì, amplificandone la potenza, fu sufficiente per farlo seguitare.
Il povero Attilio - continuò –era il traghettatore a bocca d’Arno, a Marina di Pisa che trasportava da una riva all’altra, le guardie di finanza di stanza che andavano a prestare servizio nella tenuta reale di San Rossore
San Rossore, la tenuta prediletta della regina Elena, una donna molto alta ben diversa per dimensioni dal consorte, il re, lui, era piccolotto. E’ qui che lei amava trascorrere le vacanze estive e passare il tempo in riva al fiume a pescare. Le guardie le facevano la scorta alternando le loro cure tra lei, bracconieri e contrabbandieri .
Era un’abile pescatrice e pescava per ore intere con la canna, con suo grande diletto.
Sono certa che queste notiziole che lui mi aveva fornito non aggiungeranno nessuna grande rivelazione ai libri di storia mondiale, italiana o familiare.
Sono però, ne sono certa, ricordi condivisi da zio Carlo, che forse ridesteranno in lui vecchie piccole memorie. Non so se il mio racconto rifletterà l’obbiettività dovuta o attesa, perché è un racconto-ricordo visto dall’ottica paterna e per giunta rivisitato da me e dalla mia percezione dei fatti. Sono comunque confidente e fiduciosa che lo Zio mi perdonerà sviste, imprecisioni o imparzialità per apprezzare solo il mio desiderio di mantenere vivo il ricordo e tramandarlo. Potere della scrittura!
Attilio tra l’altro sorvegliava quella che fu la prima imbarcazione di babbo, che si cullava in bocca d’Arno. Un piccolo cabinato a vela, con quattro cuccette, munito anche di WC, che mio nonno aveva riportato da Genova, e pure dotato di una specie di cucina rudimentale consistente in un fornello a petrolio.
Attilio le dava un occhio e il nonno gli elargiva, con generosità, laute ricompense, conscio delle magre risorse del povero traghettatore.
Ariel, la prima barca!
La prima,quando il babbo era ancora studente universitario costruita in uno dei cantieri della zona, senza troppa ricerca stilistica nautica.
Ariel, un nome che Babbo darà anche alla seguente imbarcazione, quella che si fece costruire quando già lavorava, durante la guerra, ma che per particolari vicissitudini cambiò nome. A quanto pare (e qui la memoria ha zone d’ombra) questo successivo Ariel portato o immatricolato a Livorno, non poteva mantenere il nome prescelto poiché ne esisteva già un altro nei registri e, d’ufficio, le fu mutato il nome in Labronico.
Sia mai che un Pisano accettasse una simile ignominia!
Se non poteva essere Ariel, non sarebbe certo stata Labronico.
Et Stenia fuit. Dal nome della mia nonna materna (prima ancora che una piccola Stenia nascesse e vi si facesse cullare dal dondolio del mare) dando inizio così a una serie di barche dai nomi femminili. (Per la cronaca preciso che a parte l’interludio brevissimo di un Rebecca, in attesa del varo di un nuovo Sara, le successive saranno sempre Sara, mai specificate con un 1° o 2° o… Come diceva babbo Sara e basta. Così, sempre come precisava lui, non c’erano dubbi circa le sue scelte di vita, di chi occupasse il primo posto, mamma o la barca…)
Piccola digressione raggomitolando il filo dei miei ricordi, chiedendo venia, riprendo la matassa.
Ariel galleggiava, avanzava senza fatica se c’era vento, altrimenti bisognava confidare nella forza di voga di babbo e di suo fratello Carlo, valenti sportivi, e allora la fatica prendeva una nuova dimensione.
Un’estate i due fratelli in compagnia delle due sorelle maggiori Mara e Noela partirono all’avventura, spinti da Zefiro e soprattutto dalle braccia dei due giovani Ricci. Approdarono in Sardegna e fecero la scoperta di Porto Cervo, quando i cervi ancora si mostravano in questa insenatura di sogno, vero paradiso perduto (che io pure ho avuto l’incredibile chance di conoscere, incontaminata e selvaggia ….ma queste sono ancora altre storie).
I pescatori che bussarono di primo mattino sulla tuga per offrire pesce fresco pare incappassero nello sguardo attonito e un po’ disgustato delle due sorelle che accettarono, si racconta, il pesce ma si guardarono bene dal toccarlo e ne lasciarono la cura di prepararlo, cuocerlo e servirlo ai fratelli polivalenti, molto valenti.
Caro Zio conosciuto attraverso vecchi racconti ma soprattutto presente nei miei ricordi fin dall’infanzia quando venivi a trovarci e la Tata annunciava tutta eccitata che c’era il fratello del Dottore mentre noi bimbe ci rallegravamo del tuo arrivo, per la tua sempre generosa e festosa presenza. Sei stato il primo sponsor del nostro fare shopping. Uno shopping da indipendenti, senza dover rendere conto a nessuno. Rivedo ancora il negozietto, caverna di Ali babà, vicino a casa, dal nome poco esotico di “Casa della plastica” dove intaccai il foglio da mille lire, per comprare non so più quale giochetto.
Ricordo negli anni il brio dei tuoi racconti accattivanti e affascinanti.
La tua loquela, la tua arguzia, unite ad una ars oratoria da vero principe del foro, risuonano nelle mie orecchie con un eco indelebile. E questa capacità di meravigliare e strabiliare che hai mantenuta intatta, raccogliendo adepti anche nelle file dei nostri amici, è ugualmente indimenticabile.
Ti rivedo al tavolo con Babbo in occasione del matrimonio di Ester declamare i sonetti del nostro beneamato Fucini.
Sonetti d’epoca, ma freschi e attuali, benché abbiano la stessa età di Roma Capitale…
Da La tassa n’su ‘ani, un grande classico con il suo “col foglio mi ci netto e affogo ‘r cane”. (“Che ne dici , Zio, funzionerà anche con gli F24 o sono troppo ruvidi? E poi chi potrò mai affogare? “) al San Ranieri miraoloso,o La Luminara, che mi sembra sentirti recitare, mentre io qui scrivo queste righe pensando a te.
Forse è tempo di chiuderla con questo “pseudo - romanzo” che mi ha preso la mano, come sempre quando mi metto a scrivere e termino lasciando proprio la parola ai versi del nostro Renato.
Versi che in realtà, trattandosi della celebrazione della tua nascita non sono rappresentativi dell’occasione, ma il titolo, in fondo,in ogni caso si presta:
Er Centinario
Clemente. Per tu' regola enorme), er Centinario
E' 'na specie di festa, si dirrà,
Che nun si trova mai drent' ar Lunario,
E 'r motivo di falla eccolo 'va
Presempio, ora dicàmo, c'è 'r Sor Mario
Si strugge della 'roce perché 'un l'ha;
Cerca d'un omo morto che è preclario,
Fa la festa, e 'r Governo gliela dà.
Torello. Nun ho capito nulla, sai, Cremente.
Clemente. Me lo pensavo. O ascortami, Torello,
Ti spiegherò la 'osa 'iaramente.
Te crepi, oggi, d'un corpo 'n der cervello;
Doppo cent'anni nun ti fanno niente....
Er Centinario tuo sarebbe 'vello.
Dai 50 nuovi sonetti - Renato Fucini Firenze, 1879.
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